Il flusso di combattenti che da più di 104 paesi del mondo aveva, tra il 2014 e l’inizio del 2015, raggiunto la Siria e l’Iraq per costituire l’esercito del cosiddetto Stato islamico sembra essere un ricordo del passato, tanto è vero che il trend delle partenze si è andato sostanzialmente ad invertire già nei primi mesi del 2016, fino ad interrompersi del tutto nel 2017.

Con la sconfitta di Mosul e di Raqqa, le due capitali del sedicente Stato islamico, il tema del ritorno in patria dei sopravvissuti dei circa 35mila/40mila foreign fighters andati a combattere in Siria ed Iraq, sta destando preoccupazione all’interno della Comunità internazionale.

Il ritorno in patria, tuttavia, non è l’unica destinazione dei combattenti, come sembra confermare il trasferimento dei miliziani dell’Isis in altre zone di guerra e instabilità come l’Afghanistan, lo Yemen, il Sinai e la Libia, così come la possibilità che i combattenti rimasti in Siria e in Iraq possano riorganizzarsi in una forza insurrezionale in grado di compiere attacchi terroristici e guerriglia, come già messo in pratica da Al Qaeda in Iraq, più di dieci anni fa. Recenti studi del Soufan Center e del Global Strategy Network evidenziano che sarebbero circa 5.600 i combattenti che sono tornati nei loro paesi di provenienza. Da quanto si apprende da questi report più di 900 su circa 1.500 combattenti sarebbero rientrati in Turchia, 760 su circa 3mila in Arabia Saudita.

Numeri preoccupanti anche in Europa dove, a fronte di circa 5mila partenze, sarebbero rientrati 400 combattenti nel Regno Unito, 271 in Francia, circa 300 in Germania e 12 su 120 in Italia. Trend analoghi anche per il Nord Africa con circa 800 rientri su 3mila, per quanto riguarda la Tunisia e circa 200 su 1.500 per il Marocco. La Russia, dalla quale ne erano partiti circa 2.400, invece ne ha visti rientrare 400, mentre gli Stati Uniti, dai quali si erano aggiunti allo Stato islamico poco più 250 cittadini, ne ha visti rientrare una dozzina. Più incerti e meno dettagliati restano gli studi e le ricerche sul ritorno dei foreign fighters nelle Filippine, in Indonesia, Malesia, Cina e Australia.

L’area del Sud-Est asiatico, così come l’Asia Pacifica, hanno infatti contribuito con un nutrito numero di combattenti al rafforzamento dell’Idid, rispettivamente con 700 miliziani dall’Indonesia (ne sarebbero rientrati una cinquantina), 100 dalla Malesia (8 sarebbero quelli rientrati), un centinaio dalle Filippine, 250 dall’Australia (40 ne sarebbero tornati) e un numero oscillante tra le 300 e il migliaio di unità provenienti dalla regione cinese dello Xinjiang.

Il rischio di un ritorno di combattenti è considerato con molta preoccupazione da Pechino tanto che un professore dello Xinjiang, che ha chiesto l’anonimato, ha dichiarato al Global Times che, anche se la situazione nello Xinjiang è migliorata negli ultimi anni, l’infiltrazione dei nemici stranieri esiste ancora e i terroristi rimangono attivi. Esperti cinesi hanno avvertito che altri jihadisti stanno tornando in Cina attraverso i confini costieri e meridionali, poiché i controlli delle altre vie d’accesso allo Xinjiang, prima utilizzate come canale di passaggio, sono stati intensificati. “Decimati in Medio Oriente, i terroristi intendono infiltrarsi in aree come l’Asia centrale e i paesi del Sud-Est asiatico e dovremmo essere in allerta contro la loro possibile infiltrazione nello Xinjiang”, ha dichiarato il professore anonimo.

Durante la sua visita nello Xinjiang dal 10 al 14 aprile, Wang Yang, presidente del Comitato nazionale della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, ha tuttavia dichiarato che le infiltrazioni di estremismo religioso sono state notevolmente ridotte e che lo Xinjiang sembra essere stabile e molto più sicuro. Wang ha chiesto ai funzionari locali di continuare a tenere sotto pressione le forze del separatismo, del terrorismo, dell’estremismo e di sostenere ideologie sane, opponendosi a idee sbagliate e pericolose. Wang ha anche sottolineato l’importanza del contrasto alla povertà per migliorare la vita delle persone, eliminando in tal modo terreno fertile per l’estremismo.

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