La regione del Corno d’Africa sta attraversando il più grave periodo di siccità degli ultimi quarant’anni, secondo l’International Rescue Committee (Irc). L’Etiopia e la Somalia in particolare sono quelle più soggette e figurano entrambe nella Emergency Watchlist 2022 dell’Irc come paesi a rischio umanitario. La guerra in Ucraina ha dato un ulteriore botta ai due paesi a causa dell’aumento dei prezzi che ha causato. 

Siccità, carestia, fame

Il cambiamento climatico si sa, ha cambiato territori ed aspettative dell’intero globo e il Corno d’Africa è una delle zone che è stata più colpita. Qua la siccità ha prosciugato la maggior parte delle fonti d’acqua e di conseguenza i raccolti, già scarsi, e l’allevamento di bestiame sono diventati quasi impossibili. La terra è arida, e non solo nelle zone desertiche o storicamente aride, ma anche in zone prettamente pluviali e quindi più fertili dell’Etiopia e della Somalia. Secondo le nazioni unite la siccità ha obbligato più di 13 milioni di persone alla fame. In Somalia quasi un terzo della popolazione, che già vive sotto la soglia di povertà a causa della crisi economica, non riesce più a nutrirsi. L’Etiopia a causa della guerra con l’Eritrea nella regione del Tigray, a nord del paese, ha milioni di persone da dover sfamare attraverso aiuti umanitari, nonostante la mancanza di mezzi. Qua l’insicurezza alimentare è più diffusa che mai negli ultimi sei anni. Si teme che la continua siccità possa portare a una perdita di vite enorme come accadde nel 2011 quando uscire 260.000 persone solo in Somalia. Il surriscaldamento globale sta peggiorando enormemente il fenomeno della siccità poiché la regione è soggetta  a variazioni di temperature troppo frequentemente alternando periodi di siccità a periodi piovosi da un decennio a un altro. Le temperature diventano estreme e i periodi di pioggia portano a catastrofi naturali con inondazioni inusuali e catastrofiche per il territorio. 

Ricordiamo anche l’evento devastante dell’infestazione di locuste a inizio 2020 provenienti dalla penisola araba che distrusse 300.000 tonnellate di cereali e centinaia di migliaia di ettari di terra coltivata. Anche la mano umana ha contribuito a ridurre le attività agricole della popolazione: la guerra civile in Etiopia e l’intensificarsi del conflitto etnico in Sudan hanno tutti contribuito alla distruzione di fattorie, all’esaurimento dei raccolti e a un peggioramento della crisi alimentare. Gli stati interessati non hanno i mezzi finanziari e tecnici per salvaguardare il territorio e per far fronte alla perdita degli agricoltori e dei pastori. I budget dipendono dagli aiuti internazionali. La regione ha quindi un disperato bisogno di aiuti internazionali ma l’ONU ha annunciato che solo il 3% dei 6 miliardi di dollari saranno stanziati a Etiopia, Somalia e Sud Sudan mentre il World Food Program ha annunciato di aver bisogno di 470 milioni di dollari entro settembre per sopperire alla carestia, soprattutto in Somalia.

Gli effetti della guerra in Ucraina

Le catene di approvvigionamento alimentare e ali aiuti internazionali erano già stati ridotti all’osso con la pandemia da Covid-19 e ora con lo scoppio della guerra in Ucraina e con il conseguente aumento dei prezzi del cibo, la situazione è diventata catastrofica. I programmi di aiuti si sono ridotti e il World Food Program ha dovuto drasticamente ridurre i pacchetti di aiuti ai rifugiati in Medio Oriente e in Africa Orientale. Quest’ultima dipende quasi completamente da grano, soia e orzo ucraino e russo: importa 84% del suo grano, dei quali 725 DALLA Russia e 18% dall’Ucraina. L’Eritrea ne dipende interamente.

 

Altra onerosa conseguenza è quella dell’aumento dei prezzi che obbliga una grande fetta della popolazione alla fame e gli agricoltori a non poter più sostenere i costi di produzione. In Somalia il carburante è aumentato del 30%, 20 litri di olio sono passati da 32 a 55 dollari e il costo dei fagioli è raddoppiato. Il prezzo del pane, uno dei mezzi di sostentamento della popolazione, è raddoppiato dall’inizio dell’invasione russa e le importazioni di grano sono diminuiti del 60% secondo l’Islamic Relief. I paesi si ritrovano così a elemosinare aiuti umanitari che scarseggiavano già dall’inizio della guerra e il World Food Program ha annunciato che a causa dell’inflazione il prezzo dei pacchetti è aumentato del 23% (36% in Somalia e 66% in Etiopia) portando così l’organizzazione a decidere a chi destinare i pacchetti, facendo compromessi. 

Il problema che affligge questi paesi più di quelli in Medio Oriente e Nord Africa è quello dell’incapacità dei governi di far fronte all’emergenza. In un intervista realizzata da Voa News a Peter Kamalingin, capo del programma Pan Africa di Oxfam International, si evince che gli stati in questione hanno dovuto far fronte a un crescente problema di debito pubblico e che almeno due terzi delle spese vengono impiegato proprio in questo. Ciò significa che poco o niente rimane per gli investimenti o per gli aiuti ad agricoltori e piccoli imprenditori adesso in difficoltà a causa della guerra in Ucraina. I governi non investono in niente ed il carico arriva sulle spalle delle famiglie che con l’aumento dei prezzi si ritrova a non saper cosa mettere in tavola.

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