Dallo scoppio del conflitto in Ucraina da più parti sono giunte notizie e testimonianze di soldati russi -spesso giovanissimi- che hanno rinunciato a combattere dandosi alla macchia o arrendendosi alla resistenza ucraina. Ad oggi è difficile quantificare il fenomeno e presumibilmente solo alla fine del conflitto sarà possibile avere dei numeri più certi rispetto ad oggi. Il conflitto dura da più di un mese e anche in un sistema chiuso e censurato come quello russo le madri che non sentono più i figli in armi e che non li vedranno tornare a casa sono un pericoloso indicatore che quella svolta, al di là dal confine, non è affatto un’ “operazione speciale”.

La nuova chiamata alle armi

Al diffondersi della notizia dell’arruolamento di giovani di leva, Vladimir Putin era stato costretto a fare dietro front e a mezzo Sergei Shoigu aveva poi assicurato che le nuove reclute non sarebbero state inviate nelle zone di conflitto. Il 9 marzo scorso il ministero della Difesa ha dovuto riconoscere che alcuni erano stati inviati in Ucraina dopo che Putin lo aveva negato in varie occasioni, sostenendo che erano stati inviati solo soldati e ufficiali professionisti. Il portavoce del Cremlino, in quell’occasione, aveva annunciato che il presidente aveva ordinato ai pubblici ministeri militari di indagare e punire i funzionari responsabili della disobbedienza alle sue istruzioni di escludere i coscritti.

Nel frattempo, nel corso delle operazioni, la mattanza di giovani russi è continuata: provenienti dalle aree più remote dell’universo ex-sovietico, molti nemmeno ventenni, quasi tutti al primo anno di naja senza alcun tipo di addestramento speciale. Ma il timore della diserzione di massa e delle proteste in piazza non ferma il Cremlino che, attraverso un nuovo decreto ha dato il via alla coscrizione nel periodo primaverile, dal 1° aprile al 15 luglio di quest’anno, per la fascia d’età tra 18 e 27 anni. Si tratta in totale di 134.500 unità che dovrebbero portare respiro ad un esercito logorato dalla guerra di attrito, a corto di mezzi e demoralizzato. Martedì scorso Shoigu ha dichiarato che i convocati inizieranno a essere inviati alle basi assegnate alla fine di maggio. “La maggior parte del personale militare seguirà una formazione professionale nei centri di addestramento per tre o cinque mesi. Vorrei sottolineare che le reclute non verranno inviate in nessun punto caldo”, ha affermato in un commento pubblicato sul sito web del suo ministero.

Chi è Mikhail Benyash

Ma se la verità dovrà aspettare almeno una generazione, in Russia sta avvenendo in queste ore un fenomeno, di certo non rivoluzionario, ma quantomeno interessante. Nulla che abbia a che fare con i falò delle cartoline precetto in stile Vietnam, ma a “norma di legge”.

Ne sa qualcosa l’avvocato Mikhail Benyash, difensore che ha lavorato negli ultimi dieci anni su cause civili e penali a Sochi e nella regione di Krasnodar, nelle quali ha fornito assistenza legale ai partecipanti a manifestazioni che non sono state ufficialmente approvate. Lo scorso anno aveva lanciato un appello ai suoi colleghi affinché fornissero assistenza legale ai manifestanti durante le numerose dimostrazioni. Sulla base di questo messaggio, un tribunale ha stabilito che aveva organizzato una “manifestazione non autorizzata”. La polizia ha perquisito il suo appartamento affermando che la perquisizione era correlata a un caso di repliche di armi da fuoco che avrebbero coinvolto il suo padrone di casa. In realtà, lo scopo della perquisizione era fare irruzione nel suo appartamento, confiscare il suo computer e altre apparecchiature e interferire con il suo lavoro nell’assistere i manifestanti detenuti. Mikhail Benyash è stato portato alla stazione di polizia, brevemente interrogato e poi arrestato per le sua pubblicazioni sui social network. Un giudice locale lo ha condannato a cinque giorni di reclusione, affermando che il suo ricorso per il gratuito patrocinio equivaleva all’organizzazione di una manifestazione. Il giudice ha respinto gli sforzi di Benyash per organizzarsi una difesa.

Benyash collabora con il gruppo Agora, un’associazione di oltre 50 avvocati che lavorano per il rispetto dei diritti umani. Gli avvocati di Agora e altri professionisti legali stanno attualmente portando avanti più di 300 cause legali in tutta la Russia. Hanno team legali permanenti che lavorano a Mosca, San Pietroburgo, Sochi, Kazan, Nizhniy Novgorod, Stavropol, Ekaterinburg, Chelyabinsk, Lipetsk, Chita e Helsinki, Sofia, Londra. Un’unità di risposta che gestisce gli incidenti che coinvolgono violazioni dei diritti umani opera in tutta la parte europea della Russia. Agora sta attualmente portando avanti 160 cause intentate dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Forniscono inoltre sostegno agli immigrati politici, alle persone che sono state costrette a lasciare la Russia a causa della persecuzione delle autorità e ai richiedenti asilo. Agora è attiva anche negli Stati post-sovietici, dove l’impatto negativo delle autorità russe sui diritti umani è fortemente sentito.

Rifiutarsi di andare in Ucraina non è un crimine

Il 24 marzo, Pavel Chikov, il capo di Agora, ha riferito che 12 ufficiali della Guardia nazionale russa di Krasnodar, che stavano partecipando a esercitazioni militari in Crimea, si erano rifiutati di seguire gli ordini del loro comandante di unirsi alla guerra in Ucraina. Gli agenti sono stati successivamente licenziati, ma hanno deciso di impugnare il provvedimento rivolgendosi proprio a Benyash, che ora li rappresenta in tribunale. Il giovane avvocato, raggiunto dal quotidiano indipendente Meduza spiega perché a norma di legge questi licenziamenti sono illegali: in caso di conflitto armato, situazione di emergenza o legge marziale, i termini del contratto potrebbero essere modificati senza il consenso dei militari per sei mesi. Ma trattandosi, secondo il Cremlino, di una “operazione militare speciale” questo dettaglio salta. La legge non dice nulla a riguardo, ergo, un giovane ufficiale della Rosgvardia può andare al fronte solo dietro il proprio consenso.

È su questo cavillo legale che numerosi renitenti premono, così come gli attivisti per i diritti umani in Russia: se si viene assegnati in via autoritativa alle operazioni in Ucraina, bisogna ammettere che si tratta di un conflitto. E se si ammette che si tratta di un conflitto bisogna anche dichiarare chi l’ha scatenato e come. E qui salterebbe l’intero castello di carte di Putin. Quando viene chiesto a Benyash se questo precedente può scatenare la renitenza di massa, l’avvocato conferma che il rifiuto di partire sarebbe già “di massa”: in tanti avevano timore che l’opposizione fosse illegale e non un diritto, spaventati anche dalla pressione mediatica e dal rischio di essere bollati come traditori della Patria sia dai capi bastone locali che dall’autorità centrale. Ora questi giovani soldati sapranno che c’è una base legale al rifiuto di combattere. Il telefono di Benyash è bollente in queste ore e le telefonate arrivano da ogni angolo del Paese, dalla Siberia fino al Caucaso. Una buona percentuale viene dalle aree periferiche, il grande serbatoio di giovani reclute dove la pressione di Mosca e le notizie di quanto sta accadendo arrivano più deboli rispetto a Mosca o San Pietroburgo. Delle circa duecento telefonate (l’intero team è invece alle prese con circa un migliaio di richieste) che ha ricevuto in poche ore, Benyash riceve storie di motivazioni molto simili: questi uomini non vogliono uccidere né morire. Quando sono stati assunti per la prima volta, i loro contratti riguardavano qualcosa di leggermente diverso: la Rosgvardia funziona in modo diverso, essendo impiegata prevalentemente per la sicurezza domestica.  Questi ragazzi non possono sparare missili terra-aria, non possono azionare carri armati, sostiene il giovane legale: non solo non sanno farlo, ma non vogliono.

Benyash, dal suo canale Telegram, aggiorna passo passo chi segue la vicenda giudiziaria. Lo scorso 1° aprile ha dato ragguagli su tre delle guardie nazionali che si sono rifiutate di partire per l’Ucraina. Presso il tribunale distrettuale di Prikubansky (Krasnodar), si è tenuta un’udienza preliminare sulla richiesta di reintegrazione al lavoro di tre agenti. Il giudice avrebbe deciso di trasferire la causa al tribunale regionale per l’esame: l’avvocato di Agora è pronto a dare battaglia.

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