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La situazione nel Golfo Persico sembra che stia lentamente ma costantemente degenerando: Iran e Stati Uniti stanno dando luogo ad un’escalation, militare e diplomatica, che ricorda molto le ripetute crisi a cui abbiamo assistito negli anni ’80 del secolo scorso, quando, durante il conflitto che contrappose Iran e Iraq, la tensione con gli Stati Uniti raggiunse il culmine durante la “Guerra alle petroliere” che colpì collateralmente il naviglio militare statunitense.

Il 14 aprile del 1988 la fregata americana classe Perry Uss Samuel Roberts finì su una mina magnetica iraniana – l’Iran minò il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz per bloccare il traffico delle petroliere dirette verso l’Iraq – e gli Usa, per rappresaglia, attaccarono apertamente ex piattaforme di estrazione di idrocarburi iraniane nel Golfo (operazione Praying Mantis) utilizzate come basi di appoggio e di intelligence. L’attacco rischiò di degenerare rapidamente quando gli Stati Uniti colpirono il naviglio militare iraniano intervenuto in difesa delle proprie installazioni petrolifere (la fregata Sahad affondò e la Sabalan ci mancò poco che facesse la stessa fine) e solo quando le forze americane fecero dietro-front la situazione si normalizzò.

Qualche mese dopo l’operazione militare, però, si rischiò una nuova escalation quando il volo Iran Air 655 fu abbattuto, con la morte di 290 civili, da un missile Standard lanciato dall’incrociatore americano classe Ticonderoga Uss Vincennes che lo scambiò per un F-14 iraniano.

Oggi sembra che lo stesso scenario, solo molto meno sanguinoso, si stia riproducendo dalle parti dello Stretto di Hormuz, e l’abbattimento del drone Mq-4 americano ha quasi scatenato un attacco di ritorsione diretto verso le basi missilistiche iraniane che potrebbero aver lanciato il missile.

Come ha scritto Matteo Carnieletto, il Presidente Trump ha inviato l’ordine di rientro ai caccia quando erano già in volo verso i propri bersagli, determinando così un fatto che ha pochi precedenti nella storia recente.

Il punto della situazione

Cosa abbia portato il Presidente degli Stati Uniti a fare dietro-front non lo sappiamo con esattezza, possiamo però cercare di dare una spiegazione ricostruendo pazientemente i passaggi salienti di una crisi che sembra aver riportato indietro l’orologio della storia di un trentennio.

La situazione odierna prende il via dalla ricusazione unilaterale da parte di Washington del trattato sul nucleare iraniano, il Jcpoa più comunemente noto come “5+1”. Scaduti anche i termini della sospensione delle sanzioni internazionali, sull’Iran è ripiombato lo stesso embargo che ha strangolato l’economia locale in passato: svalutazione della valuta locale, blocco esportazioni di idrocarburi verso l’occidente, blocco delle attività finanziarie in dollari.

In risposta l’Iran ha annunciato di avere ripreso l’arricchimento dell’uranio – utilizzato come combustibile nelle centrali atomiche – ed il cui sottoprodotto, il plutonio prodotto nei reattori ad acqua pesante, viene utilizzato come esplosivo nelle bombe nucleari.

Questa, sebbene sia una violazione del trattato, risulta essere comunque una violazione parziale, sia in quanto l’arricchimento non supererà di molto la quota fissata dal trattato, sia perché le altre clausole non sono state infrante. Diversamente la decisione unilaterale di ricusare il trattato da parte americana è, a livello diplomatico, un atto aggressivo soprattutto perché unito al ritorno del regime sanzionatorio.

Come abbiamo già avuto modo di spiegare, questa linea risponde ad un’esigenza della Casa Bianca di ritornare al tavolo delle trattative con Teheran per cercare di strappare un nuovo accordo più favorevole agli Usa che, ad esempio, elimini de facto la possibile presenza di ordigni atomici già costruiti – fattore non contemplato nel Jcpoa – e che garantisca nel contempo di porre un freno all’attività di sviluppo missilistico dell’Iran.

Prima dell’abbattimento del drone e del mancato attacco Usa, abbiamo assistito ad un attacco ad alcune petroliere nel Golfo di Oman, un attacco che il Dipartimento di Stato attribuisce all’Iran, ma che, ad un’analisi delle immagini e della dinamica, ci risulta di matrice poco chiara.

Parallelamente nel Golfo gli Stati Uniti, come da copione, hanno aumentato la loro presenza militare inviando bombardieri strategici e altri soldati di rinforzo nelle loro basi militari in Qatar e nel resto della Penisola Arabica. Di contro l’Iran sembra invece aver tenuto un basso profilo sebbene non sia da escludere che i recenti attacchi ad installazioni militari e diplomatiche in Iraq possano essere di matrice sciita, quindi ad opera di qualche milizia armata e sovvenzionata da Teheran.

La tattica di un attacco tramite proxy, del resto, sarebbe la migliore per colpire il proprio avversario restando comunque “nell’ombra”, non palesando quindi un intervento effettuato con i propri asset in modo da poter avere sempre una negazione plausibile.

La “soluzione coreana” degli Usa

Abbiamo già praticamente anticipato quella che è la tattica americana per cercare di riportare Teheran al tavolo delle trattative: aumentare la tensione diplomatica e militare “mostrando i muscoli”.

A fronte di un evidente stallo delle diplomazie, Washington ha agito – e sta agendo – nell’unico modo che conosce: con l’escalation militare. L’invio di uomini e mezzi, i pattugliamenti marittimi e aerei, servono a mettere pressione su Teheran. Minacciare un attacco diretto, e poi ritirarlo, ha come fine quello di riportare gli Ayatollah al tavolo delle trattative.

Questo modus operandi è stato usato già una volta da questa amministrazione, sebbene con risultati ambigui: con la Corea del Nord. Al vertice della tensione tra Pyongyang e Washington nella acque del Pacifico Occidentale incrociavano due portaerei ed un numero imprecisato di sommergibili lanciamissili da crociera (almeno uno), la Corea del Sud ha ricevuto rinforzi di ogni tipo, lo stesso tono diplomatico della Casa Bianca nei confronti di Kim Jong-un è stato aspro, financo offensivo.

Risultato: lo storico incontro di Singapore e l’ancora più storico “abbraccio” tra i leader delle due coree.

Il problema principale, però, è che la teocrazia iraniana, retta dagli Ayatollah con i Guardiani della Rivoluzione che permeano ogni ambito dello stato, è cosa diversa dall’autocrazia nordcoreana. Lo stesso sentimento nazionale è molto differente, pertanto non ci stupisce affatto che, sin’ora, Teheran abbia rispedito al mittente ogni proposta americana in quanto correlata da azioni ritenute aggressive ed intimidatorie, e pertanto lesive non solo degli interessi dell’Iran, ma dello stesso orgoglio nazionale.

Perché l’attacco Usa è stato fermato?

Oltre alle possibili questioni interne, con un esecutivo americano che sembra spaccato in due tra linee opposte di interventismo e non interventismo, la Casa Bianca potrebbe aver considerato che un attacco, in questo momento, per un drone – quindi senza la perdita di personale Usa – sarebbe stato del tutto eccessivo e controproducente: avrebbe rischiato di giustificare l’Iran agli occhi del mondo facendo rompere gli indugi ai suoi alleati (Russia e Cina) che hanno un forte peso politico non solo nell’area del Golfo.

Non sono infatti rimaste inascoltate le parole, un po’ sibilline a dire il vero, del presidente Putin che proprio giovedì ha detto, in una lunga intervista, che un conflitto Usa-Iran avrebbe conseguenze “catastrofiche, per lo meno nella regione”. Se da un lato questo significa che la Russia non può che sostenere la causa iraniana nella diatriba sul nucleare – lo stesso Putin ha sottolineato che Teheran ha sempre rispettato gli accordi – dall’altro quel “almeno nella regione” può essere interpretato come un appoggio più diplomatico che militare, lasciando così Teheran al suo destino.

Un appoggio diretto della Russia alla causa iraniana, infatti, risulterebbe poco probabile perché rimetterebbe in gioco tutte le conquiste faticosamente raggiunte da Mosca in Medio Oriente – Siria in primis – e servirebbe solo a rendere gli Stati Uniti egemoni nell’area. Anche una soluzione “siriana”, ovvero con un sostegno militare esterno ma non diretto, risulterebbe comunque molto rischiosa perché potrebbe esporre personale militare russo ad attacchi Usa; attacchi che poi richiederebbero una rappresaglia. Mosca quindi non ha altra soluzione che cercare di “mediare” a modo suo.

Non risulta inaspettato il “silenzio” cinese, che va interpretato alla luce dei rapporti Pechino-Washington fatti di guerra di dazi e azioni provocatorie nel Mar Cinese Meridionale: la Cina ha forti interessi in Iran, prima di tutto di carattere petrolifero, ed in secondo luogo potrebbe decidere di puntare sui porti iraniani nel Golfo di Oman per farne delle basi per il suo “filo di perle” della Nuova via della Seta. In questo momento, però, a Pechino conviene non inasprire ulteriormente la tensione, secondo una prassi consolidata in millenni di cultura orientale, e cercare di agire al momento giusto con piccole ma continue azioni – diplomatiche o militari – per cercare di non creare una frattura insanabile con gli Stati Uniti che ancora non è preparata ad affrontare.

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