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L’esercito russo, lentamente ma costantemente, guadagna terreno nel Donbass, e questo 125esimo giorno di guerra segna il tentativo di anticipare il taglio della parte più estrema del saliente di Severodonetsk.

Le forze russe hanno attraversato il fiume Donets presso Privolye, a nord di Lysichansk, e si sono trincerate nelle posizioni abbandonate dall’esercito ucraino, che nonostante la resistenza dimostrata nelle ultime settimane si sta ritirando. Gli scontri principali sono in corso a sud della città, presso la raffineria, ma gli ultimi rapporti evidenziano come la manovra a tenaglia russa stia procedendo: durissimi combattimenti sono in atto non solo presso la cittadina di Verkhnekamenka, a sud, ma anche a Serebryanka, non lontano da Siversk sulla strada per Kramatorsk, che assume un ruolo strategico fondamentale perché la sua conquista permetterebbe di eliminare totalmente il saliente di Severodonetsk.

I russi hanno quasi del tutto completato la conquista dell’oblast di Luhansk: si stima che l’esercito ucraino ne controlli solo 1,5% del territorio, insieme al 6% di Kherson, il 15% di Zaporizhzhia, il 70% di Kharkiv e il 42% di Donetsk.

Proprio guardando al fronte meridionale, che parte da Donetsk sino ad arrivare a Kherson, possiamo capire dove – insieme alla parte settentrionale di Kharkiv – si concentrerà la prossima offensiva russa: il fatto che Mosca controlli solo il 58% dell’oblast di Donetsk basterebbe solo a far capire che, una volta eliminata la resistenza a Luhansk, sarà qui che si concentrerà l’attività bellica.

Attualmente l’attività russa in tutto il settore meridionale del fronte è minima: l’esercito di Mosca sta utilizzando artiglieria e forze aeree per mantenere la pressione sugli ucraini e si concentra nel respingerne i contrattacchi di alleggerimento, che sembrano essere più incisivi nella regione di Kherson. Tra Mykolaiv e la città che sorge sul fiume Dnepr, la cui conquista ha permesso a Mosca di controllare ogni movimento lungo quel corso d’acqua, l’esercito di Kiev sta cercando di far arretrare le prime linee russe, ma sembra con scarsa efficacia: ci giungono rapporti contrastanti che non permettono di confermare i successi proclamati dagli ucraini.

Abbiamo già avuto modo di spiegare come questa regione, situata circa a 150 chilometri a est di Odessa, sia strategica: qui, oltrepassato il fiume Dnepr, non ci sono grandi barriere geografiche sulla strada per il vitale porto ucraino, ma è sempre la geografia che consiglia prudenza. I russi, nelle prime settimane del conflitto, hanno cercato di raggiungere Mykolaiv per poter effettuare successivamente una conversione verso Odessa senza riuscirci: troppo lunghe e sottili erano le direttrici di avanzata.

Ora invece si sono trincerati, ma soprattutto hanno guadagnato lentamente profondità a nord lungo il fiume, in modo da evitare di venire schiacciati verso il mare quando comincerà l’offensiva vera e propria diretta a ovest.

Ci sono diversi segnali indicanti che siamo in un periodo di transizione verso la terza fase della guerra: Mosca sta facendo affluire mezzi verso il fronte e nelle regioni meridionali, tra Mariupol e Melitopol, sta spostando i suoi assetti corazzati.

Lo stesso arrivo in Ucraina, a sorpresa, del ministro della Difesa Sergei Shoigu insieme al generale Gennady Zhidko, che si ritiene possa essere subentrato al comando delle operazioni sostituendo – ma più probabilmente coadiuvando – il generale Alexander Dvornikov, ci porta a ritenere che presto comincerà un nuovo assalto lungo il fronte meridionale.

Da monitorare anche quanto sta accadendo a nord, dove nella regione di Kharkiv i russi continuano a mantenere alta la pressione sulle forze ucraine, riuscendo anche a riconquistare parte del terreno perso durante la ritirata strategica effettuata tra marzo e aprile che ha interessato le posizioni nella regione di Kiev/Chernihiv. Qui gli scontri vedono principalmente l’utilizzo di sistemi di artiglieria e incursioni aeree: bombardamenti sono stati registrati a Yavirske, Ruska Lozova, Staryi Saltiv, Peremoha, Chepil, Milova e anche sulla stessa Kharkiv. Parallelamente l’attività di distruzione del sistema logistico ucraino prosegue, evidenziata dal bombardamento di un deposito munizioni a Kremenchuk.

Apriamo una parentesi a riguardo, in quanto quest’azione ci permette di confermare quello che vi avevamo anticipato nelle scorse settimane in merito alle scorte di missili da crociera russi. Le immagini che ci sono giunte, riprese da telecamere di sorveglianza, mostrano chiaramente che i vettori utilizzati per colpire l’obiettivo sono stati i missili da crociera Kh-22, lanciati quindi da bombardieri Tupolev Tu-22M3 che, ormai da tempo, sono attivi nel conflitto venendo impiegati sia per l’attacco con sistemi stand off, sia con munizionamento a caduta libera come accaduto a Mariupol.

Nel caso di Kremenchuk l’aver colpito il centro commerciale non si configura come un attacco deliberato, ma come un errore dato dalla poca precisione del missile da crociera utilizzato. Il Kh-22, già usato in questo conflitto, è un vettore nato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 che ha un Cep (Circular Error Probable) di 3,1 miglia. Significa che, impostate le coordinate dell’obiettivo, il missile può cadere in un cerchio centrato sul bersaglio avente un raggio di 3,1 miglia, facendone così uno strumento molto impreciso, tanto che, originariamente, il vettore era stato pensato per avere una carica atomica.

Trova quindi ulteriore conferma la nostra ipotesi che la Russia stia dando fondo alle proprie scorte di missili da crociera per via della difficoltà di approvvigionamento di sistemi moderni e più precisi. Sappiamo infatti che la missilistica russa utilizzava sistemi di guida provenienti per la maggior dall’Ucraina, e dal 2014, dopo la destabilizzazione del Donbass e il colpo di mano in Crimea, Kiev ha posto un embargo totale verso Mosca. L’industria locale potrebbe aver colmato questa lacuna solo in parte, in quanto per avere strumenti efficaci in breve tempo occorrono investimenti che, molto probabilmente, la Russia ha faticato a stanziare per via delle sanzioni che la colpiscono sin dal 2014.

Tornando all’evoluzione delle operazioni terrestri, possiamo dedurre che Mosca ne ha razionalizzato l’andamento, sfruttando la sua superiorità negli strumenti di artiglieria a livello locale là dove la riteneva maggiormente necessaria per i suoi fini tattici, e continuando, nel contempo, a mantenere la pressione lungo tutto il fronte per evitare che l’Ucraina potesse spostare truppe per rinforzare le difese lungo le direttrici di attacco russo. Riteniamo che, dopo il definitivo taglio del saliente di Severodonetsk, lo Stato maggiore dell’esercito di Mosca possa cominciare l’offensiva sul fronte meridionale nel tentativo di raggiungere Odessa, sfruttando eventualmente l’opzione di uno sbarco anfibio una volta che le prime truppe dovessero trovarsi in prossimità della città, mentre resta ancora la possibilità che, a nord, si metta in atto quella grand strategy che vede Dnipro come obiettivo finale – la città continua a essere colpita dai missili da crociera russi –, ma solo una volta che Kramatorsk e tutto l’oblast di Donetsk saranno conquistati. Una volta che la maggior parte del territorio ucraino a est del fiume Dnepr dovesse cadere in mani russe, insieme alla fascia costiera da Kherson a Odessa e oltre, almeno sino alla foce dello Dnester, tutti gli obiettivi strategici russi sarebbero stati conseguiti e il conflitto potrebbe terminare, ma per farlo stimiamo che sarà necessario ancora molto tempo.

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