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Mosca ha fissato il termine del conflitto in Ucraina al 9 maggio, anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. La propaganda del Cremlino vorrebbe far coincidere la fine di quella che chiama “operazione militare speciale” con una data altamente simbolica per la storia russa: quella guerra, che ha insanguinato il continente europeo per quasi sei anni, terminata a maggio del 1945 viene ancora oggi chiamata “Grande Guerra Patriottica” dai russi, a significare il profondo valore nazionalista della sconfitta del nazismo invasore.

Proprio sul “nazismo” si è giocata buona parte della propaganda del Cremlino, che dal 2014, ovvero da quando ha occupato il Donbass e la Crimea, ha avviato una narrazione che progressivamente ha indicato il governo di Kiev come “nazista”, sino ad arrivare ai recenti parossismi in cui perfino l’intera popolazione ucraina viene indicata come complice dei governanti, che sarebbero epigoni del nazismo tedesco: abbiamo già avuto modo di raccontare come, a maggio dello scorso anno, un primo lungo editoriale firmato da Timofey Sergeytsev era comparso su Ria Novosti in cui si erano gettate le basi della “denazificazione” dell’Ucraina, addirittura con distorsioni storiche inerenti le rivolte di Budapest e Praga degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.

Mosca però, a fronte delle perdite subite nel conflitto, si trova a dover gestire l’opinione pubblica interna che comincia, più che a “contare le bare” di ritorno dall’Ucraina, a vedere i propri soldati tornare feriti dal fronte: la propaganda del Cremlino, anche per questo, racconta di torture, perfino di mutilazioni, subite negli ospedali ucraini dai militari russi.

La narrazione del Cremlino riguardo le perdite è pertanto cambiata nel corso del conflitto: ora Mosca parla di “cospicue perdite” mentre i suoi battaglioni tattici (definiti anche BTG), si sono ritirati dal fronte di Kiev/Chernihiv per essere riorganizzati e spostati a est per l’offensiva verso il Donbass.



Difficoltà logistiche per la Russia

Proprio questa mossa richiederà tempo alla Russia: le unità vanno riorganizzate, servono truppe fresche da far confluire al fronte dai distretti militari più lontani, sarà posta particolare attenzione, riteniamo, nel non usare il personale di leva per le operazioni principali a fronte del comportamento dei coscritti nelle prime fasi del conflitto, ma soprattutto l’esercito russo dovrà tappare i buchi nei mezzi militari da usare per la nuova fase delle operazioni belliche. Senza entrare troppo nei dettagli, a oggi Mosca ha perso (confermati da fonti super partes) 2746 veicoli di ogni tipo, di cui 1443 distrutti, 39 danneggiati, 233 abbandonati e 1031 catturati. 468 di questi sono MBT (Main Battle Tank), 929 sono veicoli corazzati da combattimento di vario tipo ma soprattutto 787 sono camion, jeep e altri mezzi di trasporto leggeri, fondamentali per la movimentazione di truppe e materiali.

Sebbene la Russia possa attingere alle sue riserve strategiche, immense se confrontate a quelle ucraine e che quindi le permettono di uscire comunque vittoriosa in una guerra di attrito prolungata, la riorganizzazione delle unità richiederà tempo, anche solo per una questione geografica: il Paese è immenso e le risorse sono distribuite in vari distretti militari. Anche solo far giungere mezzi dal Caucaso richiede giorni: una colonna di mezzi corazzati russi (BMP e BTR) partita dall’Ossezia del Sud intorno al 17 marzo è stata vista schierata nel Donbass il 29, presumibilmente dopo inquadramento nel dispositivo tattico che la Russia sta organizzando per la sua stretta finale nella regione. La mobilitazione dai distretti militari più lontani (Centrale e Orientale) è cominciata già da prima della metà del mese scorso, ma le difficoltà logistiche dimostrate dalla Russia in questo conflitto potrebbero far richiedere diversi giorni prima del loro schieramento operativo sul fronte orientale e a maggior ragione su quello meridionale, considerando la necessità di giungere in Crimea o via nave, oppure lungo l’unico collegamento terrestre dato dal ponte sullo Stretto di Kerch.



Gli Stati Uniti, come riporta Reuters, hanno indicazioni che Mosca abbia iniziato a mobilitare i riservisti e potrebbe cercare di reclutare più di 60mila uomini: le notizie, che provengono da una fonte della Difesa Usa, non sono confermate dal Cremlino, ma sappiamo che la Russia, dal 2013, mobilita annualmente aliquote di personale che ha svolto il servizio di leva che va a comporre la riserva delle Forze Armate. La capacità operativa di queste unità di riservisti è dubbia: si tratta pur sempre di personale non professionista che quindi non è stato, e non viene addestrato per conflitti ad alta intensità, siano essi simmetrici o asimmetrici.

Si tratta però pur sempre di forze fresche in grado di occuparsi del settore logistico lasciando ai professionisti il compito di combattere. I prossimi 10 giorni saranno quindi decisivi per le sorti del conflitto: la mobilitazione e la riorganizzazione delle forze arriverà a compimento e l’esperienza sul campo del nuovo comandante Alexander Vladimirovich Dvornikov potrebbe permettere alla Russia di conseguire il suo obiettivo – fortemente ridimensionato – di conquistare la totalità del Donbass e, parallelamente, attuare l’avanzata verso Odessa, che fino a oggi è stata bloccata dalla resistenza dell’esercito ucraino.

Il generale, veterano del conflitto siriano, ha ben presente la necessità di avere uno strumento militare flessibile e autonomo, fattori che sono mancati durante questa guerra. Inoltre già il solo fatto di avere un comandate supremo sul campo, snellirà la macchinosa catena di comando russa, ancora fortemente improntata al modello accentratore sovietico. Dvornikov ha infatti capito, grazie all’esperienza siriana, l’importanza dell’autonomia dei “capitani”, ovvero dei quadri intermedi, nel processo decisionale tattico, lasciando “mano libera” ai comandanti dei reparti che hanno dimostrato di poter così effettuare operazioni in modo efficace. Il generale, che comanda l’importante Distretto Militare Meridionale, potrebbe quindi apportare quei cambiamenti necessari alla Russia per cercare di terminare il conflitto nel più breve tempo possibile, ma la strada è comunque in salita per le motivazioni di carattere logistico finora espresse.

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