Il governo di Damasco è riuscito a riportare sotto il suo controllo oltre il 95% della Ghouta orientale, suggellando la vittoria più importante e significativa per le forze lealiste dopo la riconquista di Aleppo nel dicembre 2016. I gruppi ribelli islamisti, sfiancati dopo settimane di combattimenti intensi, hanno accettato di evacuare l’area e di trasferirsi nella città di Idlib, in accordo con i russi. Ora si attende che lo stesso faccia anche Jaysh al islam, il gruppo radicale sponsorizzato dall’Arabia Saudita che controlla la città di Douma e che ha cominciato a lasciare la sua enclave nei giorni scorsi. I terroristi hanno la possibilità di scegliere un accordo con gli intermediari russi: possono partire con le armi da fuoco e le famiglie o consegnare le armi e richiedere l’amnistia del governo.

L’operazione Damascus Steel (senza Teheran)

L’operazione militare Damascus Steel è iniziata lo scorso febbraio, con la Federazione Russa che ha supportato l’esercito arano siriano per mezzo dell’aeronautica, mentre a livello diplomatico Mosca ha impedito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di approvare una risoluzione che avrebbe legato le mani al governo siriano nella lotta contro i ribelli jihadisti. Un’operazione supportata politicamente anche dalla Repubblica Islamica dell’Iran, alleata di Assad e della Russia, la quale tuttavia ha preferito rimanere in disparte, per tutta una serie di ragioni, paradossalmente per facilitare e non ostacolare l’operazione avviata dagli alleati. 

Perché l’Iran non ha partecipato alle operazioni nella Ghouta

Come spiega Al-Monitor, questa volta infatti non ci sono notizie della presenza di comandanti militari iraniani, né di combattenti filo-iraniani nella Ghouta orientale. Nessun cambio di rotta da parte di Teheran, ma piuttosto una mossa tattica volta a preservare gli interessi dell’alleanza. “Innanzitutto – osserva – Hamidreza Azizi, membro del comitato scientifico dell’Iran and Eurasia Studies Institute (Iras) di Teheran – l’operazione militare siriana nella Ghouta orientale è arrivata poco dopo l’abbattimento di un F-16 israeliano”, precipitato nei pressi del villaggio israeliano di Harduf.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato esplicitamente l’Iran di essere dietro il drone che ha violato lo spazio aereo israeliano e dietro l’abbattimento dell’F-16 nei cieli siriani. Da lì è nata una nuova “campagna israeliana contro la presenza dell’Iran in Siria, descritta come una minaccia diretta contro Tel Aviv. In quanto tale, qualsiasi nuovo serio coinvolgimento militare dell’Iran, sia nella Ghouta che altrove, sarebbe stato usato come pretesto da Tel Aviv per aumentare la sua pressione su Teheran, anche attraverso un’azione militare contro i gruppi filo-iraniani e pro-Assad in Siria”, scrive l’esperto su Al-Monitor.

L’Iran, inoltre, è assolutamente consapevole che dopo la sconfitta dello Stato Islamico, in cima all’agenda degli Stati Uniti – e di Israele – c’è proprio il contenimento di Teheran. Un coinvolgimento attivo nella Ghouta avrebbe dunque fornito dei facili pretesti agli avversari e reso ben più difficoltoso il lavoro di Damasco e Mosca. Nel complesso, possiamo dire che la posizione dell’Iran sulla Ghouta orientale è figlia di un pragmatismo volto a tutelare non solo i propri interessi, ma anche quelli di Russia e Siria. 

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