Le esplosioni in Crimea e la “demilitarizzazione” della penisola. Con una dichiarazione rilasciata attraverso Twitter, il consigliere del capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Mykhailo Podolyak, e il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak, sembrano confermare quanto sospettato dopo i primi misteriosi avvenimenti che hanno coinvolto la penisola annessa dalla Federazione Russa: non si tratta di incidenti, ma di colpi messi a segno dalle forze di Kiev. “Le forze armate ucraine continuano l’operazione di ‘demilitarizzazione’ di alta precisione per liberare completamente la nostra terra dagli invasori russi. I nostri soldati sono i migliori sponsor del buon umore. La Crimea è Ucraina” ha scritto Yermak.

Dichiarazioni che rappresentano quasi una firma su episodi che la stessa Russia ha subito definito atti di “sabotaggio” smentendo l’ipotesi che si trattasse di incidenti. Ma sono parole diverse anche da quelle degli stessi funzionari ucraini i quali, in particolare dopo l’incidente dell’aeroporto militare di Novofedorivka, avevano evitato di precisare i propri piani puntando anche il dito sui servizi russi. “Voglio che siamo consapevoli che verremo incolpati per un po’ di tempo. Tutto questo ha le sue radici nei servizi segreti russi, lo fanno per incoraggiare le persone a sollevarsi e andare in guerra”, dichiarava Podolyak, citato dall’agenzia Ukrinform, in riferimento anche ad altre esplosioni avvenute in Bielorussia e in territorio russo. Frasi che appaiono dissonanti rispetto a quelle in cui si parla apertamente di “demilitarizzazione”, pur non confermando la tesi di una mano ucraina.

Gli episodi odierni hanno coinvolto un deposito di munizioni nel nord della Crimea e una base militare russa vicino SinferopoliSecondo fonti ucraine del New York Times, i raid sarebbero stati guidati da una unità d’élite dell’esercito di Kiev dietro le linee nemiche. Una rivelazione da non sottovalutare soprattutto sotto il profilo psicologico, dal momento che spesso il lasciare questi episodi avvolti nell’ombra può essere una strategia comunicativa precisa (come avvenuto per esempio in episodi analoghi in Medio Oriente, tra Siria, Iraq e Iran, e di cui è sospettata l’intelligence israeliana). Segno che si vuole far capire che Kiev può arrivare a colpire in un territorio pienamente controllato dai russi e di farlo non solo da lontano, ma anche con unità dietro le linee nemiche.

Il fatto che la stessa Mosca sia stata costretta ad ammettere i colpo alle proprie infrastrutture in quello che è il suo bastione del Mar Nero rivela come il problema per le forze russe sia molto più complesso di quanto si potesse credere. La Crimea è diventata oggetto di attacchi da parte delle truppe di Kiev. Attacchi chirurgici, che sono sono figli di una vera e propria controffensiva, lasciano tuttavia intendere come quella che viene considerata la parte intoccabile del fronte russo sia ormai a rischio.

A fare capire questa svolta non secondaria della strategia ucraina era stata anche l’intelligence britannica, da sempre molto attenta a quanto avviene sul fronte della cosiddetta “operazione militare speciale”. Dopo le esplosioni del 9 agosto presso l’aeroporto militare russo di Saky, nella parte occidentale della Crimea, i servizi di Londra specificarono che l’incidente (non è ancora chiara la matrice) avrebbe spinto l’esercito russo “a rivedere la sua percezione delle minacce” ricordando come la penisola “era stata probabilmente vista come una zona di retroguardia sicura”. Più che il danno alle strutture russe o ai mezzi, comunque non irrilevante, il tema anche in quell’occasione fu il dato quasi psicologico, cioè l’idea che la Crimea, considerata una sorta di linea russa anche dallo stesso presidente Vladimir Putin, sia ormai considerata vulnerabile.

E questo aiuterebbe a dare un’immagine della Russia come di una potenza che ha rallentato il suo ritmo al punto da poter subire dei primi effetti collaterali nel “cortile di casa”. Questo, secondo i britannici, lo si evince anche da quanto fa la Flotta del Mar Nero che “continuano a mantenere un atteggiamento estremamente difensivo, con pattugliamenti generalmente limitati alle acque in vista della costa della Crimea, in contrasto con l’intensa attività navale russa in altri mari, tipica di questo periodo dell’anno”. Mentre altri analisti hanno puntato il dito sulla mancata attivazione degli S-400, un sistema che secondo alcuni avrebbe dovuto tutelare le infrastrutture russe in caso di attacco da lunga distanza. Ipotesi che sarebbe ovviamente smentita in caso di atti di sabotaggio con infiltrati ucraini: ma in questo caso il problema sarebbe soprattutto dei servizi segreti di Mosca.

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