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L’attacco al porto di Sebastopoli, in Crimea, continua a essere al centro delle discussioni non solo tra Mosca e Kiev, ma anche tra il governo russo e l’intera comunità internazionale. Il raid contro il porto più importante della Flotta del Mar Nero è stato uno dei più incisivi dall’inizio della guerra. E le conferme arrivano non tanto da parte ucraina, quanto da parte russa, con la Federazione che prima ha minimizzato l’attacco, poi lo ha utilizzato per condannare la Gran Bretagna (accusata di avere organizzato il piano) e infine ha deciso di usarlo come volano per sfilarsi dall’accordo sulla distribuzione del grano dai porti ucraini.

Se queste sono le questioni politiche scaturite dall’attacco contro Sebastopoli, quello che però appare in questo momento estremamente interessante è anche la modalità con cui è avvenuto il raid. Perché l’utilizzo combinato di droni marini e aerei con una perfetta interoperabilità tra i vari sistemi evidenzia la modernizzazione e la progressiva occidentalizzazione delle forze ucraine, che ormai sembrano avere pienamente appreso e assorbito le dottrine dell’Alleanza Atlantica e di chi ha istruito in questi anni e negli ultimi mesi i militari di Kiev.

L’evoluzione delle forze ucraine da post-sovietiche a quasi-occidentali sembra ormai completa. All’inizio della guerra, dunque a febbraio di quest’anno, la Marina ucraina è stata annichilita dopo i primi attacchi. La flotta di superficie di Kiev è apparsa da subito inadatta a respingere la potenza di fuoco russa nel Mar Nero, superiore nei numeri e nella qualità. Una lacuna colmata però nel corso dei mesi sia con l’invio di armi da parte dell’Occidente che con l’addestramento e il miglioramento delle capacità tecnologiche delle forze ucraine forniti dalla Nato. Come primo atto, la fascia costiera è stata rafforzata con missili antinave che hanno di fatto escluso ai russi la possibilità di avvicinarsi con la flotta senza rischiare di vedere affondate nuovamente le migliori unità della propria componente del Mar Nero. I Neptune ucraini uniti ai sistemi anglo-americani hanno blindato tutta l’area a largo di Odessa. E questo ha permesso a Kiev di concentrarsi su altri fronti, ma anche di potersi impegnare in un tipo di guerra molto diversa rispetto a quello che si aspettava Mosca sul fronte meridionale. Il conflitto si è trasformata in un sofisticato sistema di guerra asimmetrica e di carattere non più solo difensivo ma anche offensivo. Un metodo di conflitto che si è trasferito anche in territorio russo (o ritenuto tale da Mosca): proprio in quella Crimea considerata la grande linea rossa del Cremlino.

Per compiere questo scatto in avanti, l’Ucraina ha saputo sfruttare al meglio non solo le proprie forze, ma anche la tecnologie e l’addestramento giunti dall’esterno, dai Paesi Nato. E non è un caso che il ministero della Difesa russo, in un acceso scontro propagandistico con gli omologhi del Regno Unito, abbia accusato proprio Londra di essere dietro questo attacco contro Sebastopoli. Al di là delle accuse russe, che appaiono frutto anche di un bisogno interno agli apparati moscoviti di trovare colpevoli più avanzati rispetto al colpo subito, la dichiarazione di Mosca consiste anche in un’implicita ammissione che compie la Difesa di Putin, e cioè che in questo momento non riesce a prevenire e respingere gli attacchi ucraini in questo nuovo formato di guerra. E questo inevitabilmente porta a ritenere che sia proprio l’addestramento Nato ad avere reso possibile per l’Ucraina sganciarsi da certi elementi tradizionali della guerra di stampo russo-sovietico per dirigersi verso una strategia che Mosca non conosce ancora perfettamente.

Un’analisi del portale Naval News aiuta a chiarire il punto. “Va sottolineato che l’esercito ucraino, addestrato nelle dottrine della Nato dalla Marina americana durante le esercitazioni Sea Breeze, a differenza dell’esercito russo può utilizzare efficacemente la sua potenza aerea, terrestre e marittima limitata per neutralizzare sia le forze strategiche che obiettivi asimmetrici nelle operazioni congiunte” scrive Tayfun Ozberk sul portale specializzato. Questo spunto riflette l’importanza dell’addestramento atlantico delle forze di Kiev. Un aiuto che è servito soprattutto a forgiare un nuovo modo di condurre la guerra da parte ucraina che supera una dottrina che i russi comprenderebbero fin troppo bene per immergersi in strategia e tattiche nuove, appunto tipicamente occidentali. Sea Breeze, l’esercitazione periodica che nel 2021 vide un impegno estremamente ampio di forze atlantiche (ma anche dei partner) è certamente servita a perfezionare un percorso reso poi urgente con l’invasione di febbraio. I consiglieri militari occidentali, specialmente anglo-americani, avevano dunque un tracciato già segnato da molti anni di integrazione alle spalle.

Sotto questo profilo, il fatto che siano utilizzati droni subacquei e di superficie è un segnale importante anche per dimostrare l’impreparazione russa di fronte a un attacco mosso con metodi in cui Mosca, paradossalmente, ha compiuto da tempo passi in avanti. Gli arsenali e i centri di ricerca russi hanno sviluppato in questi anni una poderosa capacità di attacco attraverso i droni sottomarini: ma questo progresso non è stato evidentemente accompagnato da un sistema di intelligence e di difesa proporzionato alle capacità di attacco. Un problema che generalmente riguarda tutte le difese del mondo, che dovendo appunto reagire alle nuove sfide si adattano ad esse (rincorrendole). Anticipare è sempre più difficile.

Che l’Ucraina fosse già predisposta per questo modello di attacco contro i russi non è una completa sorpresa dell’ultima settimana. In questi mesi, i colpi alla Flotta del Mar Nero sono stati incisivi, dall’affondamento dell’incrociatore Moskva alla riconquista dell’isola dei Serpenti fino al misterioso attacco al ponte di Kerch. Va ricordato inoltre che a settembre, proprio sulla costa della Crimea, venne rinvenuto un barchino ucraino identico a quelli che sono stati accusati di avere compiuto questo raid contro Sebastopoli. Si trattava, come oggi, di un mezzo estremamente sofisticato, inimmaginabile fino a pochi mesi fa nel Mar Nero e evidentemente frutto di un enorme lavoro di progettazione. L’intelligence russa aveva individuato l’esistenza di questo drone e probabilmente lo ha studiato a fondo una volta rinvenuto il relitto non lontano proprio da Sebastopoli. Eppure, tutto questo non è bastato per prevenire un raid che, a detta di fonti Osint e ucraine, sembra essere stato ben più letale di quanto affermato da parte russa.

Di certo, l’Ucraina pone a questo punto all’attenzione mondiale, non solo russa, l’importanza sempre più centrale dell’utilizzo dei droni anche nella guerra navale. Un’evoluzione che si era già vista nel dominio aereo, con questi mezzi che ormai sono riconosciuti quale elemento essenziale delle aviazioni mondiali. E adesso è il mare ad assistere a un proliferare dell’elemento “autonomo” e controllato da remoto come confermato proprio dallo scenario asimmetrico ucraino. Anche in questo caso, forse non del tutto paradossalmente, molti osservatori segnalano che la Russia, al pari della componente aerea delle proprie forze, possa pescare sempre dall’Iran dei mezzi adeguati per fronteggiare i droni navali ucraini e questo nuovo metodo di confronto. Teheran, specialmente con i Guardiani della Rivoluzione, ha da tempo sviluppato questo capacità “sottocosto” ma particolarmente letale nell’ambito delle operazioni nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. Soltanto a settembre, l’Iran era riuscito a sequestrare due droni statunitensi in queste aree. Come per i droni kamikaze che colpiscono il territorio ucraino, gli Ayatollah potrebbero così dedicarsi al rifornire i russi di questi mezzi navali: con l’implicita conferma delle difficoltà di Mosca anche in un dominio apparentemente controllato dalla Flotta del Mar Nero.

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