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Il viaggio di Luigi Di Maio in Libia è importante ma purtroppo non fondamentale. L’Italia ha perso il pallino della crisi libica già da molti anni. E negli ultimi tempi è stato sempre più evidente l’ingressi di altre potenze nello scacchiere nordafricano. Oggi sono tutti abbastanza consapevoli che quello che si trova di fronte al ministro degli Esteri non è più un conflitto telecomandato “solo” dalle potenze del Golfo e da qualche Stato europeo. La Turchia è entrata prepotentemente nella crisi puntando tutto sulla scommessa della resistenza di Fayez al Serraj, mentre Khalifa Haftar, che non ha mai avuto una effettiva condanna da parte della comunità internazionale, gode ora del sostengo eloquente duella Russia e di diverse potenze mediorientali e nordafricane: in primis l’Egitto. Se a questo si aggiunge la mai sottaciuta regia francese dietro l’avanzata dell’uomo forte della Cirenaica, va da sé che il conflitto appare decisamente complesso. E di sicuro c’è un problema: l’Italia ha perso (o sta definitamente perdendo) qualsiasi ruolo da protagonista, assumendo semmai una posizione di attore di spalla di qualche altra potenza.

La difficoltà del governo italiano è tutta racchiusa in un’immagine: nelle ore in cui Giuseppe Conte chiedeva l’aiuto di Donald Trump per risolvere la crisi in Libia, Di Maio rilasciava un’intervista in cui diceva che era essenziale il ruolo della Russia. Idea ribadita anche in un incontro con Sergei Lavrov, il potente ministro degli Esteri russo, che rappresenta un Paese che sa perfettamente di poter trasformare la libia in una vittoria addirittura più sorprendente di quanto ottenuto con la Siria. Perché se a Damasco l’alleato del Cremlino era al potere, ovvero Bashar al Assad, in Libia il ponte russo nel Mediterraneo era stato eliminato. E senza Muhammar Gheddafi, Vladimir Putin ha dovuto puntare sul generale Haftar senza però dimenticarsi la possibilità di giocare il ruolo da playmaker. Ruolo che di certo non vuole svolgere la Turchia, dal momento che Recep Tayyip Erdogan ha fatto intendere di volere a ogni costo la salvezza di Serraj a tal punto da considerare un intervento militare a Tripoli a difesa del premier del governo riconosciuto.

Insomma, quello che Di Maio (e l’Italia) si vedono davanti agli occhi è uno scenario a dir poco complesso, se non addirittura incredibile rispetto agli inizi della guerra. I droni turchi sorvolano Tripoli e l’Esercito nazionale libico annuncia, periodicamente, il loro abbattimento. Addirittura si vocifera che il drone italiano caduto in territorio libico sia stato in realtà colpito dalla contraerea di Haftar (ma molto più probabilmente degli alleati) perché scambiato con un velivolo di Ankara. Dall’altra parte della barricata, mentre i combattenti di Serraj resistono all’assedio degli uomini della Cirenaica, le inchieste internazionali (che di solito sono l’immagine più eloquente di notizie che si vogliono far passare anche ai piani alti della diplomazia) hanno puntato il dito sulla presenza di contractors russi tra le file degli assedianti.

Insomma, come in Siria anche in Libia Erdogan e Putin si trovano l’uno di fronte all’altro sostenendo due fronti contrapposti. Ma è molto probabile che dietro le quinte ci siano già accordi per evitare che altre potenze possano prendere il sopravvento. Un’ipotesi che si può già comprendere dalle ultime parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, il quale ha rivelato che a gennaio i leader di Russia e Turchia discuteranno (anche) un possibile intervento militare della Mezzaluna. Le parole del funzionario di Mosca (“La Russia sostiene qualsiasi sforzo e qualsiasi Paese per trovare una soluzione alla crisi libica”) sono interpretabili in modi differenti, ma sicuramente non indicano una netta chiusura verso una svolta di tipo bellico.

In questo ginepraio libico, l’Italia chiaramente non è rimasta completamente ferma. Ma l’idea è che ormai i giochi vengano decisi altrove, e di certo non a Roma. Che pure, grazie agli interessi strategici in territorio nordafricano, rappresenta ancora un interlocutore. Come ha raccontato Repubblica, prima del viaggio di Di Maio, due Falcon dei servizi segreti italiani sono partiti alla volta di Misurata e Al Abraq: i due aeroporti principali delle parti in conflitto. Entrambi gli aerei servivano per preparare il terreno al ministro degli Esteri e anche per sondare, in via definitiva, quanto sarebbe avvenuto in queste ore tra le varie città della Libia con lo sbarco del capo della Farnesina. Ma quei voli non sono stati gli unici. In questi giorni, il sito specialistico Italmilradar ha tracciato almeno un volo “sospetto” dall’Italia verso la Libia, quello di un C-130J che ha lasciato Palermo verso le 19 del 14 dicembre facendo rotta verso sud-est per poi scomparire dai radar quando era chiara la rotta verso la Cirenaica. L’aereo è riapparso solo alle 23 viaggiando sulla rotta opposta, diretto però verso la Germania, nella base Usa di Ramstein. Stessa rotta percorsa da un altro aereo nella notte di domenica. Oggi, mentre Di Maio andava a Tripli, sempre Italmilradar segnalava un C-130 italiano verso Bengasi per una missione umanitaria: trasportare minorenni con gravi malattie ematologiche a Roma, per ricoverarli nell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Missione umanitaria che racchiude anche un chiaro messaggio diplomatico.

L’impressione è che la cosiddetta “ora zero” annunciata da Haftar per l’assedio di Tripoli sia in realtà l’inizio di un nuovo inquadramento del conflitto. Quell’allarme dei servizi segreti britannici su uno schema siriano per la Libia probabilmente è sempre più chiaro. Ma questa volta l’Italia non può rimanerne completamente esclusa: troppi gli interessi in gioco. Il timore, tuttavia, è che tra i ringraziamenti di Serraj e gli slogan di Haftar, la nostra capacità di incidere sulla crisi sia ormai ridotta.

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