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La Crimea torna al centro dei pensieri ucraini e di quelli russi. Dall’inizio dell’invasione, il bastione russo nel Mar Nero è stato considerato quasi il postulato da cui doveva diramarsi tutta l’offensiva russa. Era la Crimea il grande precedente del Cremlino dopo l’annessione di fatto avvenuta nel 2014. Era la Crimea la base strategica dell’intera flotta russa di stanza nel Mar Nero, e dunque quella roccaforte strategica con cui controllare l’intero specchio d’acqua. Era la Crimea a essere considerata il vertice di quella direttrice dell’offensiva russa che avrebbe dovuto unire via terra la “madrepatria” alla penisola collegandola attraverso il Donbass. E infine, era la Crimea a dover essere protetta da Kiev attraverso la campagna delle truppe russe nella regione di Kherson e lungo il corso del Dnepr per evitare che i territori da otto anni sotto il controllo di Mosca rimanessero privi di acqua o di energia.

Tutto questo sembrava sostanzialmente certo fino alla ritirata da Kherson. La Crimea era stata colpita da alcune operazioni delle forze ucraine, in particolare in alcune basi e depositi, ma l’impressione – almeno fino a qualche settimana fa – era che la penisola fosse ben salda sotto il controllo russo. La percezione è iniziata a cambiare soprattutto a causa di due eventi che, uniti, hanno fornito l’immagine di una Crimea potenzialmente sotto assedio. Da un lato vi è stato l’ultimo e più complesso attacco da parte delle unità di Kiev contro il porto di Sebastopoli: un assalto mosso in larga parte con l’uso di droni navali e aerei e che ha dimostrato sia lo sviluppo delle capacità belliche ucraine (col supporto Nato) sia la fragilità della rete di sicurezza russa. Dall’altro lato, la ritirata delle truppe di Mosca dall’area a nord della penisola ha in qualche modo aperto una breccia anche psicologica nelle certezze dell’amministrazione locale russa e della stessa Difesa, al punto che fonti ucraine ritengono che molti degli sfollati da Kherson abbiano deciso di andare direttamente nel territorio della Federazione per paura che la controffensiva di Kiev possa raggiungere la Crimea. In questo c’è certamente anche propaganda, ma il segnale che viene lanciato anche attraverso queste dichiarazioni è che si vuole far capire che quelle certezze di una Crimea ormai definitivamente russa siano destinate a vacillare.

Questa scelta narrativa (ma anche diplomatica) da parte di Kiev si vede anche nelle ultime dichiarazioni e nel botta e risposta tra il governo ucraino e quello russo. Volodymyr Zelensky, in un’intervista al Financial Times, ha lanciato un messaggio: “Se qualcuno è pronto ad offrirci una via per liberare la Crimea in modo non militare, non potrò che essere favorevole”. Il presidente ucraino ha poi continuato affermando che “se non possiamo riprenderci tutta la terra, la guerra viene semplicemente congelata”. Frasi che confermano il fatto che a detta di Kiev la guerra non può finire senza la riconquista di tutti i territori controllati dalla Russia non dall’inizio dell’invasione di febbraio 2022, ma anche di quelli ottenuti negli anni precedenti.  Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, a chi gli chiedeva cosa pensasse delle dichiarazioni di Zelensky sulla Crimea, ha risposto che quelle frasi confermano il fatto che Kiev non voglia giungere a un negoziato. “Per noi, questa non è altro che una discussione sull’alienazione di un territorio dalla Russia. Non ci può essere altro da capire. E questo è fuori discussione”, ha detto Peskov, sottolineando come “tali speculazioni indicano ancora una volta l’impreparazione, la riluttanza e l’incapacità della parte ucraina di essere pronta a risolvere il problema con metodi non militari”. Sul punto, è tornato anche il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, che su Twitter ha scritto che “il diritto internazionale è inesorabile: la Crimea è il territorio dell’Ucraina. Qualsiasi tentativo della Russia ladra di chiamare il ritorno al proprietario ucraino una ‘alienazione’ è legalmente insignificante”, concludendo che “rubare territori è un crimine. Senza prescrizione”.

Dalle parole al campo di battaglia, i fatti fanno credere che qualcosa in Crimea potrebbe avvenire. E questo in un certo senso potrebbe essere interpretato anche come un modo da parte di Kiev di smentire le tesi espresse dal capo di Stato maggiore statunitense, generale Mark Milley, che aveva detto in conferenza stampa di ritenere molto bassa la possibilità che nel breve termine l’Ucraina potesse riconquistare i territori occupati dai russi, riferendosi in particolare alla Crimea. Le parole di Milley, per quanto spesso ingigantite nel loro significato dai media, hanno in ogni caso espresso un punto su cui converge buona parte dell’amministrazione Biden: se esiste la possibilità di una finestra negoziale, è bene sfruttarla iniziando a capire quale sia il limite del sostegno Usa alla controffensiva dell’esercito ucraino. Un pragmatismo che Kiev non ha recepito in modo positivo, considerato che da quel momento le dichiarazioni delle autorità e dei principali vertici politici sono state tutte quante espressione della volontà del Paese di respingere completamente l’ipotesi di un compromesso e anzi di ottenere una ulteriore spinta per la riconquista dei territori. Anzi, il fatto di volere nuovamente mettere al centro della discussione proprio la penisola sul Mar Nero conferma quasi il desiderio da parte delle forze ucraine di mostrarsi non solo in grado di sconfiggere i russi, ma anche di sapere imporre la propria agenda rispetto a un Occidente che potrebbe apparire titubante nel premere sull’acceleratore della campagna militare.

Le conseguenze di questo assetto mentale e strategico ucraino si osservano anche sugli ultimi movimenti delle truppe ucraine e russe. Secondo i media russi, che riportano le parole di Vasily Telizhenko, sindaco di Armiansk, nel nord della Crimea, nella città si sono attivate le difese antiaeree per alcune esplosioni. Nelle ore precedenti, l’amministrazione russa della penisola ha annunciato che le forze contraeree hanno abbattuto due droni ucraini diretti su Sebastopoli. Come riportato da Agenzia Nova, l’intelligence della Difesa ucraina ha riferito all’agenzia Ukrinform che in base alle loro informazioni i russi “stanno creando una zona difensiva sia sulla riva sinistra del fiume Dnipro nella regione di Kherson, sia sul confine amministrativo con la Crimea, nel nord della penisola”. Le informazioni sono in linea con quanto affermato su Telegram dal governatore Sergej Aksenov: “Sul territorio della Crimea sotto il mio controllo vengono eseguiti lavori di fortificazione volti a garantire la sicurezza dei cittadini”. E questo indica che i russi si aspettano che gli ucraini vadano a convergere le loro forze proprio sulla penisola sede della Flotta del Mar Nero e vero e proprio bastione della campagna ucraina di Putin. La linea rossa: quella che per il Cremlino potrebbe davvero rappresentare la sopravvivenza o la disfatta.

La cosiddetta “operazione militare speciale” ha sempre avuto come base i territori presi da Mosca nel 2014 e doveva essere un’avanzata che rafforzava quei possedimenti anche, con il presupposto che la Crimea non solo doveva essere blindata rispetto all’approvvigionamento idrico, ma anche collegata via terra alla Russia evitando che tutto si reggesse sul ponte di Kerch. Putin può accettare di perdere territori altrove, non lì. In caso contrario, il Cremlino potrebbe leggerlo davvero come una catastrofe. E anche le notizie sulla Flotta del Mar Nero, di cui Sebastopoli è il centro vitale, non sono positive per Mosca. I report su un attacco al terminale petrolifero di Novorossiysk, nella Russia meridionale – non lontano dalla base dove si sono rifugiate le unità migliori rimaste a Mosca – se provate confermerebbero la capacità di Kiev di andare ben al di là della Crimea mettendo in pericolo un’altra parte fondamentale della difesa russa della penisola.

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