I miliziani curdi sono una vera e propria mina vagante in questa fase della guerra di Siria. E attualmente vivono la situazione più disperata. Circondati dai turchi, traditi dagli Stati Uniti e invisi a buona parte dei vertici militari siriani, hanno capito di aver sbagliato completamente strategia. E una volta evaporata l’utopia di una regione autonoma, si ritrovano completamente isolati.

In questo completamento isolamento, ora inizia la caccia disperata a un alleato. Un esercito che possa tutelarli in quel ginepraio che è il confine fra Siria e Iraq e dove gli Usa hanno deciso, pur nel lungo periodo, di smobilitare. Ed ecco che forse, almeno stando a quanto riporta l’agenzia Reuters, i miliziani hanno trovato una sponda: l’Iraq.

Secondo quanto riferito all’agenzia di stampa da Aldar Xelil – un importante politico curdo siriano – le forze democratiche siriane (Sdf ) e il governo iracheno potrebbero organizzare operazioni congiunte contro lo Stato islamico nell’area al confine tra i due Paesi.

Secondo i curdi, nella parte orientale della Siria, proprio al confine con l’Iraq, si sta assistendo a un risveglio jihadista. L’area interessata è quella dove un tempo operavano congiuntamente Sdf e Stati Uniti. Negli ultimi mesi, grazie all’offensiva turca ad Afrin, molti ribelli curdi si sono spostati nelle roccaforti assediate dai turchi.  Una scelta che, unita al costante disimpegno americano, ha fatto sì che lo Stato islamico prendesse di nuovo ossigeno.

Del resto, l’unico motivo ufficiale per cui le truppe Usa possono rimanere in Siria (anche solo a livello di politica interna) è il terrorismo islamico. Se il Pentagono vuole evitare il passaggio al Congresso e mostrare a Donald Trump che è necessario rimanere in Siria, può farlo solo con la dimostrazione della rinascita dell’Isis.

L’Iraq è uno stato confinante e soffre anche lui del terrorismo di Daesh“, ha detto in un’intervista telefonica a Reuters. E il fatto che l’area interessata sia confinante con quella sotto il fragile controllo delle Sdf  “indica la possibilità che si verifichino condizioni che possano aprire la strada a azioni congiunte contro Daesh”, ha affermato.

I ribelli curdi riuniti in questo caleidoscopico congegno noto come Syrian democratic forces sono stati il principale partner della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Siria. I veri e proprio boots on the ground della strategia Usa contro il Califfato. Le operazioni congiunte dell’aviazione americana e delle forze d’assalto curde sono stato l’architrave della liberazione di Raqqa. In questo modo, non solo finì la famosa corsa verso la capitale del sedicente Stato islamico, ma riuscirono a posizionarsi in un’area strategicamente fondamentale.  

Tutto è cambiato con l’inizio delle manovre turche nell’ormai nota operazione Ramoscello d’ulivo. Da una parte le Sdf sono intervenute per cercare dci limitare l’offensiva di Recep Tayyp Erdogan contro le milizie curde delle Ypg. E questo ha di fatto sguarnito il fronte orientale della Siria. Dall’altro lato, proprio il semaforo verde ottenuto da Erdogan dopo l’incontro con Rex Tillerson, di fatto ha sancito il blocco delle operazioni congiunte curdo-americane. Ora le truppe speciali Usa fanno la voce grossa su Manbij, roccaforte curda nel mirino di Erdogan, ma è chiaro a tutti che il Pentagono ha consegnato gli alleati a un partner internazionale.

Sul fronte iracheno, come già scritto su questa testata, i vertici militari stanno pensando a un’offensiva oltre il confine siriano. Il premier Haider el Abadi ha già dichiarato che il conflitto contro il terrorismo non riguarda più, per l’Iraq, solo il territorio nazionale. Ma riguarda tutta la regione, Siria compresa.

Da un punto di vista strategico, questo significa che le forze armate irachene potrebbero decidere di intervenire per snidare l’Isis in territorio siriano. Ma visto che da Baghdad negano la volontà di violare la sovranità nazionale siriana, le alternative restano due. La prima è che trovino un accordo con Damasco benedetto dall’Iran (alleato iracheno), oppure che sfruttino i curdi siriani. Magari cercando di capire come incastrare questa collaborazione con il problema di Erdogan, che ha deciso che anche il Kurdistan iracheno può essere obiettivo della sua offensiva.

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