Il 9 ottobre la Turchia ha lanciato l’operazione Sorgente di pace contro il nord est della Siria, occupando parte del territorio che fino a quel momento era sotto il controllo delle Forze democratiche siriane. L’intento dichiarato dell’invasione turca era (ed è tuttora) quello di eliminare la minaccia terroristica dal confine, mentre il nemico designato erano le YpgG/Ypj considerate da Ankara una derivazione del tanto odiato Pkk (Partito dei lavoratori curdi). Nata come un’operazione difensiva, Sorgente di pace si è in seguito rivelata una strategia per mettere piede ancora una volta in Siria con l’obiettivo però di continuare a mantenere la propria presenza nel territorio dello Stato limitrofo. La Turchia è entrata in Siria anche nel 2016 e nel 2018, ma in entrambi i casi le truppe turche hanno finito con il ritirarsi preferendo controllare il territorio in maniera indiretta facendo ricorso alle milizie locali, come dimostrano i casi di Idlib e Afrin. Nel corso degli ultimi anni quindi la narrativa turca sul suo ruolo nella guerra in Siria è lentamente cambiato, passando dalla necessità di sconfiggere il terrorismo in tutte le sue forme al desiderio di installarsi nella regione per creare una zona di sicurezza fedele ad Ankara.

La lotta al terrorismo

La prima operazione turca in Siria, nota con il nome di Scudo dell’Eufrate, ha preso il via il 24 agosto del 2016 con l’obiettivo di eliminare “ogni minaccia rappresentata dalle organizzazioni terroristiche presenti in Siria”. Nemico numero uno era in quel caso l’Isis, ma la più generica definizione di terroristi includeva anche le Forze democratiche siriane che avevano ormai raggiunto la zona di confine con la Turchia. L’operazione turca è andata avanti per quasi un anno, fino a marzo del 2017 e si è conclusa solo con il ritiro delle Sdf da Manbij verso la zona est del fiume Eufrate. Già dal quel momento la narrativa turca inizia a cambiare: Ankara inizia a descriversi come un attore il cui compito è portare pace e stabilità nel territorio siriano, evitando la creazione di un corridoio terroristico lungo il suo confine e garantendo quindi la sicurezza dei propri cittadini. La Turchia inizia così a muovere i primi passi verso una nuova narrazione degli eventi bellici.

Dopo aver messo al sicuro la zona di Manbij, le mire turche si indirizzano verso Afrin. Nel gennaio del 2018 ha così inizio l’operazione Ramoscello d’ulivo, anche questa volta con il pretesto di combattere la minaccia terroristica rappresentata da Isis ma soprattutto dalle Ypg, descritte ancora una volta come milizie affiliate al Pkk. Prendere il controllo della città e costringere le truppe a maggioranza curda a lasciare l’area non è stato abbastanza per la Turchia, che non ha fatto mistero del suo desiderio di continuare “ad andare avanti a passo sicuro verso la stabilità e la giustizia”. L’operazione militare difensiva si trasforma così in un pretesto per imporre una presenza fissa lungo il confine: il cantone di Afrin infatti è tuttora in mano turca, anche grazie al sostegno del Free Syrian Army cooptato dalla stessa Turchia, e nel corso degli ultimi due anni si è assistito a un cambiamento demografico in favore della componente araba. Una strategia, quella della sostituzione della popolazione, che Ankara sta cercando di ripetere anche adesso nel nord est recentemente occupato e che segna un punto si svolta nella narrativa del conflitto.

Una presenza di lungo periodo

Anche l’operazione Sorgente di pace del 2019 viene lanciata per mettere in sicurezza i confini dalla minaccia terroristica rappresentata dalle Sdf, ma il fine ultimo è un altro: stabilire una presenza fissa nel nord est tramite il ricollocamento dei profughi siriani. Dopo aver costretto la forze a maggioranza curda a lasciare l’area tramite un accordo raggiunto con gli Stati Uniti, Ankara avvia ugualmente la sua ultima operazione militare fino a imporre una safe zone in cui dar vita a quello che da molti analisti è stato definito un progetto neo-ottomano. Il presidente Erdogan ha infatti intenzione di avviare un progetto immobiliare per ricollocare i 3 milioni di profughi presenti in Turchia e restituire la Siria del nord-est ai suoi “legittimi abitanti”. Dietro a questa narrazione si nasconde però un obiettivo ben diverso. Le famiglie che Ankara ha iniziato a far rimpatriare sono per lo più arabe e in molti casi provengono da zone della Siria diverse da quelle su cui la Turchia ha messo le mani. Ma poco importa: ciò che conta per Erdogan è costruire una fascia di sicurezza lungo il confine abitata da persone più o meno fedeli alla Turchia, ma sicuramente non appartenenti al popolo curdo, per poter mantenere il controllo dell’area anche nel lungo periodo. Ed ecco completato il cambiamento nella narrativa turca del conflitto siriano. Se all’inizio l’obiettivo era “sconfiggere il terrorismo” per poi far ritorno nei propri territori, adesso Ankara mira a stabilire una presenza di lungo periodo in Siria finché “tutte le forze straniere non lasceranno l’area o finché la popolazione siriana non chieda (alla Turchia) di andar via”.

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