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L’industria della difesa si muove su un triplice binario. Da una parte c’è l’interesse dell’azienda, dall’altra quello nazionale e infine quello più velatamente “diplomatico”. Ogni volta che nasce un accordo internazionale tra un’azienda strategica di un Paese e una estera la sinergia non rappresenta solo un nuovo capitola della vita di un’azienda, ma anche un messaggio strategico rivolto al proprio Paese e a quelli coinvolti o meno nelle stesse dinamiche. Del resto il mezzo militare è appunto, per definizione, uno strumento che serve a uno scopo: che è appunto quello prescelto dal Paese che se ne dota.

La premessa è importante per capire cosa si nasconde dietro un accordo passato in sordina – come spesso accade in Italia – ma che può avere dei risvolti particolarmente interessanti. L’accordo in questione è quello tra Naviris, la joint venture alla pari di Fincantieri e la francese Naval Group, con gli spagnoli di Navantia. Pochi giorni fa, è stata pubblicata una nota congiunta attraverso la quale si è compreso che i due (tre) gruppi avevano siglato un Memorandum of Understanding per ampliare la cooperazione industriale legata al programma European Patrol Corvette (Epc). Il programma rappresenta a oggi uno dei pilastri della Pesco, la difesa comune europea, nell’ambito più propriamente navale.

Il programma Epc ha lo scopo di creare nuove unità da pattugliamento basate su una forma di cooperazione il più possibile allargata ai partner europei. Il coinvolgimento di Italia, Francia, Spagna e Grecia è già una realtà particolarmente importante, dal momento che materializza la cooperazione tra le quattro più importanti Marina mediterranee dell’Unione europea. Ma l’idea è quella di allargare ancora di più il novero dei Paesi coinvolti, specialmente perché l’Italia, che ne ha assunto il coordinamento, ha tutto l’interesse affinché questo progetto vada in porto in modo efficace e nel minor tempo possibile. Un interesse nazionale non solo a guidare il progetto, ma anche perché per accedere ai miliardi del nascente fondo Edf (Fondo europeo di Difesa) è necessario che vi siano almeno tre industrie da altrettanti Paesi membri dell’Unione europea. In ballo ci sono quasi otto miliardi di euro che saranno messi a disposizione per i prossimi sei anni. E la capacità di avere progetti efficienti ed europei aiuterà a mettere la Pesco in cima all’agenda della stessa Unione europea. Se il progetto è a guida italiana, tanto meglio.

Ma a cosa serviranno esattamente queste navi? La domanda sorge spontanea dal momento che il Mediterraneo è un mare molto particolare, con interessi che non coincidono molto spesso tra Paesi rivieraschi e dove ogni Marina ha una propria struttura, propri compiti e soprattutto una strategia ben delineata e evidentemente non convergente con quella degli altri Stati.

L’idea, in base a quanto si evince dalla nota pubblicata da Fincantieri, è quella di creare unità di superficie “finalizzate principalmente a migliorare la conoscenza dello scenario marittimo, la superiorità di superficie e la power projection. In particolare, il riferimento è alle iniziative governative in tempo di pace, come quelle volte a contrastare la pirateria e il contrabbando, oltre alle azioni dedicate all’assistenza umanitaria, al controllo dei flussi migratori e alla libertà di navigazione”.

Compiti particolarmente importanti, senza alcun dubbio. Ma alcuni esperti puntano il dito sull’assenza di un elemento che invece dovrebbe essere dirimente: la protezione delle zone economiche esclusive, le cosiddette Zee.

Una svista? La nota diramata non lo dichiara apertamente, certo, ma potrebbe rientrare in uno dei casi citati. Eppure il dubbio rimane, soprattutto perché da una parte la protezione delle zone economiche esclusive è compito della Marina militare – l’articolo 115.1 del codice dell’ordinamento militare parla chiaro – e quindi ciò comporterebbe un impiego di queste corvette, ma anche perché l’inserimento di questa funzione specifica implicherebbe un messaggio preciso: l’interesse strategico per la protezione delle Zee.

Può apparire un tema di ordine secondario quello della protezione delle zone economiche esclusive. Tuttavia, non va dimenticato che nel Mediterraneo è in corso una partita accesissima e molto complessa tra Paesi proprio per la delimitazione e il riconoscimento di queste aree. Si pensi ai negoziati tra Italia, Slovenia e Croazia, al ruolo che le Zee hanno nella definizione dello sfruttamento delle risorse del Mediterraneo orientale, al duello tra Grecia e Turchia o anche ai rapporti tra Italia e Algeria. Le Zee non sono solo aree disegnate su carte geografiche, ma veri e propri elementi imprescindibili per qualsiasi strategia marittima, soprattutto quando si ha a che fare con Paesi che cercano di strappare risorse ai propri vicini.

Come spiegano a InsideOver fonti a conoscenza del dossier, il fatto che queste corvette non siano specificamente votate alla sorveglianza della Zee nazionale – che si esplica in applicazione della legge dello Stato e dissuasione delle intrusioni di altri – è un nodo da sciogliere al più presto. Una nave di 3mila tonnellate, lunga 100 metri e pronta a sostituire pattugliatori e fregate non appena entrata in servizio, non può non avere la difesa della zona economica esclusiva come obiettivo dichiarato. L’Italia ha già alcuni pattugliatori con questo obiettivo, ma è chiaro che in attesa di un piano che includa tutte le unità della Marina, sia necessario chiarire come l’Italia proteggerà le proprie Zee. Le corvette Erp potrebbero essere un buon inizio.

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