Guerra /

Lo scorso 18 novembre, durante un incontro tra il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il principe ereditario Mohammed bin Zayed tenutosi ad Abu Dhabi, è stato siglato un accordo tra Grecia ed Emirati Arabi Uniti che stabilisce “l’istituzione di un partenariato strategico per rafforzare la cooperazione politica, economica e culturale” tra i due Paesi.

La parte più interessante di questo accordo è però la clausola sulla difesa reciproca, che stabilisce che si giunga reciprocamente in aiuto in caso di minaccia all’integrità territoriale di un Paese: una sorta di piccolo “articolo 5 della Nato” tra Atene e Abu Dhabi.

Il patto di cooperazione non è affatto un fulmine nel cielo (poco) sereno della politica del Mediterraneo Orientale: già a fine agosto gli Emirati Arabi Uniti avevano inviato alcuni caccia F-16 a Creta per partecipare a delle manovre militari che hanno visto anche la partecipazione di Francia, Italia e Cipro, mentre gli Stati Uniti, nello stesso periodo, stavano tenendo esercitazioni separate con le Forze Armate elleniche.

Ma cosa accomuna due Paesi, la Grecia e gli Eau, così lontani tra loro (non solo geograficamente) tanto da aver avuto la necessità di stringere un patto di cooperazione così vincolante dal punto di vista della Difesa? Semplice: la necessità di arginare l’espansionismo della Turchia.

La vexata quaestio tra Ankara e Atene per la sovranità sulla Zona di Esclusività Economica in quella parte di Mediterraneo compresa tra l’isola di Cipro e quella di Creta è ormai ben nota, come sono note le ripetute provocazioni orchestrate dalla Turchia utilizzando navi per prospezione oceanografica scortate da unità della Marina Militare. Navi da guerra che sono state usate anche per intimidire assetti da ricerca petrolifera offshore anche di altre nazioni nei mesi precedenti all’escalation della tensione di questa estate tra i due contendenti separati dal Mar Egeo.

Ankara, come sappiamo, ha “cambiato passo”, e guarda al mare per uscire dalla sua dimensione continentale e affrancarsi come piccola potenza egemone nello scacchiere mediorientale e africano, con un occhio (e una mano) più a oriente: dal Caucaso (sostenendo l’Azerbaigian nel conflitto in Nagorno-Karabakh) sino ai Paesi turcomanni dell’Asia Centrale ex sovietica.

La Grecia in questo progetto espansionistico turco ha rischiato (e sta rischiando) di finire come il famoso vaso di coccio tra vasi di ferro, e dopo un’iniziale titubanza nel reagire, forse imposta da Washington che nelle prime fasi della tensione non intendeva schierarsi troppo in favore dell’uno o dell’altro contendente, si sta ora muovendo sul piano politico e militare per cercare di contenere l’espansionismo di Ankara, pertanto è assolutamente naturale che cerchi il sostegno dei suoi avversari “regionali”.

Uno di questi sono senza dubbio gli Emirati Arabi Uniti, che hanno una storia piuttosto recente ma abbastanza lunga di opposizione alla politica estera della Turchia.

In ballo c’è una questione ideologica di fondo, rappresentata dalla Fratellanza Musulmana sostenuta dalla Turchia – e appoggiata anche da un altro Paese del Golfo, il Qatar – e osteggiata dagli Eau, che si è ritrovata in un conflitto “di bassa entità” come quello libico. Ankara è schierata apertamente con al-Serraj e c’è il sospetto (che è più di un sospetto) che invii a Tripoli quasi regolarmente (e in barba all’embargo) armamenti di vario tipo con voli militari e utilizzando mercantili scortati da unità navali turche, che si sono “scontrate” in alcune occasioni con navi militari francesi e greche che incrociano nelle acque del Mediterraneo Centrale per far rispettare la risoluzione dell’Onu che proibisce il traffico di armi verso la Libia.

Gli Emirati Arabi, invece, sostengono il generale Khalifa Haftar, ed è noto che Abu Dhabi abbia inviato piloti e caccia in sostegno dell’avanzata del generalissimo della Cirenaica.

L’efficacia dell’embargo meriterebbe un ragionamento a sé: se Tripoli non può ricevere armamenti che dal mare o dal cielo, Tobruk può riceverli (e li riceve) anche via terra attraverso il deserto che lo separa dal vicino (e amico) Egitto di al-Sisi, ed in questo traffico una parte importante è sicuramente giocata anche da Abu Dhabi.

Emirati Arabi che hanno anche visto come fumo negli occhi il sostegno turco al Qatar in occasione della nascita – patrocinata da Washington – del Global Center for Combating Extremist Ideology, con sede a Riad, che subito ha indicato Doha come “Stato terrorista” in quanto finanziatore di gruppi come la Fratellanza Musulmana. Qatar, che è stato il più grande strumento di proselitismo per la causa wahabita tanto da aver avuto un ruolo di primo piano, col totale appoggio saudita, nel rovesciamento di Gheddafi in Libia: Doha infatti oltre a convincere la Lega Araba a instaurare la no fly zone nei cieli libici, ha partecipato attivamente ai combattimenti con l’invio di centinaia di soldati e soprattutto stanziando 400 milioni di dollari per i ribelli. Eliminato Gheddafi, però, il connubio si è presto dissolto proprio per le divergenze legate alla Fratellanza, e la Turchia si è inserita sapientemente arrivando a sostenere militarmente lo stesso Qatar con l’invio di truppe e veicoli corazzati nel 2017, poco dopo le accuse del “centro antiterrorismo” arabo.

Una strana alleanza, quella tra Grecia e Eau, ma che sfrutta un collante molto forte rappresentato dalla necessità di contrastare la Turchia ed i suoi piani di espansione della propria influenza; piani che infastidiscono anche la Francia, come abbiamo già avuto modo di dire, che infatti si è apertamente schierata dalla parte di Atene con accordi di tipo militare: oltre alla vendita dei cacciabombardieri Rafale, l’Eliseo è riuscito anche a integrare la Grecia nella Task Force Takuba in Sahel, che rappresenta un evento eccezionale per la storia della politica ellenica.

Un’alleanza a tre in funzione antiturca, quindi, che è certificata una volta di più dalle manovre militari denominate Medusa che si stanno tenendo davanti alle coste egiziane e che vedono la partecipazione anche di Cipro ed Egitto. L’esercitazione, iniziata il 30 novembre e che terminerà il 6 dicembre, prevede tre fasi distinte (ricerca e soccorso, guerra elettronica, esercitazioni di superficie e formazioni navali) che permetteranno di integrare meglio gli assetti militari e le procedure dei Paesi partecipanti.

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