L’assedio delle forze di Haftar aveva per certi versi “giustificato” i gravissimi disservizi di cui soffre la popolazione libica. Dopo la ritirata del “feldmaresciallo”, gran parte della popolazione si aspettava dei miglioramenti che, tuttavia, non sono mai arrivati. Al contrario, i danni alla rete elettrica, il blocco della produzione petrolifera, la pressoché totale mancanza di efficientamento energetico degli edifici libici hanno influito pesantemente sui black out che durano anche 18-20 ore nella capitale. In queste condizioni, anche i generatori più potenti, alimentati con carburante e non progettati per rimanere in funzione tutto questo tempo, vanno in tilt: perfino le istituzioni nazionali e le ambasciate straniere rimangono senza luce, disconnessi dal mondo. Il ritardo nel pagamento di stipendi e pensioni, unito all’impossibilità di ritirare valuta sufficiente e allo strapotere delle milizie che “taglieggiano” chi fa la fila per il bancomat, ha reso la situazione insopportabile. Le proteste di Tripoli, in questo senso, appaiono ampiamente giustificate, ma è difficile pensare che siano del tutto spontanee. Il tempismo delle dimostrazioni è strano: proprio nel bel mezzo di un negoziato con la Cirenaica, faticosamente avviato su impulso degli Stati Uniti, che dovrebbe portare il paese a nuove elezioni a marzo. La situazione è disastrata da anni, perché protestare solo ora?

Sarraj contro Bashaga

La verità è che le proteste della Tripolitania si inseriscono nella contesa fra i due principali leader del fronte filo-turco: da una parte il premier Sarraj e dall’altra il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, potente uomo della “città-Stato” di Misurata, la “Sparta libica” come la definì l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Come sottolinea l’Agenzia Nova, non è causale “che a Tripoli – dove le Forze di deterrenza speciale (Rada) vicine al ministro dell’Interno sono molti forti – i manifestanti abbiano scandito slogan contro Sarraj mentre a Zawiya, dove il premier è più forte, si siano levati cori contro il potente ministro dell’Interno, originario della città-Stato di Misurata”. L’impressione è che lo stallo militare e l’avvio dei negoziati con la Cirenaica abbia fatto riemergere rancori e tensioni a malapena sopite. La sequela di eventi dell’ultima settimana aiuta a chiarire le idee. Lunedì 24 agosto, dopo due giorni di proteste di fila, Sarraj denuncia che “alcuni gruppi, anche armati, si sono infiltrati tra i manifestanti e hanno danneggiato beni pubblici e privati, e questo non lo accettiamo”. Nella stessa dichiarazione televisiva, il premier preannuncia un rimpasto di governo e ordina al ministero dell’Interno di “proteggere i manifestanti e non attaccare coloro che creano tensioni”. Ma le proteste continuano, e giovedì 27 agosto Bahsaga emette un durissimo comunicato contro le milizie che hanno sparato “alla cieca e con munizioni vere” sui manifestanti di Tripoli, minacciando “l’uso della forza per proteggere i civili”. Peccato che le milizie a cui fa riferimento Bashaga in teoria garantiscono la sicurezza (o minacciano l’incolumità, il confine qui è labile) di Sarraj.

Milizie contro milizie

La risposta delle milizie non si fa attendere. “Il malvagio gruppo dei Fratelli Musulmani cerca di raggiungere il potere in qualsiasi modo, manipolando e le manifestazioni e usandole a proprio vantaggio”, si legge un comunicato della Forza di protezione di Tripoli, denunciando le “dichiarazioni contrastanti” rilasciate dal ministro dell’Interno “che non sono diverse dalle posizioni contraddittorie prese durante la guerra di Tripoli dello scorso anno”. Vale la pena ricordare che la Forza di protezione di Tripoli è un’alleanza fra gruppi armati che annovera al suo interno la Brigata Tripoli, nota anche come Brigata Rivoluzionaria Tripoli; la Brigata Nawasi, nota anche come Ottava Forza Nawasi; la Forza di intervento di Abu Slim, nota anche come Ghneiwa; e la Brigata Bab Tajura. Secondo fonti di Amnesty International, almeno sei manifestanti sono stati sequestrati durante gli scontri da persone collegate alle milizie di Al Nawasi. Da tempo il ministero dell’Interno guidato da Bashaga – anche su insistenza della comunità occidentale – cerca di ridurre l’influenza e il ruolo di queste milizie: la guerra con Haftar ha fermato il processo, ma ora che non c’è più un nemico alle porte della città i nodi vengono al pettino.

Lo schiaffo di Sarraj

In una mossa sorpresa, venerdì 28 agosto il Consiglio presidenziale decide la “sospensione precauzionale del ministro dell’Interno delegato, Fathi Ali Bashagha”, e gli richiede di presentarsi davanti a una commissione d’inchiesta amministrativa “entro e non oltre 72 ore dalla data dell’emissione di questa decisione”. La risposta di Bashaga, sospeso nel bel mezzo di una visita ufficiale in Turchia, è scomposta: “Chiedo che la seduta d’inchiesta sia pubblica e trasmessa dai mezzi di stampa in diretta per evidenziare i fatti dinanzi a voi e allo spettabile popolo libico, fonte di legittimità, primo e ultimo”. Una richiesta, quella di essere processato in diretta televisiva, che appare difficilmente realizzabile perché se realizzata metterà a dura prova la stabilità dell’intero sistema governativo di Tripoli: Bashaga, in altre parole, minaccia di scoprire gli altarini senza un passo indietro di Sarraj. La situazione è grave al punto che l’ambasciata degli Stati Uniti in Libia ha dovuto richiamare all’ordine i due contendenti. Di sicuro il principale sconfitto di tutta questa vicenda, oltre al popolo libico che dopo anni di guerre e stenti non merita certo una classe dirigente che si cannibalizza a vicenda, è il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan: la Libia non è certo la Siria, e il “sultano” probabilmente non si immaginava un simile pantano.

Tutta la Libia in tumulto

Tripoli in questo momento è sotto i principali riflettori, è lì che si concentrano le manifestazioni più importanti ed è lì che hanno sede le dinamiche più complesse per comprendere il futuro del governo libico. Ma anche nell’est del Paese nordafricano che si stanno verificando altre proteste e altre violenze. Del resto, è ricollegabile al timore delle autorità della Cirenaica di vedere esplodere l’insofferenza della popolazione locale la decisione, avallata in primo luogo dal generale Haftar e dal suo Libyan National Army, di riaprire i pozzi petroliferi. Senza energia e senza introiti, l’est della Libia a più riprese ha rischiato di veder definitivamente deteriore le condizioni di vita dei cittadini. La situazione comunque, rispetto all’ovest, sotto il profilo dell’ordine pubblico appare più tranquilla anche se non sono mancati scontri e arresti a Bengasi durante quest’ultimo mese.

Disordini più marcati invece sono stati segnalati a Sirte, dove anche la tribù dei Qaddafa, di cui faceva parte il rais Muammar Gheddafi, sta rialzando la testa creando più di un grattacapo al feldmaresciallo Haftar. È proprio in questa città che al momento insiste il fronte più delicato del conflitto. Il suo territorio dallo scorso 6 gennaio è sotto il controllo del generale Haftar, ma da luglio le milizie del Gna hanno ripreso ad avanzare specialmente dopo le conquiste in Tripolitania delle città strategiche di Sabratha e Tarhouna. Sirte, su proposta del presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh, è stata indicata come possibile sede provvisoria del futuro consiglio presidenziale. Dall’Egitto invece, durante l’estate sono giunte proposte volte a trasformare Sirte in una sorta di “zona rossa” mentre nelle settimane passate si è vociferato sulla possibilità di attuare in questo territorio una missione internazionale per dividere le principali parti in causa. Per adesso però, si sa soltanto che la popolazione è stremata dagli anni di guerra e dall’incertezza che regna in questa zona. Sono state organizzate manifestazioni, alcune delle quali secondo fonti locali represse con arresti e scontri. Situazione tesa anche nel Fezzan, la regione desertica della Libia, dove l’instabilità e l’assenza di sicurezza già da anni alimentano l’insofferenza della popolazione.

Che fine farà la proposta di cessate il fuoco?

Occorre adesso comprendere il destino del cessate il fuoco di cui hanno parlato dopo ferragosto il premier Fayez Al Sarraj e Aguila Saleh. Il primo ha proposto un processo che porti a nuove elezioni, il secondo invece ha parlato di nuovo consiglio presidenziale composto da tre membri. Posizioni divergenti ma che vanno comunque verso la volontà di una cessazione dei combattimenti e della definitiva ripresa dell’estrazione del petrolio. Tuttavia, tanto a Tripoli quanto a Bengasi non tutti hanno accolto con entusiasmo queste iniziative a cui anzi è possibile far risalire le proteste e la confusione degli ultimi giorni. Nell’ovest sono molte milizie a rigettare il cessate il fuoco, in Cirenaica è stato Haftar in persona a bollare in chiave negativa i punti salienti del possibile accordo. Difficile al momento verificare la fine che farà la proposta di cessate il fuoco, dietro la quale è stato possibile scorgere lo zampino soprattutto degli Stati Uniti.

 

 

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