La rottura del silenzio da parte di Vladimir Putin alle porte del Natale ha avuto come oggetto l’alleato di ferro bielorusso: oggi incontrerà, infatti, Alexander Lukashenko al Palazzo dell’Indipendenza di Minsk durante la sua “visita di lavoro” in Bielorussia: così aveva dichiarato il servizio stampa presidenziale bielorusso lo scorso 16 dicembre.

Putin vuole mettere Minsk con le spalle al muro

La mossa si presta a una pluralità di significati ora che il generale inverno sembra congelare in ogni senso le manovre russe in attesa della primavera. Il sedentario leader russo che si sposta per raggiungere il suo accolito, l’unico forse realmente affidabile (fino a prova contraria) è già di per sé una grossa notizia: un leader in guerra è un facile bersaglio, soprattutto se, come Putin, non si sposta verso est, verso eventuali partner, ma verso l’Europa. La visita di Putin ad Lukashenko sarà la prima a Minsk dal 2019: per il comando militare ucraino non ci sono dubbi sui perché della “missione” del leader del Cremlino.

L’ipotesi più plausibile è che quello di Putin sia un viaggio che vada a impartire ordini e ottenere appoggio senza limiti. Lo scorso ottobre, nel bel mezzo di una nuova escalation di violenza sulle città russe, Putin e Lukashenko avevano optato per lo schieramento di “un gruppo regionale congiunto di truppe“. La base, come aveva detto più volte il presidente bielorusso, sarebbero stati l’esercito, le forze armate della Repubblica di Bielorussia. Si trattava, tuttavia, di una chiamata alle armi, ma non di un’invasione da nord che, nei fatti, non si è verificata. In quell’occasione si era inoltre reso protagonista di un mezzo scivolone ai danni delle forze russe, dichiarando di non potersi aspettare un supporto massiccio da parte di Mosca, ammettendo, indirettamente, che per la Russia le cose sul campo si stessero mettendo male.

Adesso però è giunto il tempo di misurare sul campo la fiducia reciproca: di fronte a questo stress test, Lukashenko è praticamente con le spalle al muro. Alcuni analisti militari sostengono che si tratti di uno stratagemma per costringere l’Ucraina a impegnare forze nei settori settentrionali, in modo che sia più esposta agli assalti russi altrove. Un importante dato da registrare è che il 13 dicembre scorso la Bielorussia ha avviato un’ispezione improvvisa per verificare la prontezza operativa delle proprie forze: esercitazioni sarebbero in corso nella parte nordoccidentale del Paese, lontano dal confine ucraino. La Russia ha inoltre recentemente dispiegato in Bielorussia unità extra di riservisti mobilitati. Tuttavia, secondo l’intelligence britannica è improbabile che le truppe bielorusse e le unità russe impegnate nelle esercitazioni costituiscano attualmente una forza in grado di condurre con successo un nuovo assalto nel nord dell’Ucraina.

L’effetto spauracchio

Una visita di Putin a Minsk non ha lo stesso valore emotivo di altri tour compiuti dal capo del Cremlino negli ultimi mesi, come quello a Samarcanda, ad esempio, mancata passerella per le richieste russe. Tuttavia, se da un lato l’incontro con Lukashenko tradisce una certa debolezza della catena di comando a Mosca, potrebbe trattarsi di una strategia volta a spaventare l’Europa e l’Occidente.

Il primo effetto è senza dubbio quello di spaventare l’Ucraina, ove il timore di un nuovo assalto verso Kiev prende forma. Non bisogna dimenticare che questa non è un’ipotesi azzardata: la Bielorussia ha permesso che il suo territorio fosse utilizzato come trampolino di lancio per l’invasione da parte di Mosca il 24 febbraio, ma non si è unita direttamente ai combattimenti anche se Lukashenko ha ripetutamente affermato di non avere alcuna intenzione di inviare truppe del suo paese in Ucraina.

Kiev e le aree circostanti sono state nuovamente attaccate questa mattina, con l’amministrazione militare della capitale ucraina che ha affermato che nove droni Shahed di fabbricazione iraniana sono stati abbattuti nello spazio aereo di Kiev. “I sistemi di difesa aerea sono al lavoro nella regione”, ha dichiarato su Telegram Oleksiy Kuleba, governatore della regione di Kiev. Si sono sentite diverse forti esplosioni, ma non è stato subito chiaro se si trattasse di sistemi di difesa aerea che distruggono i droni o di droni che colpiscono i loro bersagli. Domenica Zelenskyy ha nuovamente chiesto alle nazioni occidentali di rafforzare le difese aeree dell’Ucraina dopo che settimane di attacchi aerei russi hanno preso di mira la rete energetica del paese mentre si avvicinava un gelido inverno.

Il leader ucraino ha affermato che la corrente elettrica è stata ripristinato a tre milioni di ucraini in più nelle ultime 24 ore a seguito di un massiccio attacco missilistico alle infrastrutture elettriche venerdì che ha ucciso tre persone e danneggiato nove centrali elettriche. Nel frattempo, le forze armate tengono duro nella città di Bakhmut, teatro dei più feroci combattimenti nel Paese per molte settimane mentre la Russia tenta di avanzare nella regione di Donetsk nell’Ucraina orientale. Anche Kherson torna sotto attacco: lo riferisce il vice capo dell’ufficio di presidenza ucraino, Kyrylo Timoshenko, via Telegram. “L’edificio dell’Amministrazione statale regionale di Kherson è stato nuovamente danneggiato”, ha fatto sapere Timoshenko.

Con Putin a poche centinaia di kilometri dall’Ucraina, l’intensificarsi degli attacchi e i continui down che lasciano al buio per ore l’Ucraina, lo spettro dell’invasione da nord si sta trasformando in una drôle de guerre nella quale c’è chi minaccia una nuova invasione e chi dichiara di temerla: ciononostante, per fortuna, nulla di nuovo sul fronte settentrionale.

Una reprimenda contro Minsk?

La visita di Putin a Mosca, tuttavia, potrebbe essere una reprimenda nei confronti di Lukashenko. Il leader bielorusso ora potrebbere essere costretto ad abbandonare il basso profilo che si giustifica con il timore di rivolte interne. Ergo, questo è il momento o di prendere le distanze dalla Russia o di entrare in una guerra totale. Del resto, Lukashenko è colui il quale, mesi fa, aveva annunciato: “Non ci sarà mobilitazione. Non ci mobiliteremo”.

Questa tesi, nonostante i due leader continuino a motivare l’incontro con discussioni “tecniche” e commerciali, sale di valore anche alla luce dei toni polemici che Lukashenko ha assunto verso Mosca. Il presidente bielorusso ha affermato che le scadenze per la creazione di un mercato unico del gas con la Russia non sono state rispettate. “Ricordo che il programma per la creazione di un mercato unico del gas (con Mosca) prevede misure e scadenze precise, che purtroppo credo non siano state rispettate. Sono state semplicemente interrotte. Chi ne è responsabile e come rimedieremo a questa situazione?”, ha dichiarato Lukashenko secondo quanto riporta l’agenzia di stampa di Stato bielorussa Belta. L’insolita dichiarazione era arrivata insieme alla notizia della visita a Minsk del presidente russo. La stessa Belta aveva precisato che nell’incontro fra i due leader saranno affrontati diversi dossier e che quello della cooperazione energetica sarà tra i principali.

Di certo, Lukashenko non dorme sogni tranquilli. Sa bene di essere l’unico vero alleato russo e non può sciogliersi da questo vincolo ora che il gioco si fa duro. Secondo il Robert Lansing Institute, Minsk potrebbe addirittura cadere nelle mani di Mosca. La Bielorussia pone due problemi, infatti: non ha le forze per sostenere da sola un’invasione da nord dell’Ucraina e deve comunque badare al fronte interno. Da parte del Cremlino, i piani paventati dagli analisti sarebbero due: mettere in piedi un falso tentativo di uccidere Lukashenko, con l’obiettivo di intimidirlo o addirittura l’uccisione dello stesso presidente bielorusso. I rumors su un eventuale attentato a Lukashenko hanno cominciato a circolare proprio a poche ore dalla morte improvvisa di Vladimir Makei, ministro degli esteri della Bielorussia.

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