Guerra /

La Corte Penale Internazionale potrebbe presto attivarsi per indagare sui presunti crimini di guerra commessi durante l’intero arco del conflitto in Afghanistan. Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, giurista gambiana eletta alla Cpi nel 2012, ha, infatti, chiesto l’autorizzazione alla Corte di poter iniziare un’indagine “sui presunti crimini di guerra contro l’umanità nella repubblica islamica dell’Afghanistan”. Ma quello che colpisce, in modo particolare, della richiesta dell’indagine, è che la procuratrice della Corte penale internazionale prenderà in esame i presunti crimini commessi non soltanto (come ci si poteva attendere) da Talebani e rete Haqqani, ma anche dallo Stato islamico del Khorasan, dalle forze di sicurezza afghane, dalla Cia e dallo stesso esercito degli Stati Uniti. Insomma, tutti gli attori impegnati nelle fasi più calde e cruente del conflitto, senza risparmiare nessuno.

“La situazione in Afghanistan è stata oggetto di indagini preliminari dal 2006”, ha riferito Bensouda. “Dopo l’ultima revisione delle informazioni e in conformità con i criteri dello Statuto di Roma, il procuratore ha stabilito che esiste una base ragionevole per procedere con un’indagine sulla situazione in Afghanistan”, ha aggiunto. Per questo motivo, Bensouda ha domandato di avviare un’indagine preliminare sui presunti crimini di guerra commessi nel Paese dal mese di luglio del 2002. Crimini che sembrano essere stati commessi, come accennato in precedenza, da tutti i maggiori attori coinvolti nel conflitto. Non solo quindi i gruppi jihadisti, storicamente considerati oggetto di indagine per quanto riguarda i crimini contro l’umanità, ma anche i servizi segreti afghani e americani, questi ultimi in particolare sotto accusa per aver proceduto a un’ondata di arresti illegali soprattutto tra il 2002 e il 2004. Il procuratore Bensouda ha già notificato ai soggetti considerati vittime dei crimini la richiesta di procedura che è stata inoltrata alla Corte e che quindi, se autorizzata, partirà a breve e potrebbe rappresentare una vera tegola per tutta la struttura statunitense in Afghanistan, che si troverebbe ora a dover rendere conto alla giustizia internazionale per gli eventuali crimini scoperti.

Il compito del procuratore Bensouda non è affatto semplice. Inutile dire che le pressioni internazionali, soprattutto da Washington, saranno enormi. Non si tratta infatti soltanto di investigare su operazioni segrete, ma anche di rendere pubblici i metodi della Cia, le sue presunte azioni criminali commesse, e gettare poi una macchina molto seria sull’operato dell’esercito americano in Afghanistan. Un’ombra che potrebbe minare non solo la strategia americana in Asia centrale, ma anche la stessa scelta messa in atto da Trump di aumentare il numero dei soldati impiegati nel conflitto afghano. Il Pentagono e la Casa Bianca hanno da tempo preso la decisione di inviare altre migliaia di unità in Afghanistan, che dovrebbero essere circa tremila prendendo in considerazioni tutti i Paesi Nato coinvolti in questo incremento di truppe sul terreno. A questo, si aggiunge poi l’ulteriore problema in sede Cia, dopo che il New York Times ha recentemente svelato la volontà del governo di ampliare le attività della Central Intelligence Agency in Afghanistan. Da un punto di vista prettamente giuridico, gli Stati Uniti potrebbero anche uscirne indenni, perché non hanno mai aderito alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Ma possono essere sottoposti a giudizio membri degli apparati statunitensi qualora i crimini commessi siano avvenuti sul territorio di un Paese che riconosce la potestà giuridica del tribunale internazionale dal 2003.

Finora, l’unico appoggio internazionale pubblico arrivato alla procuratrice gambiana è stato quello di Human Rights Watch, che si occupa da molti anni dei crimini di guerra in Afghanistan e delle tragiche conseguenze delle operazioni di guerra e d’intelligence sulla popolazione. E non è un caso, verrebbe da aggiungere, dal momento che le maggiori potenze internazionali non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e uno di questi, gli Stati Uniti, è anche oggetto d’indagine. Detto questo, è importante a livello internazionale riuscire finalmente a gettare nuova luce sul conflitto afghano. Le parti in campo hanno mietuto migliaia di vittime e la guerra ha avuto effetti catastrofici sulla popolazione. E oggi, in una situazione di sostanziale stallo, la potenziale ascesa dello Stato islamico in fuga da Siria e Iraq potrebbe condurre a nuovi atti criminali in un Paese che non riesce a trovare la via della pace. La Corte penale internazionale potrebbe quantomeno dare piena dignità a un popolo che per più di 15 anni ha subito tutto questo.

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