La mattinata ucraina è iniziata con le notizie, provenienti dal Donbass, di colpi di mortaio sparati dall’esercito di Kiev contro postazioni dei separatisti filorussi. Ad annunciarlo sui gruppi Telegram sono stati gli stessi ribelli che controllano le Repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk. Non sono arrivate conferme da Mosca al momento, mentre dalla capitale ucraina hanno smentito ogni azione del proprio esercito nelle regioni orientali. Le autorità delle Repubbliche separatiste avrebbe proclamato lo stato di emergenza. Nel frattempo non si placano e schermaglie diplomatiche lungo l’asse Mosca-Washington. L’ultimo intervento a gamba tesa è arrivato dal presidente americano Joe Biden che ha ribadito ancora una volta come un attacco in Ucraina sia ancora possibile. Non solo. “Abbiamo ragione di credere”, ha detto parlando con dei giornalisti, che la Russia stia preparando un’operazione sotto “falsa bandiera” in Ucraina.



Cosa sta accadendo nelle regioni separatiste

Gli allarmi sono partiti nelle prime ore del mattino. Sul canale Telegram Wargonzo alcune fonti vicine ai separatisti del Donbass hanno segnalato bombardamenti da parte dell’esercito ucraino. Lanci di mortaio e di ordigni da una parte all’altra della cosiddetta linea di contatto, il confine cioè tra i territori controllati da Kiev e quelli controllati dai filorussi stabilito con gli accordi di Minsk del settembre 2014, sono all’ordine del giorno. Anche e soprattutto in questi giorni contrassegnati dall’escalation politica e mediatica della crisi tra Ucraina e Russia. Tuttavia le azioni di questo giovedì mattino sarebbero state più costanti e più pesanti. In particolare, da Lugansk i ribelli separatisti hanno segnalato lanci di ordigni da parte ucraina verso almeno 5 località: Sokilnyky, Zolote, Veselenke, Nyzhne Lozove e Donetskiy. Zone non lontane dalla linea di contatto. Yan Leshchenko, capo dipartimento della milizia popolare che controlla la Repubblica di Lugansk, ha dichiarato sui social che la situazione nel Donbass sta rischiando di precipitare.

“Nelle ultime 24 ore – si legge nelle sue dichiarazioni – la situazione sulla linea di contatto si è deteriorata in modo significativo. Il nemico, su ordine diretto della leadership politico-militare di Kiev, sta tentando di intensificare il conflitto”. Sempre secondo le autorità di Lugansk, sarebbero stati sparati da parte ucraina ordigni del calibro di 120 millimetri. Situazione pesante anche a Donetsk. Qui l’esercito di Kiev avrebbe centrato anche l’aeroporto della principale città del Donbass e sede dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk. Le autorità separatiste hanno dichiarato lo stato di emergenza e hanno affermato di aver risposto al fuoco. Dunque, stando a questa ricostruzione, si sarebbe verificato un vero e proprio botta e risposta molto pericoloso per il mantenimento di un pur fragile cessate il fuoco. Ma da Kiev hanno smentito. Anzi, così come si apprende dall’agenzia Ukrinform, le autorità ucraine hanno accusato i separatisti di aver centrato un asilo nella località di Stanytsia Luhanska, ferendo due insegnanti. Sul posto, hanno fatto sapere i media ucraini, è giunto anche il presidente Volodymyr Zelensky: “Stiamo prendendo dimestichezza con le attività delle pattuglie di combattimento e il sistema di protezione del confine di Stato”, ha dichiarato il capo dello Stato ucraino.

Il Cremlino denuncia provocazioni

La risposta a quanto sta accadendo nelle ultime ore nel Donbass non è tardata ad arrivare. Da Mosca infatti il portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov, ha dichiarato che quelle in corso nelle repubbliche separatiste altro non sono che “gravi provocazioni”. Un termine che richiama alla possibilità, da parte del Cremlino, di intervenire. Le regioni orientali dell’Ucraina sono infatti abitate in gran parte da cittadini russofoni. Non a caso lo stesso Peskov ha dichiarato che la situazione nel Donbass “potrebbe incendiarsi in qualsiasi momento”.

“Nelle ultime 24 ore – ha poi proseguito il portavoce – abbiamo sentito notizie secondo cui, si dice, la Russia conserva un enorme potenziale di attacco al confine. Ma stiamo parlando del nostro territorio. Ma nessuno, nemmeno un rappresentante occidentale, parla dell’enorme potenziale di attacco delle forze armate ucraine sulla linea di contatto”.

Mosca: “Confermiamo il ritiro”

Mentre nel Donbass l’intero contesto politico e militare rischia di scivolare in un confronto aperto tra le parti, dal Cremlino sembrano arrivare notizie più confortanti. Già nella serata di martedì la Russia ha annunciato un primo parziale ritiro da alcuni territori caldi a ridosso del confine ucraino. In primis dalla Crimea, lì dove si sono svolte nelle ultime settimane intense esercitazioni militari che hanno coinvolto centinaia di soldati. Da Kiev e da Washington è stato espresso scetticismo in relazione a questi aggiornamenti, chiedendo a Mosca più prove e più fatti. Nelle ultime ore dal ministero della Difesa russo è stata emanata una nota in cui il parziale ritiro, a seguito della fine delle esercitazioni, è in corso: “Le unità del Distretto Federale Meridionale, che hanno completato la loro partecipazione alle manovre tattiche nelle basi della penisola di Crimea – si legge – stanno tornando alle loro basi su rotaia”.

Di Maio da Lavrov

Nella capitale russa intanto prosegue il tour diplomatico di Luigi Di Maio, iniziato mercoledì da Kiev. Se nella capitale ucraina il titolare della Farnesina ha incontrato il suo omologo Dmytro Kuleba, a Mosca invece intorno alle ore 10.00 è iniziato il colloquio con il capo della diplomazia russa Sergej Lavrov. Di Maio ha ribadito la posizione dell’Italia a favore di una soluzione diplomatica: “Per quanto riguarda le tensioni ai confini con l’Ucraina – ha dichiarato il ministro degli Esteri – l’Italia si è impegnata a essere in prima linea nella ricerca di una soluzione diplomatica, potete contare sull’Italia”.



Da parte sua, Lavrov ha accusato l’occidente di voler alimentare appositamente le tensioni: “L’intera situazione non si sta sviluppando qui, nel territorio russo, si sta sviluppando nelle menti e nei mezzi di comunicazioni dell’Occidente, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna – ha affermato il ministro russo – Quindi, tutte le domande su come affrontare quella che chiamano un’escalation dovrebbero essere rivolta a loro”. Al termine dell’incontro, Luigi Di Maio ha annunciato una prossima visita del presidente del consiglio italiano Mario Draghi al Cremlino. 

Biden: “Abbiamo ragione di credere che la Russia cerchi pretesto per attaccare”

Ad inasprire ulteriormente il clima tra le parti è arrivata nelle scorse ore la notizia dell’espulsione, decisa dal governo russo, di Bart Gorman. Si tratta del vice-ambasciatore statunitense a Mosca. Una scelta che ha fatto indispettire Washington: “Risponderemo prontamente a questa decisione”, hanno fatto sapere fonti dell’ambasciata Usa nella federazione russa. Una reazione stizzita acuita poi dalle parole dello stesso presidente Usa Joe Biden: “Il rischio di un’invasione russa in Ucraina è estremamente alto – ha dichiarato nel pomeriggio l’inquilino della Casa Bianca – Mosca potrebbe iniziare un’azione militare nei prossimi giorni”.

Un modo per ribadire come, da parte statunitense, c’è molto scetticismo sulle reali intenzioni di Mosca e sulla presunta de escalation da parte del Cremlino: “Dai dati fin qui raccolti – ha infatti ribadito Biden – abbiamo ragione di credere che la Russia sia impegnata in un’operazione false flag, un’operazione per creare il pretesto per attaccare”. Tuttavia è stato lo stesso presidente Usa poi a rimarcare la possibilità di trovare una via diplomatica alla vicenda: “Questo percorso – ha concluso Biden – esiste ancora”.

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