In origine, i droni armati erano un simbolo della potenza americana. Oggi, sono onnipresenti nei cieli mediorientali. Negli ultimi anni si sta facendo strada una nuova generazione di velivoli senza pilota, più economici e con meno restrizioni rispetto a quelli “made in Usa”.

Gli Stati Uniti, al pari di molti Stati europei, hanno infatti ristretto la vendita di missili balistici e droni armati agli Stati del Medio Oriente nel timore che possano finire nelle mani sbagliate. Un vincolo regolamentato dal Missile Technology Control Regime (Mtcr): un accordo politico informale tra 35 Stati membri che cerca di limitare la proliferazione di missili e tecnologia missilistica.

Il vacuum lasciato dagli Stati Uniti, sembra tuttavia volerlo colmare la Cina. Alla già massiccia proliferazione di missili balistici e droni armati in Medio Oriente, si aggiungono ora le forniture di Pechino. Per ovviare alla carenza imposta dagli Stati occidentali, alcuni Paesi – tra i quali Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – hanno iniziato a rivolgersi al colosso asiatico, mentre altri – come Turchia, e Iran – hanno investito nello sviluppo della produzione nazionale.

“Comprare droni dagli Stati Uniti richiede tempo, costa molto e ci sono degli obblighi; acquistare quelli cinesi, invece, è economico, veloce e non si ha il fiato sul collo da parte di nessuno” – spiega Jalel Harchaoui, del think tank olandese Clingendael Institute.

La Cina e i missili balistici

Pechino dunque ha contribuito a rifornire numerosi Stati mediorientali; in primis, l’Arabia Saudita. Recentemente, la Cnn ha svelato il contributo fornito dalla Cina allo sviluppo del programma di missili balistici nel Regno. L’indagine dell’emittente statunitense è stata condotta dopo che, nel mese di gennaio, alcune immagini satellitari avevano rivelato l’esistenza di un centro di produzione di razzi vicino a Riad, il cui design sembrava molto simile a quello cinese.

Non è una novità che Pechino fornisca missili balistici all’Arabia Saudita; le scorte del Regno risalgono infatti agli anni Ottanta. Più recentemente, nel 2007, Riad ha acquistato dalla Cina missili superficie-superficie DF-12. In quella occasione, gli Stati Uniti avevano approvato l’accordo, a condizione che la Cia potesse ispezionarli, verificando che non avessero capacità nucleari.

La Cina non ha sostenuto solo l’Arabia Saudita. Alla fine degli anni Novanta, Pechino aveva agito in modo analogo con la Turchia, per lo sviluppo del suo arsenale di missili balistici. In quegli anni, Ankara aveva sottoscritto un accordo che gli consentiva di produrre missili B-611. Inoltre, grazie alla tecnologia cinese, la Turchia ha prodotto il missile balistico a corto raggio (150 km e 300 km) J-600T Yıldırım, in grado di trasportare armi nucleari tattiche e strategiche.

In segreto, la Cina avrebbe anche venduto missili balistici a corto raggio SY-400 al Qatar. Una fornitura di cui si è appresa l’esistenza soltanto nel dicembre 2017, in occasione della parata militare della giornata nazionale del Paese, quando i missili sono stati mostrati pubblicamente.

Droni cinesi in Medio Oriente

Oltre a un’ampia gamma di missili balistici, negli ultimi anni Pechino avrebbe rifornito i Paesi del Medio Oriente anche di droni armati. Il modello di drone cinese più diffuso è il Wing Loong II, un Uav inquadrato nella categoria medium-altitude, long-endurance (Male), capace di effettuare missioni di lunga durata e a media altitudine, simile al Predator americano.

Questa tipologia di velivoli senza pilota sarebbe stata utilizzata anche in alcuni conflitti che stanno incendiando il Medio Oriente. Forniti da Pechino agli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi li avrebbe utilizzati sia in Yemen – nella campagna della coalizione araba contro gli Houthi – che in Libia – nella guerra civile tra Haftar e il governo di Tripoli. In particolare, nel 2018, i droni sono stati utilizzati per colpire Derna, nella lotta contro le milizie islamiste, mentre lo scorso maggio, sono stati impiegati per sostenere l’avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli.

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