Un nuovo fronte potrebbe aprirsi nel contesto della guerra civile siriana; quello tra la Turchia e le forze fedeli al governo di Bashar Al Assad. Ma le tensioni tra le due parti non giungono come un fulmine a ciel sereno.

Sembra piuttosto una resa dei conti, attesa da tempo e resasi inevitabile negli ultimi due mesi, durante i quali le forze turche e siriane si sono indirettamente confrontate nel governatorato di Idlib.

La presenza turca in Siria

La Turchia ha una presenza stabile all’interno del territorio nazionale siriano da più di un anno. Già introdottasi nelle aree curde nel nord del Paese con l’operazione militare “Ramoscello d’Ulivo”, nel settembre 2018 Ankara ha inviato altri soldati nel governatorato di Idlib con il compito di pattugliare il territorio.

Ma la vera partita ora a Idlib, l’ultima grande roccaforte dei ribelli siriani, che governano insieme a Hayat Tahrir Al-Sham (Hts), un’organizzazione militante del salafismo jihadista coinvolta nella guerra civile siriana.

Proprio per i territori del governatorato, la Russia, alleata del presidente siriano, e la Turchia, sostenitrice dell’opposizione, avevano concordato la creazione di una  zona cuscinetto demilitarizzata, sottoposta al pattugliamento di soldati turchi e russi. La tregua, tuttavia, non è durata a lungo, lasciando il posto a una escalation di violenza. Lo scorso aprile, il presidente siriano ha avviato un’offensiva a  Idlib, volta a riprendere il pieno controllo del Paese.

Da allora, nel governatorato sono in corso scontri violenti, che hanno causato lo sfollamento di 270 mila persone. Come si sia arrivati a questo punto, non è ancora chiaro. Il governo siriano sostiene di aver risposto ad attacchi di estremisti, impegnandosi in una vera e propria campagna contro il terrorismo. Per i ribelli, sarebbe stata proprio l’offensiva del governo a violare la tregua nel governatorato.

Il fronte con la Turchia

Al mosaico della guerra siriana, già di per sé complesso, si sta aggiungendo un altro tassello. Pochi giorni fa, Ankara ha accusato le forze fedeli al governo siriano di aver “intenzionalmente” attaccato una postazione di controllo turca all’interno del governatorato di Idlib.

Immediatamente, la Turchia avrebbe risposto con armi pesanti, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu. “La Turchia non tollererà molestie contro i suoi soldati da parte del governo siriano. Gli insegneremo a stare al loro posto”, ha tuonato il ministro.

Da parte sua, la Siria ha tentato di smorzare i toni, pur mantenendo una posizione ferma nei confronti di quella che ritiene essere un’invasione di campo da parte della Turchia. “Ci auguriamo che i nostri soldati non combattano contro quelli turchi. Questa è la nostra posizione di principio” – ha dichiarato il ministro degli Esteri siriano, Walid Al-Moualem – “Stiamo combattendo i terroristi, soprattutto a Idlib, che è territorio siriano, parte della nostra nazione”.

Al-Moualem si è poi chiesto quale siano le mire di Ankara, utilizzando armi contro le forze governative: “Cosa vuole fare la Turchia in Siria? Sta proteggendo il Fronte Al-Nusra? O l’East Turkestan Islamic Movement (Etim)?” . Quest’ultima è un’organizzazione estremista islamica, attiva anche nel conflitto civile siriano.

Gli interessi della Turchia

La Turchia ha effettivamente un interesse a mantenere una presenza all’interno del territorio siriano. Ankara teme, da un lato, che l’intensificarsi degli scontri a Idlib possa causare una nuova ondata di profughi siriani all’interno del suo territorio nazionale e che i bombardamenti di Al-Assad contro i ribelli siriani possano minare le relazioni tra Russia e Turchia, mettendo a rischio il peso politico assunto da Ankara nel conflitto siriano.

Dall’altro, la Turchia mira a controllare completamente il confine con la Siria, impedendo la nascita di uno Stato curdo al di là dei suoi confini e tutelando in questo modo la propria sicurezza.

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