La presa di Mariupol da parte dei russi potrebbe rappresentare un punto di svolta nel conflitto. Il controllo sulla città portuale consentirebbe a Mosca di rendere attuale il corridoio di collegamento tra la Crimea e il Donbass. Verrebbero cioè a unirsi fisicamente le tessere del mosaico del 2014, l’anno in cui la Crimea è stata annessa alla Russia e nel Donbass sono sorte le due repubbliche separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. Un obiettivo forse minimo, una sorta di “Piano C” per Putin. Ma che già potrebbe bastare per proclamarsi vincitore e aprire di fatto delle trattative.

Perché Mariupol è così importante

A prima vista potrebbe sembrare una contraddizione. Da circa un mese, da quando il 24 febbraio scorso è iniziata la guerra, si parla di Russia in difficoltà in Ucraina. Eppure oggi potrebbe già conseguire un primo significativo successo. In realtà la conquista di Mariupol altro non sarebbe che un “obiettivo minimo”. A Mosca speravano di prenderla senza assedio e senza sferrare continui attacchi sulle infrastrutture. Al contrario, hanno dovuto usare sulla città la mano pesante anche perché il Battaglione Azov, costituito dagli ultra nazionalisti ucraini e che qui ha dal 2014 posto la sua principale base, di resa non ne vuol sentir parlare. Dunque il successo militare del Cremlino a Mariupol non può identificarsi con un successo a tutto tondo delle operazioni in Ucraina. Potrebbe essere però un primo vantaggio tattico da esibire in sede di negoziato.


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Come detto, mettere gli scarponi sul porto ucraino principale del Mar d’Azov permette alla Russia di collegare fisicamente Donbass e Crimea. Esiste quindi la concreta possibilità di creare uno Stato oppure più nuove entità statali cuscinetto. In tal modo Mosca priverebbe Kiev di un essenziale sbocco sull’Azov e darebbe alle regioni del Donbass il controllo di uno degli scali più strategici. Vladimir Putin potrebbe iniziare a parlare così di successo. La nuova geografia raggiunta con le recenti avanzate su Mariupol gli andrebbe anche bene. Dunque il Cremlino inizierebbe a trattare da una posizione di maggior vantaggio rispetto a prima, chiedendo quindi all’Ucraina di riconoscere se non l’attuale stato dell’arte sul campo quanto meno l’annessione alla Russia della Crimea e l’indipendenza delle repubbliche separatiste. Mariupol è un primo importante crocevia del conflitto. Non è un caso se i russi stanno cercando di prenderla a tutti i costi, mentre dall’altro lato gli ucraini non vogliono arrendersi nonostante l’impossibilità di tenere a lungo le posizioni.

Il rischio di uno stallo

Mariupol è destinata a essere crocevia, ma non a essere la svolta decisiva. Perché lo spettro più importante adesso riguarda proprio le trattative. La Russia ha portato a casa un primo importante successo strategico, l’Ucraina dal canto suo però può vantare il controllo di buona parte delle città attaccate da Mosca in questo mese di guerra. A Kiev, a Kharkiv, a Sumy, a Chenihiv, le truppe russe non hanno sfondato e quelle ucraine sono riuscite a difendersi. Perché dunque, è il pensiero che riecheggia in ambito diplomatico, il presidente Zelensky dovrebbe abdicare o cedere territori? Quest’ultimo sarebbe un segnale di resa. Ma con una guerra tecnicamente non persa, una resa per Kiev potrebbe essere politicamente poco opportuna.

Ci sarebbe poi un altro problema da considerare. Dopo centinaia di vittime tra i soldati ucraini, come verrebbe presa dai generali di Kiev la firma su trattati che sanciscano importanti perdite territoriali? Zelensky, in poche parole, potrebbe iniziare a vedersi isolato al proprio interno. Inoltre potrebbe temere per la reazione dei gruppi nazionalisti e delle frange più estremiste. Un vero e proprio guado politico preludio di un possibile lungo e deleterio stallo nelle trattative.

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