Sottomarini, portaerei e aerei da combattimento. Le recenti manovre effettuate dalla Cina hanno coinvolto forze aeree e marittime per centrare un duplice obiettivo ben preciso: migliorare il coordinamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) in caso di conflitto armato e, allo stesso tempo, incrementare la forza di proiezione cinese nel “cortile di casa” del Dragone.

Per quanto riguarda il primo punto, Pechino sa che, nonostante la sua impressionante modernizzazione navale degli ultimi due decenni, la Marina cinese non è ancora in grado di tener testa agli Stati Uniti in un’ ipotetica guerra marittima. E allora, per alleviare il gap con il Washington, il gigante asiatico intende puntare sul rafforzamento delle missioni congiunte tra portaerei, sottomarini, tra i quali troviamo il sottomarino missilistico balistico a propulsione nucleare Type 094A (SSBN) e il sottomarino da attacco nucleare Type 093 (SSN), altre navi da guerra e caccia, in primis i J-15. Del resto è soltanto oliando questi meccanismi che, in attesa di ulteriori innovazioni, la Cina può incrementare la cosiddetta forza di proiezione, termine impiegato per indicare la capacità di un Paese di condurre un’azione di spedizione in una zona lontana dal proprio territorio.

In un paper intitolato PLA Doctrine and the Employment of Sea-Based Airpower, l’analista Daniel Kostecka osserva che le portaerei cinesi rispondono alla necessità di “proiettare” la forza di Pechino contro le isole e le scogliere controllate dai nemici nel Mar Cinese. In che modo? Ad esempio, attaccando gli elementi rivali che rappresentano una minaccia per il trasporto marittimo, fornendo copertura aerea per le operazioni di atterraggio a lunga distanza oppure proteggendo le navi da sbarco anfibie e integrando gli assalti marittimi agli attacchi portati dall’aviazione. In termini concreti, una simile dottrina può tradursi nell’attacco cinese agli avamposti situati nel Mar Cinese Meridionale e alle isole in “prima linea” di Taiwan.

In un report firmato Lyle Goldstein e William Murray, e intitolato Undersea Dragons: China’s Maturing Submarine Force, viene evidenziato come la Cina consideri i suoi sottomarini alla stregua di una piattaforma asimmetrica da utilizzare contro la superiore potenza navale statunitense. Da questo punto di vista la dottrina dei sottomarini cinesi è sempre più orientata alla guerra antisommergibile (ASW), in linea con l’adagio che la migliore arma antisommergibile è rappresentata da un altro sottomarino. Non è da escludere che l’EPL possa sfruttare i sottomarini come “lupi solitari” per inseguire e affondare le portaerei statunitensi. Per Asia Times, il dispiegamento quasi simultaneo di sottomarini nucleari e portaerei cinesi potrebbe anche significare una spinta volta a integrare le due risorse in una formazione navale coerente, che i limiti tecnologici potrebbero aver precedentemente impedito.



L’importanza dei sottomarini

Il binomio sottomarino più portaerei è dunque imprescindibile per la Cina, soprattutto in questa fase militare dove il gap con gli Usa è ancora piuttosto marcato. C’è chi sostiene che gli SSN, come il Type 093, possano essere usati per supportare i gruppi di portaerei ma anche per raccogliere informazioni segrete ed eseguire attacchi con missili da crociera pre-abilitanti per aprire la strada agli aerei da trasporto o alle forze d’assalto anfibie. La chiave di qualunque successo passa tuttavia da un efficace sistema di comunicazione.

La Cina potrebbe aver già sviluppato la tecnologia per consentire ai suoi SSN di coordinarsi con i suoi gruppi da battaglia di portaerei, consentendo così il coordinamento tra le navi da guerra di superficie e i suddetti sottomarini. Lo scorso 17 settembre, il South China Morning Post riportava una notizia interessante. Alcuni ricercatori cinesi affermavano di aver sviluppato e testato una tecnologia di comunicazione subacquea nel Mar Cinese Meridionale che consentirebbe a sottomarini e droni di mantenere il contatto su oltre 30.000 chilometri quadrati.

Certo è che, indipendentemente da strategie e presunte dottrine, per la Cina è fondamentale costruire una marina moderna e all’altezza dei suoi obiettivi. “Costruire una potente marina non è mai stato un compito così urgente come lo è oggi”, affermava Xi Jinping già nel 2018.

Numericamente parlando, il confronto a distanza tra la flotta cinese e quella Usa sorride al Dragone. Anche perché la flotta degli Stati Uniti continua a sfoltirsi. Al momento Washington controlla 297 navi e conta di scendere a 280 entro il 2027, mentre la Cina ne conta 355 e punta ad arrivare a quota 460 entro il 2030. Pechino si affida a navi più piccole, è vero, ma intende presto lanciare nuove sorprese per ricalibrare i rapporti con Washington. I sottomarini potrebbero essere la classica ciliegina sulla torta.

La guerra delle isole

La dottrina navale cinese acquista ulteriore interesse se analizzata in concomitanza all’aumento delle tensioni nello Stretto di Taiwan. Da mesi, ormai, si susseguono voci di un possibile attacco cinese all’isola di Taiwan. È impossibile fornire certezze assolute, sia in un senso che nell’altro, ma, ad oggi, l’ipotesi di un’invasione dell’EPL a Taipei appare remota.

Nel caso però in cui Pechino volesse stringere i muscoli e rispondere agli Usa – dal canto loro intenzionati ad armare ulteriormente Taiwan – allora il Dragone potrebbe pensare di inglobare non il cuore della “provincia ribelle”, bensì le sue isolette più periferiche. Detto altrimenti, la Cina potrebbe sferrare un’offensiva mirata a prendere il controllo della periferia taiwanese, coincidente con le Isole Matsu, le Wuqiu e le Kinmen, letteralmente a pochi passi dalla costa cinese.



Perché mai la Cina dovrebbe mettere nel mirino queste isole minori? Per due ragioni. La prima e più importante: marciare a piccoli passi verso l’obiettivo finale in attesa di affinare la modernizzazione della propria flotta. La seconda: testare la reazione degli Stati Uniti, in modo tale da capire se l’ombrello aperto da Washington su Taipei è un bluff o meno.

Già, perché se in caso di offensiva cinese sugli obiettivi taiwanesi minori gli Usa non dovessero muovere un dito, allora Pechino dimostrerebbe al governo taiwanese che non esistono alleati disposti a sacrificarsi per la sua libertà. A quel punto il Dragone farebbe capire a Taiwan che la riunificazione sarebbe soltanto una questione di tempo.

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