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La dottrina strategica russa è uno degli argomenti di studio più importanti per la Nato e in particolare per il Pentagono. Washington, sin dai tempi della Guerra Fredda, si domanda come agirà Mosca. E da diversi decenni si è consolidata un’analisi sempre più accurata e capillare delle mosse della Russia, tanto che sempre più spesso le due dottrine militari – quella russa e quella statunitense – vivono una forma di simbiosi in cui una è funzionale e allo stesso tempo contraria all’altra.

Tra le diverse questioni su cui è più spesso concentrato lo studio degli strateghi americani, quella dell’utilizzo delle armi nucleari ha certamente avuto un ruolo preponderante. Non c’è bisogno di spiegarne i motivi: l’ipotesi di un conflitti atomico su vasta scala è uno scenario che non ha acceso solo il panico dei “catastrofisti”, ma anche l’analisi di numerosi esperti per evitare che si realizzasse quello che per molti osservatori sarebbe il termine della vita umana.

Su questo punto, gli Stati Uniti hanno da tempo incentrato le loro attenzioni sul concetto di “escalate to de-escalate”, a volte nota anche come “escalation to de-escalation”. Il termine, diventato noto in ambiente americano al punto da diventare di moda quando si parla di Russia, è spiegato in un’analisi di Russia Matters, progetto dell’Harvard Kennedy School’s Belfer Center for Science and International Affairs. Nel testo, si definisce l’escalate do de-escalate come un presunto piano di Mosca “per utilizzare attacchi nucleari limitati in un conflitto locale/regionale, con la convinzione che una tale escalation dal conflitto convenzionale al conflitto nucleare scioccherebbe un avversario e lo spingerebbe a chiedere la pace”.

Questa idea – che circola da diversi anni nei piani alti del Pentagono e in diversi ambienti strategici Usa – è regolarmente respinta dalla controparte russa, che dice anzi di non avere alcuna dottrina a riguardo. Tuttavia, l’attenzione rivolta dagli Stati Uniti su questa possibile agenda di Mosca in caso di conflitto ha fatto sì che la Difesa americana mettesse in atto una serie di azioni tese in qualche modo a scongiurare l’eventualità che il Cremlino attivasse questo tipo di operazioni.

Analizzando però da vicino questo presunto piano considerato da diversi analisti statunitensi e la dottrina che si presume faccia parte dell’idea strategica russa, le letture iniziano a essere diverse. Tanti analisti cominciano a dare interpretazioni meno assertive di questa dottrina della “escalation de-escalate” ritenendo che in realtà ci trovi di fronte a un falso problema. Olgo Oliker e Andrey Baklitskiy, in un articolo apparso sul portale War on the rocks, hanno affermato che questa idea sull’utilizzo da parte della Russia delle armi nucleari “può avere origine nelle argomentazioni di un articolo del 1999 pubblicato sulla rivista militare russa Voennaia Mysl. Gli autori, ufficiali militari e analisti VI Levshin, AV Nedelin e ME Sosnovskii, hanno affermato che l’uso di armi nucleari in un conflitto fino a quel momento convenzionale potrebbe dimostrare credibilità e convincere l’avversario a fermarsi per paura di un’ulteriore escalation”. C’è però da dire che nessuna dottrina ufficiale successiva ha effettivamente abbassato la soglia di utilizzo dell’atomica così come paventato da questi esperti, segnalando dunque un divario tra l’analisi e la realtà dei fatti.

Altri esperti, invece, sottolineano che questa ipotesi di utilizzo limitato e “a basso profilo” di ordigni atomici potrebbe essere considerata non alla stregua dell'”escalate to de-escalate”, ma dell”escalation control“. Un concetto che, come spiegato dall’esperto Jay Ross, faceva parte delle conoscenze Usa sin dai tempi della Guerra Fredda. Obiettivo di questa dottrina, che si può trovare ancora online, era quella per cui gli Stati Uniti dovevano essere in grado di controllare gli avversari a qualsiasi livello di conflitto “dominando” appunto l’escalation. Mosca avrebbe in qualche modo reinterpretato questa idea costruendo un approccio strategico “che si basa su misure proattive attentamente calcolate per garantire che un conflitto sia contenuto a livelli più bassi e più accettabili”. In questo modo, quindi, il Cremlino controllerebbe l’escalation, dominando i diversi livelli di tensione che possono accendersi in vari teatri bellici senza per questo dominare in modo effettivo il conflitto che potrebbe accendersi.

Se questa dottrina – che la Russia non ha mai adottato ufficialmente nonostante gli Stati Uniti abbiano aderito all’idea che Mosca ne sia promotrice – viene fatta uscire dal panorama nucleare per essere invece applicata su diversi piani di azione, allora è possibile scorgere delle tendenze simili a quanto fatto dal Cremino negli ultimi anni. Del resto, la escalation to de-escalate si fonda sul presupposto da Guerra Fredda in cui è l’utilizzo dell’arma nucleare il vero concetto che differenzia la guerra convenzionale da quella che tale non è. Ma nel momento in cui la guerra ha assunto diversi livelli di azione e soprattutto moltiplicato i suoi domini, è altrettanto possibile ridiscutere i termini delle dottrine strategiche non basandosi sulla dicotomia nucleare-non nucleare. La guerra asimmetrica, di cui la Federazione Russa è certamente tra le superpotenze, comporta inevitabilmente un modo di diversificare le escalation. E quindi anche l’applicazione dell”escalate do de-escalate”.

Il conflitto ucraino e le crescenti tensioni di questi giorni potrebbero perciò dirci qualcosa. Specialmente se consideriamo la riformulazione citata poc’anzi sul “controllo della escalation” più che sul concetto classico di escalate to de-escalate. La capacità di dominare le tensioni, aumentando il livello dello scontro per scoraggiare ulteriori aggressioni, spiegherebbe quindi in modo più corretto la strategia del Cremlino e il metodo utilizzato. Mosca, in sostanza, applica strumenti bellici che servono a fare in modo che il gioco sia nelle sue mani, innalzando il grado di tensione subito prima della rottura senza superare la soglia critica del conflitto. Questo metodo, già applicato con successo nella questione ucraina ai tempi della Crimea, è stato replicato con successo anche in Siria, dove la Russia ha saputo prendere le redini del conflitto senza per questo arrivare allo scontro con le truppe occidentali.

In questo senso, è importante sottolineare anche un altro fattore: conoscendo il dominio in cui si combatte la guerra e diversificandoli (tipico della concezione ibrida del conflitto), la potenza che adotta questo tipo di azione di fatto annulla la capacità di deterrenza nemica. La Guerra Fredda l’ha impostata nell’ottica del programma nucleare nemico: ma quando viene escluso il conflitto convenzionale così come quello atomico, si modifica radicalmente la cronice entro cui si muovono le diverse potenze. A tal punto che questo innalzamento di tensioni, più che nell’ottica di escalate to de-escalate, è servito in realtà a costringere gli altri Paesi ad accettare l’agenda russa nel conflitto senza creare uno choc sistemico nell’Alleanza atlantica. La Russia non sa né può dire come gestirà un conflitto futuro: ma è in grado di controllare il livello precedente. E questa capacità strategica, per quanto foriera di dubbi e di pericoli per il mondo (nessuno è in grado davvero di prevedere fino a che punto le tensioni possano o meno sfociare in un conflitto aperto), obbliga spesso gli Stati Uniti a scelte difficili e molte volte inadeguate. Giocare in anticipo aiuta e, soprattutto quando i centri di comando avversari sono molti e con interessi diversi, comporta che il controllo dell’escalation sia sempre nelle mani di chi compie un gesto radicale rafforzando le proprie posizioni.

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