Guerra /

Fonti aperte di intelligence (in gergo Osint – Open Source Intelligence) indicano che una delle due piste dell’aeroporto internazionale di Damasco ha subito un bombardamento israeliano nella giornata del 2 gennaio che sembra aver causato gravi danni, al punto da provocarne la chiusura. Anche la seconda pista è stata danneggiata, ma a oggi sembra essere stata riaperta sebbene con restrizioni. L’aeroporto della capitale siriana era stato chiuso completamente per circa due settimane dopo simili attacchi effettuati l’anno scorso.

Secondo un Notam (Notice to Airmen) emesso nella giornata di lunedì, la pista 23L dello scalo di Damasco dovrebbe rimanere chiusa almeno fino al 17 gennaio. Gli attacchi aerei si sono verificati intorno alle 2 del mattino, ora locale, e sembra che i cacciabombardieri si siano avvicinati alla capitale dalla direzione del lago di Tiberiade, nel nord-est di Israele, secondo quanto riferisce l’esercito siriano.

Le immagini satellitari mostrano quelli che potrebbero essere almeno sette impatti separati lungo la pista. La Siria afferma anche che due soldati sono morti nell’attacco e che molti altri sono rimasti feriti e sarebbe stato colpito anche un vicino deposito di armi.

Sebbene le autorità israeliane non abbiano commentato quanto accaduto, sappiamo che Tel Aviv nei giorni scorsi ha fatto sapere, tramite fonti non ufficiali, della sua intenzione di interrompere le linee aeree di rifornimento che collegano Teheran a Damasco e che servono al sostentamento di Hezbollah in Libano, delle milizie filosciite e delle Irgc (Islamic Revolutionary Guard Corps) presenti in Siria. Una decina di giorni fa, infatti, fonti della Difesa israeliane riportate da Breaking Defense, avevano affermato che sarebbe stata presa “ogni misura” per fermare i voli. Altre avevano confermato questa volontà israeliana specificando che la problematica sarebbe stata affrontata sia con mezzi cinetici che quelli non cinetici.

Tra i mezzi cinetici si era ipotizzato proprio un attacco all’aeroporto di Damasco, usato come destinazione dalla Fars Air Qeshm e dalla Mahan Air: compagnie iraniane “civetta” usate dai pasdaran per i propri interessi, non solo in Siria o Libano.

In quella occasione avevamo sottolineato come il bombardamento dell’aeroporto non avrebbe eliminato il problema, in quanto i velivoli iraniani potrebbero utilizzare altri scali come quello di Aleppo, inoltre per essere davvero efficace dovrebbe distruggere non solo le piste, ma anche le infrastrutture aeroportuali, e pertanto sarebbe politicamente molto meno spendibile.

Quanto accaduto sembra quindi essere più un segnale mandato al regime di al-Assad e a Teheran. Tel Aviv si è infatti dimostrata particolarmente “nervosa” in queste ultime settimane per via dell’ulteriore stretta dei legami di amicizia tra Iran e Russia, e Mosca potrebbe essere uno dei destinatari indiretti del messaggio israeliano.

Proprio nello stesso giorno, curiosamente ma forse non a caso, il nuovo ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen aveva fatto trasparire un cambiamento della politica sull’Ucraina nel suo primo discorso suggerendo che il nuovo governo adotterà una linea “più filo-russa”. Cohen aveva lasciato intendere che, a differenza del suo predecessore Yair Lapid, non condannerà pubblicamente la Russia affermando che “sulla questione di Russia e Ucraina di sicuro parleremo meno in pubblico”. Il nuovo ministro degli Esteri israeliano ha detto anche che elaborerà una nuova politica “responsabile” sul conflitto in atto e ha sottolineato che il suo dicastero “preparerà una presentazione dettagliata al gabinetto di sicurezza su questo tema”. Parallelamente ha aggiunto che gli aiuti umanitari israeliani all’Ucraina continueranno. Yair Lapid, a differenza di Cohen, aveva tenuto una linea più dura con la Russia, condannandola pubblicamente per l’aggressione e ha persino affermato che l’esercito russo ha commesso crimini di guerra.

Questo nuovo corso della politica di Tel Aviv verso Mosca risponde proprio al tentativo israeliano di usare la diplomazia per evitare che la Russia si affidi troppo all’Iran, il quale potrebbe approfittare della rinnovata amicizia per ottenere vantaggi nel settore militare (ad esempio in quello navale).

Parallelamente avere una linea morbida riguardo all’invasione in Ucraina, permetterà a Israele di avere un più ampio spettro di azione in Siria (e conseguentemente in Libano) nel condurre la sua guerra ombra all’Iran.

In passato le due nazioni erano arrivate “ai ferri corti” in occasione del malaugurato abbattimento dell’aereo spia russo Ilyushin Il-20M, ad opera della contraerea siriana attivatasi in risposta all’ennesimo raid israeliano.

Da allora tra Mosca e Tel Aviv era stato attivato un canale diretto di de-escalation, ma le relazioni sono andate ulteriormente peggiorando proprio in occasione dell’attuale conflitto in Ucraina a causa delle infelici parole del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: a maggio aveva affermato che Volodymyr Zelensky fosse “ebreo come Hitler”.

Il rapporto tra Russia e Israele sembrava essersi fortemente incrinato, al punto che si ventilava la possibilità che Tel Aviv fornisse il sistema missilistico da difesa aerea Iron Dome a Kiev – possibilità sempre smentita dall’allora governo israeliano – però è pur vero che sono stati inviati sistemi anti-drone portatili (via Polonia), sebbene tramite regolare vendita effettuata dalla casa costruttrice.

Con quest’ultima mossa diplomatica, Tel aviv potrebbe anche mettere in atto un attacco alle infrastrutture siriane nel dominio cyber avendo una relativa certezza che Mosca potrebbe chiudere entrambi gli occhi, come ha (quasi) sempre fatto durante gli innumerevoli raid volti a colpire depositi e altre installazioni iraniane in Siria o dello stesso esercito di Damasco.

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