La presidenza Biden ha scommesso sull’afghanizzazione dell’Ucraina nella speranza-aspettativa che questo teatro di guerra possa rivelarsi, a posteriori, la tomba dell’era putiniana – per implosione o esplosione – ed un intralcio, per riflesso indiretto, ai sogni egemonici del rinato Impero celeste – che dall’asse adamantino con la Russia trae linfa vitale.

La convinzione generale, come ampiamente dimostrato dalla pioggia incessante di indiscrezioni e pensieri illusori su presunte congiure di palazzo, è che un’implosione dell’ordine putiniano potrebbe partire dal basso o dall’alto, dove per basso si intende una società mobilitata a oltranza per far cadere il sistema e dove per alto si intendono i complotti di franchi tiratori in seno alla cerchia del potere.

Capire che cosa sta accadendo all’interno della Russia, che negli anni ha inspessito il manto di impenetrabilità in reazione all’aggravamento della competizione tra grandi potenze, non è facile. Agli occhi indiscreti e attenti di stampa investigativa e servizi segreti non è però sfuggito il repulisti generale che, cominciato in concomitanza con la guerra in Ucraina, sta riscrivendo la composizione di stanze dei bottoni, servizi segreti e alti comandi militari.

Quanto sta succedendo in Russia non rappresenta una novità nella storia dei conflitti; le purghe, invero, sono fisiologiche nei contesti di guerra. Nihil sub sole novum. Vero è, però, che le purghe, specie se di grandi dimensioni, sono suscettibili di condurre a degli ustionanti  ritorni di fiamma. Ed è proprio a questo, ad un contraccolpo destabilizzante negli anni a venire (magari nel 2024?) causato dalla maturazione dei semi della zizzania piantati in questi mesi, che punta (e spera) la presidenza Biden.



Le nuove purghe e i loro effetti

Raggiunta e superata la soglia dei fatidici cento giorni di guerra, è giunto il momento di fare un bilancio complessivo dei sommovimenti che hanno avuto luogo all’ombra dei riflettori, nel dietro le quinte del palcoscenico, tra le stanze dei bottoni nelle quali si riuniscono siloviki e oligarchi e gli alti comandi popolati da 007 e uomini in divisa.

Il ricalibramento al ribasso degli obiettivi sul campo ha aiutato il Cremlino a ridurre il livello di costi e perdite a fronte di guadagni territoriali, ma il passaggio dal piano a – caduta della presidenza Zelenskij ed eunuchizzazione dell’Ucraina – al piano b – continuum territoriale tra Crimea e Donbas – non è stato indolore.



Aspettative tradite e obiettivi mancati hanno comportato dei cambi tra servizi segreti e forze armate, a volte palesi – come nei casi dell’ammiraglio Igor Osipov e dei maggior generali Vasilij Kukushkin, Aleksander Laas e Andrej Lipilin – e a volte taciti – come nel caso del capo-spia Sergei Beseda –, mentre paranoie, dubbi presumibilmente fondati e chiare prese di posizione hanno giustificato le sostituzioni nella punta della piramide del potere incardinata sul binomio securocrati-oligarchi.

Alcuni, i più avveduti, sono fuggiti prima di essere travolti dalla distruzione generatrice della tabula rasa, come Anatolij Chubais, mentre altri sono stati suicidati – sette oligarchi morti in circostanze misteriose dall’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale”. A fare da sfondo, le indiscrezioni e gli indizi della presunta estromissione dal processo decisionale dei tre magi della politica russa – Sergej Lavrov, Sergej Shoigu e Valerij Gerasimov –, la rottura definitiva tra Cremlino e ultimi superstiti del clan Eltsin, l’espatrio di alcune figure dell’opposizione e la caduta di piccoli ma storici re, come Vladislav Surkov.



Un’opportunità per Putin

L’amministrazione Biden, suggerita dall’abile Anthony Blinken – un consigliere di origini ucraine che, curiosamente, fu in precedenza regista di Euromaidan e del regime sanzionatorio della presidenza Obama –, confida in un futuro ritorno di fiamma delle purghe putiniane, ritenendo inevitabile il materializzarsi, presto o tardi, di un contraccolpo. Troppi crac nella cricca.

Se è vero che il malcontento all’interno della cerchia putiniana si è manifestato con forza nei cento giorni di guerra, lo è altrettanto che fughe, detenzioni, confini e sparizioni potrebbero trasformarsi nell’opportunità imperdibile – per Putin – di finalizzare il processo di impermeabilizzazione dello stato profondo, e dello stato più profondo, cominciato anni or sono.

In questo contesto, una riedizione dei Processi di Mosca dell’era staliniana, ogni defezione ed espressione di dissenso non farebbe che un favore a Putin: meno fatica nella ricerca e nella neutralizzazione di quinte colonne, doppiogiochisti e inaffidabili. Ma, di nuovo, il risultato finale è tutto da decidere: la zizzania è stata appena piantata, ci vorrà del tempo prima che cresca.



Nuovi volti emergono

Il repulisti inaugurato in concomitanza con lo scoppio delle ostilità in Ucraina è stato accompagnato dall’entrata in scena di personaggi fino a ieri semisconosciuti o caduti nel dimenticatoio. Il fu delfino di Putin poi caduto in disgrazia, l’ex presidente Dmitrij Medvedev, è divenuto ad esempio il capofila del fronte dei falchi nella speranza di essere riaccettato nel sistema. La sua disperata ricerca di visibilità, invero, è da leggere più ad uso interno che ad uso esterno: un tentativo di cavalcare gli eventi, di sostituire qualche vittima della damnatio memoriae, per ingraziarsi Putin in vista di un futuro ritorno in politica.

I nomi sui quali andrebbe focalizzata l’attenzione delle analisi, oltre che sul sempre più personalista e accentratore Putin, sono quelli dello stratega Sergej Karaganov – il fautore dell’omonima dottrina –, del neofita Dmitrij Kovalev, del silovik in ascesa Sergei Korolev – nominato a giugno scorso alla vicedirezione del FSB – e di Aleksander Kurenkov – il nuovo ministro delle emergenze con un passato di guardiaspalle. Un quartetto che si è fatto largo mentre lo spazio delle vecchie guardie si restringeva, venendo investito di promozioni e incarichi mentre i colleghi più anziani venivano degradati e/o rimossi. Un quartetto che ha guadagnato la fiducia di Putin mentre gli altri la perdevano, causa il clima da caccia alle streghe in essere, e i cui membri potrebbero diventare le colonne portanti del nuovo sistema che va emergendo dalla nebbia di guerra.

Il destino della transizione multipolare e dei suoi patrocinatori, e dunque della Russia, si deciderà nel corso del secondo tempo. E i nuovi e i vecchi volti che avanzano all’ombra delle purghe, promuovendo un revisionismo fortemente antioccidentale dalle probabili conseguenze fattuali – spiegato altrimenti: intensificazione dello scontro tra i blocchi –, rivestiranno un ruolo-chiave nell’elaborazione del futuro schema di gioco del Cremlino.

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