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La morte improvvisa del ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei, ha gettato ancora ombre sulla diplomazia che corre parallela alla guerra in Ucraina. Un corridoio segnato da uccisioni, morti eccellenti, incidenti che appaiono più esecuzioni che episodi casuali, e da accuse di responsabilità utilizzate per colpire o screditare il nemico. E dove la Bielorussia rischia di diventare un teatro particolarmente complesso.

La scomparsa di Makei rientra perfettamente nello schema di misteri che accompagna l’invasione dell’Ucraina. Il ministro, uno degli uomini considerati più vicini al leader Aleksandar Lukashenko, era stato fotografato il giorno prima del decesso durante un incontro ufficiale con il nunzio apostolico Ante Jozic, era coinvolto nel vertice dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva in Armenia e il giorno stesso della morte avrebbe dovuto incontrare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Nulla faceva presagire un crollo dello stato di salute, tuttavia, due elementi uniti tra loro hanno alimentato il sospetto che potesse non essere una morte naturale. Il Robert Lansing Institute, think tank statunitense, aveva scritto poche ore prima che la Russia voleva indurre la Bielorussia a scendere in guerra in Ucraina pianificando un attentato contro Lukashenko: o inscenando un tentativo di omicidio o uccidendolo e sostituendolo con il segretario generale della Csto, Stanislav Zas, fedelissimo di Mosca. Inoltre, subito dopo la morte di Makei, Anton Gerashechenko, consigliere del ministero dell’Interno ucraino, ha messo in giro la voce che l’uomo di Minsk potesse essere stato avvelenato come un avvertimento contro Lukashenko o come modo per colpire chi si era posto in posizioni non troppo aderenti alla volontà dei falchi russi rispetto all’allargamento del conflitto alla Bielorussia.

Mosca ha rispedito le accuse al mittente e pubblicamente onorato la morte del ministro bielorusso. La portavoce del ministro degli Esteri, Maria Zakharova, ha espresso lo shock del governo. Lavrov, nel messaggio di condoglianze alla vedova, ha definito il ministro morto “un diplomatico e uno statista eccezionale, un vero patriota che ha dedicato la sua vita a servire la patria e a difenderne gli interessi sulla scena internazionale”, dando un grande contributo per il “rafforzamento dei legami tra i popoli fraterni di Russia e Bielorussia”. Messaggi che non possono certo smentire i sospetti. ma che confermano il desiderio del Cremlino di non dare adito ad accuse o sospetti che, in altre circostanze, ha invece lasciato correre anche per alimentare una forma di ansia tra gli oligarchi. Del resto, molti analisti sottolineano come sia difficile che Vladimir Putin voglia innescare una possibile situazione di caos proprio nel protettorato in mano a Lukashenko, già colpito da proteste negli anni passati. E sono anche molti coloro che dubitano che l’interesse di Mosca, in questa fase della guerra, sia quello di espandere ulteriormente il fronte bellico con l’ingresso della Bielorussia. In parte per non ampliare l’attrito con la Nato, ma in parte anche per non spostare forze sul fronte nord, visto che molti sospettano che Minsk non sia pronta al conflitto. Lo spostamento di batterie antimissile in territorio bielorusso confermerebbe la necessità proprio di blindare quell’area, anche se potrebbe essere una manovra per distrarre le unità di Kiev.

I sospetti però non si affievoliscono. Come non sono scomparsi quelli su altre morti eccellenti che hanno contraddistinto gli attori coinvolti nella guerra e nella rete militare e diplomatica. Tutto ebbe inizio del resto proprio in Bielorussia, a Gomel, dove fu visto per l’ultima volta in pubblico il negoziatore ucraino Denis Kireev. L’uomo, unico fotografato in giacca e cravatta in quello che fu il primo tentativo di dialogo tra Russia e Ucraina nelle fasi primordiali della “operazione militare speciale”, venne ucciso a Kiev in circostanze che rimangono ancora oscure. Prima venne definito un traditore dell’Ucraina, e qualcuno riferì che fosse stato ucciso per avere collaborato con l’invasore russo in quanto legato ad Andriy Petrovych Klyuyev, magnate dell’energia solare ucraino e molto vicino all’ex presidente filorusso Victor Yanukovich. Dopo alcune ore, la versione ufficiale fornita dall’intelligence ucraina fu completamente rovesciata: non era un traditore, bensì un eroe, un uomo dei servizi ucciso in missione nella stessa capitale insieme a due altri agenti, Alexei Ivanovic e Chibineev Valery Viktorovich. “Sono morti difendendo l’Ucraina e il loro impegno ci ha avvicinato alla vittoria!” twittarono le forze armate di Kiev.

Se questo è il filone “bielorusso”, l’ondata di morti più che misteriose ha assunto tratti a dire poco inquietanti in tutto il corso della guerra in Russia ma anche in Ucraina. Nel territorio della Federazione, tra dirigenti ed ex dirigenti di grandi aziende, alcuni media hanno parlato di una vera e propria “epidemia di suicidi”: definizione che non può che avere assunto il tratto della feroce ironia. Alcuni uomini di spicco di aziende come Novatek o del colosso Gazprom sono stati ritrovate morti insieme a mogli e figli: casi in larga parte archiviati come omicidi-suicidi ma su cui tanti nutrono forti perplessità. Altri dirigenti e uomini più o meno noti legati all’intelligence o a settori strategici, civili come militari, sono stati ritrovati morti in circostanze misteriose, tra cadute dalle scale, da finestre, da yacht, suicidi le cui versioni sono da subito apparse altamente improbabili e che lasciano intendere che vi sia un’enorme e strisciante guerra sotterranea in alcune sfere del potere russo con incroci tra organizzazioni criminali, apparati dei servizi, fedelissimi e nemici di Putin o degli oligarchi.

In parte il campo ucraino è stato terreno di queste strane morti, anche se in misura nettamente inferiore. Dopo l’assassinio di Kireev, gli apparati dell’intelligence di Kiev hanno visto morire quest’estate Oleksandr Nakonechny, responsabile dello Sbu per la regione di Kirovohrad, ritrovato morto nella sua casa di Kropyvnytsky. Anche in questo caso, molti parlarono di suicidio sospetto, specialmente perché arrivava non lontano da un’ondata di repulisti nei servizi segreti ucraini per quanto accaduto durante la conquista di Kherson da parte delle forze russe. Morti che spesso hanno corso parallelamente alle svolte nella guerra e che adesso portano il loro carico di sospetti in quelli che alcuni considerano un nuovo fronte: la Bielorussia.

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