Guerra /

L’Uss Milius, un cacciatorpediniere americano classe Areligh Burke, fa rotta verso un punto del Mar Cinese Orientale compreso tra l’arcipelago giapponese e Shangai, non lontano da quel confine immaginario, individuato dalle propaggini meridionali della Penisola di Corea, che lo fa diventare Mar Giallo.

Un pattugliatore della Us Navy, un Boeing P-8 Poseidon, ha individuato tre vascelli sospetti fermi in mezzo al mare con il transponder spento, così la piccola squadra navale composta dal Milius e da un cacciatorpediniere di scorta giapponese, il Jintsu della classe Abukuma, si dirige a tutta forza verso il punto mare indicato dal velivolo della Marina statunitense.

La missione del Milius è quella di individuare tutte le navi che stanno aggirando l’embargo decretato dall’Onu verso la Corea del Nord a seguito dello sviluppo del programma atomico e missilistico di Pyongyang, che è stato solo apparentemente congelato da Kim Jong-un dopo il vertice di Singapore dello scorso anno.

Una forza aeronavale multinazionale, composta da Usa, Giappone, Francia, Regno Unito, Corea del Sud, Canada, Australia e Nuova Zelanda, è a disposizione dell’Onu per raccogliere informazioni e per cercare di scongiurare l’aggiramento del regime sanzionatorio da parte della Corea del Nord.

Sono quasi due milioni i chilometri quadrati di mare interessati da questa attività (1 milione 812 mila) individuati principalmente in due aree: la prima, la più vasta, nel Mar del Giappone e la seconda nella parte settentrionale del Mar Cinese Orientale. Ce n’è anche una terza, più piccola, nel Mar Giallo proprio dove questo si restringe tra le coste nordcoreane e quelle cinesi, non molto lontano dall’importante scalo marittimo e terminal petrolifero di Nampo.

La caccia alle cisterne pirata

Il Milius ed il Jintsu sono coordinati in questa attività dall’Uss Blue Ridge, una nave comando da assalto anfibio (tipo Lcc) di base a Yokosuka, comando della Settima Flotta americana. Prima di far rotta verso il Mar Cinese Orientale erano, come ci riporta il Wall Street Journal, all’inseguimento di una cisterna nordcoreana, la Kum Un San, che stava navigando verso sud lungo la costa orientale della Corea per raggiungere un punto di mare noto per essere sede di attività di trasferimento illegale di petrolio.

La Corea del Nord, infatti, a causa dell’embargo a cui è sottoposta, non può importare più di 500mila barili di greggio l’anno, ma l’attività illegale di importazione, anche tramite navi cisterna battenti bandiera di comodo, permette a Pyongyang di riceverne sette volte questo valore.

Per questo una flotta aeronavale congiunta sta pattugliando, sotto l’egida dell’Onu i cui ispettori sono gli unici autorizzati ad abbordare il naviglio sospetto, i mari che circondano la Corea del Nord.

Il traffico illecito di greggio e prodotti petroliferi diretti verso Pyongyang è infatti in costante aumento e ha raggiunto il suo picco proprio nel mese di marzo.

Molto spesso, come anche nel caso specifico dell’intercettazione compiuta dal Milius e dal Jintsu, le navi che trasbordano queste risorse verso quelle nordcoreane battono bandiera cinese.

La cisterna intercettata, l’Oceanic Success registrata in Mongolia e di proprietà di una compagnia di Hong Kong posseduta però da un’altra con sede a Taiwan, è affiancata, infatti, da due vascelli cinesi che, alla vista del caccia americano, sbrigativamente se ne staccano per dileguarsi verso le proprie acque territoriali.

Il sistema di, perdonate il gioco di parole, “scatole cinesi” per coprire il traffico illecito risulta quindi evidente. Il Milius però, non interviene direttamente e a spiegare perché al cronista del Wall Street Journal è l’ufficiale di rotta tenente Charles Garner: “La misura del successo della nostra missione si avrà quando faremo rapporto alle Nazioni Unite”.

Lo scopo è infatti solo quello di raccogliere informazioni per l’Onu e nel contempo cercare di impedire i traffici con la propria sola presenza. Una presenza però scomoda non solo per la Corea del Nord.

Il doppio gioco della Cina

La Cina, oltre a sembrare coinvolta direttamente nel traffico illecito di greggio, invia spesso i suoi cacciatorpediniere a fare da “ombra” al naviglio militare della forza multinazionale dell’Onu.

In più di una occasione, infatti, i cacciatorpediniere americani o nipponici sono stati seguiti a breve distanza da quelli cinesi con lo scopo di controllarne gli spostamenti nel Mar Cinese Orientale che rappresenta anch’esso una zona calda non solo per la questione del traffico mercantile illecito diretto verso la Corea del Nord.

Non è la prima volta che l’apparato di pattugliamento “alleato” ha individuato la violazione dell’embargo da parte di navi cinesi o comunque riferibili a società cinesi: l’anno scorso, e per tutta la durata dell’embargo, più di una cisterna battente bandiera cinese è stata scoperta in attività illecite di trasferimento di petrolio verso navi battenti bandiera nordcoreana.

Nell’aprile del 2017, quindi nel pieno della crisi coreana, la Cina ha accolto, con molta fatica, la richiesta di Washington di chiudere i propri porti ai mercantili carichi di carbone nordcoreano.

Non è infatti un mistero che dietro una parte consistente dello sviluppo missilistico della Corea del Nord ci sia la Cina, che, oltre a fornire i mezzi come i veicoli Tel (Transporter Erector Launcher) per i missili balistici, ha anche fornito parte della tecnologia che ha permesso alla Corea del Nord di testare con successo il suo primo missile balistico intercontinentale veramente efficace.

Sebbene formalmente Pechino aderisca all’embargo verso il suo prezioso – ma a volte scomodo – alleato nordcoreano, risulta evidente che, se pur non ufficialmente, la Cina stia aiutando la Corea del Nord ad uscire dalla morsa delle sanzioni.

L’effetto, come evidenziato dalle ricognizioni satellitari, è stato quello di aver messo in condizione Pyongyang di riprendere, lentamente e in modo seminascosto, l’attività del suo programma atomico e missilistico, che, siamo sicuri, Kim Jong-un utilizzerà ancora una volta come carta da giocarsi al prossimo vertice con gli Stati Uniti a fronte dell’attuale cristallizzazione dei rapporti in un limbo che dura da più di un anno e che il recente vertice di Hanoi ha solo dimostrato agli occhi del mondo.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.