Guerra /

Si presume generalmente che la Cina attaccherebbe Taiwan in determinate circostanze precedentemente definite che prendono il nome di “cinque no”. Essi sono: una formale dichiarazione di indipendenza di Taipei, un’alleanza militare di Taiwan con una potenza straniera o un intervento straniero negli affari interni dell’isola, ritardi indefiniti nella ripresa del dialogo attraverso lo Stretto e riluttanza a negoziare sulla base del principio “Una Cina”, l’acquisizione da parte di Taipei di armi nucleari o altre armi di distruzione di massa infine disordini o rivolte interne a Taiwan.

Qualcosa che è stato ribadito a chiare lettere venerdì 10 giugno quando il ministro della Difesa cinese Wei Fenghe ha affermato, incontrando il suo omologo statunitense Lloyd Austin a margine del vertice sulla sicurezza a Singapore, che “se qualcuno osa dividere Taiwan dalla Cina, l’esercito cinese non esiterà sicuramente a iniziare una guerra a qualunque costo”.

 

Pechino da sempre sostiene la necessità della riunificazione dell’isola con la Cina continentale, in quanto Formosa si trova in quella Prima Catena di Isole che rappresenta la cintura difensiva (e di proiezione di forza/influenza) più prossima, pertanto prevede di usare ogni mezzo possibile affinché questo avvenga, pur considerando che l’opzione militare avrebbe dei costi economici e politici enormemente alti, e per questo la considera come l’ultima ratio. Lo Stato maggiore cinese e il Politburo sono convinti che gli Stati Uniti, qualora si procedesse all’invasione dell’isola, verrebbero in aiuto di Taiwan: qualcosa che è stato ribadito di recente dallo stesso presidente Joe Biden durante il suo viaggio in Asia.

Le possibili fasi dell’attacco

L’attacco cinese, se sarà effettuato, dovrà quindi tenere conto di questa possibilità, pertanto l’operazione militare non si limiterà a uno sbarco anfibio, ma prevedrà azioni in mare e nel cielo per cercare di contrastare la presenza statunitense (verosimilmente anche dei suoi alleati asiatici) e l’afflusso di rifornimenti verso l’isola.

Le forze armate cinesi sfrutterebbero in primis la propria presenza militare negli arcipelaghi occupati del Mar Cinese Meridionale, per interdire la navigazione aerea e marittima da sud: qualcosa che, comunque, avrebbe bisogno di attività preparatoria atta a rinforzare i presidi nelle isole. Secondariamente l’attività di sea/air denial dovrebbe essere intrapresa negli accessi settentrionali, andando a coprire tutto l’arcipelago delle Senkaku spingendosi sino a Okinawa, che con le sue installazioni militari statunitensi rappresenta il “coltello alla gola” per l’operazione di sbarco. Inoltre sarebbe necessario coprire il settore marittimo a est di Taiwan, per contrastare l’attività navale avversaria in quella regione. Questa attività di interdizione degli spazi marittimo e aereo sarebbe effettuata principalmente con l’utilizzo di sottomarini lanciamissili da crociera, in grado di avere un raggio di azione sino a circa 540 chilometri grazie all’impiego dei missili Yj-18. Parallelamente la Plaaf (People’s Liberation Army Air Force) sarebbe impegnata nel pattugliamento dei cieli a nord e a sud dello Stretto, sfruttando basi continentali e gli aeroporti nelle già citate isole del Mar Cinese Meridionale.

Verrebbe quindi a crearsi un vero e proprio blocco aeronavale, che già da solo provocherebbe, nel lungo periodo, la capitolazione di Taiwan ma che comporterebbe la sicura reazione degli Stati Uniti, e probabilmente della gran parte dei suoi alleati compresi quelli europei, che cercherebbero di forzarlo. Questa opzione, effettuata singolarmente, sarebbe pertanto sconsigliata in quanto l’attuale superiorità navale degli alleati sarebbe decisiva nell’impedire la caduta dell’isola.

Alla Cina, per conquistare l’isola manu militari, non resterebbe quindi che l’invasione vera e propria che sarebbe preceduta dalla già spiegata attività di interdizione aeronavale ma a cui seguirebbe un attacco missilistico massiccio su obiettivi militari, logistici e infrastrutturali di Taiwan come ad esempio le basi aeree, dislocate per la maggior parte sulla costa occidentale (Songshan, Hsinchu, Taichung, Chiayi, Tainan, Gangshan, Pingtung). Pechino, da questo punto di vista, può contare su un vasto arsenale di missili balistici a corto e medio raggio e di missili da crociera navali e aviolanciati in grado di spazzare le difese isolane.

Nella fase preparatoria quasi sicuramente si assisterebbe a un attacco cibernetico per mettere fuori combattimento la rete telematica di Taipei creando confusione e ritardo nel sistema C3 (comando, controllo, comunicazione).

Dopo questo primo lancio, che sarebbe diretto primariamente verso i sistemi antiaerei e della difesa costiera di Taiwan, probabilmente assisteremmo a una campagna di bombardamenti aerei, ancora usando missili da crociera, ma anche bombe a caduta libera e missili antiradar per cercare di eliminare le batterie missilistiche mobili e quei posti di comando o primi concentramenti di uomini e mezzi, sfuggiti alla prima ondata di attacchi missilistici.

In questa fase troverebbero impiego anche le Forze Speciali, che arriverebbero sull’isola via mare – possibilmente sbarcate da sottomarini – per individuare gli obiettivi e compiere azioni di sabotaggio preparatorie per lo sbarco.

Una volta ottenuta la superiorità aerea, l’esercito cinese darebbe il via all’assalto anfibio che sarebbe immediatamente preceduto da lancio di paracadutisti per mettere in sicurezza i fianchi delle teste di sbarco e occupare quegli snodi strategici per l’avanzata terrestre. Lo sbarco, molto probabilmente, avverrebbe sulla costa occidentale dell’isola, per questioni legate alla morfologia del territorio (è pianeggiante rispetto a quella orientale) e perché rappresenta la via più breve percorribile dalle unità navali.

Presumiamo che sarebbe macroscopicamente diviso in due per occupare due diversi settori: il primo, quello principale, a nord, nella zona dell’aeroporto di Taipei, in modo da poter puntare rapidamente sulla capitale; il secondo nella parte centro meridionale dell’isola, orientativamente nella zona di Taichung, da dove le truppe cinesi potrebbero muoversi per conquistare il porto e far affluire così rinforzi in modo più costante ed efficace anche utilizzando navi civili come unità Ro-Ro (Roll On – Roll Off). Non è da escludere anche una manovra più a sud, nell’area della città di Kaohsiung, dove esiste un altro importante scalo aereo, ma probabilmente sarebbe effettuata come diversivo per stornare le forze dagli attacchi principali.

Pechino avrebbe necessità, subito prima o in concomitanza con lo sbarco, di eliminare la minaccia delle isole taiwanesi che costellano lo specchio d’acqua dello Stretto e anche quegli atolli che Taipei controlla nel Mar Cinese Meridionale: riteniamo che la Cina, per non disperdere le forze, potrebbe optare per un’azione di tipo aeronavale per mettere fuori uso le infrastrutture di quelle isole piuttosto che effettuare uno sbarco anfibio.

La capacità anfibia della Cina

Le capacità di guerra anfibia cinese è affidata a due forze: quattro Divisioni dell’esercito di armi combinate anfibie e la fanteria di marina (Marines) organizzata su due Brigate ciascuna da 6mila uomini. Queste due forze hanno ruoli molto diversi all’interno del Pla (People’s Liberation Army): Le divisioni anfibie sono pensate come forza successiva e post-sbarco destinata a operazioni di combattimento ad alta intensità, quindi sono più pesantemente armate, mentre i Marines sono quelli che effettuano lo sbarco vero e proprio.

Questa forza può contare su un programma di costruzioni navali ad hoc iniziato almeno due decenni fa che vede la presenza di diverse unità per la guerra anfibia: Lpd (Landing Platform Dock) classe Type 071 (almeno otto unità di cui cinque già in servizio), Lst (Landing Ship Tank) Type 072A (circa 32), quattro Lcac (Landing Craft Air Cushion) classe “Zubr” e altrettanti più piccoli classe Type 726 insieme alle Lhd (Landing Helicopter Dock) della classe Type 075 il cui numero totale dovrebbe ammontare a otto e di cui due sono già state completate mentre la terza è in fase di ultimazione delle prove in mare.

Questo dispositivo verrebbe protetto dalla flotta cinese, che sarebbe chiamata in massa non solo per operare a sud, nord ed est di Taiwan, ma anche nello Stretto per proteggere la forza da sbarco contrastando l’attività dei sottomarini e dell’aeronautica di Taipei, e per azioni di supporto di fuoco durante e dopo lo sbarco stesso.

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