I bus verdi carichi di persone si allontanano da Ghouta. I ribelli hanno deciso di deporre le armi e qualcuno di loro chisi è anche tagliato la barba per nascondersi tra i civili. È lo stesso scenario: ad Harasta, Ayn Tarma, Zamalka e Irbin. L’esercito siriano intanto entra nei pochi edifici che sono rimasti in piedi, trovando armi e cibo, oppure nell’ampia rete di tunnel scavati sotto terra. Sono i giorni dopo la battaglia. I giorni in cui a Damasco si tira un sospiro di sollievo: l’incubo dei missili e dei colpi di mortaio è finito. Solamente nella scorsa notte, sono state evacuate da Ghouta almeno 7mila persone. Un numero impressionante. Ma la maggior parte dei civili ha deciso di rimanere, tornando “all’abbraccio della Siria”, come dicono a Damasco.

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L’esercito siriano perlustra le città della Ghouta

Chi ha invece deciso di partire sono i jihadisti e le loro famiglie. In alcuni video diffusi in rete li si può sentire mentre minacciano di tornare nella Ghouta per proseguire con la rivoluzione  è per proclamare uno Stato islamico: “Se Dio vuole, noi torneremo ancora a Ghouta e, con la volontà di Dio, continueremo la rivoluzione. E questa bambina tornerà con me per combattere, se Dio vorrà. Tutti ci hanno delusi. Tutti ci hanno traditi. Ma noi torneremo per continuare la rivoluzione. Anche gli arabi e gli europei ci hanno delusi”.

I ribelli si sentono ormai traditi. Dopo sette anni di guerra è rimasto loro in mano poco o nulla. Il grande sogno della rivoluzione è ormai scomparso. E cosa hanno ottenuto in cambio? Niente, se non la distruzione di un Paese e circa 500mila morti.

Dice un altro ribelle, parecchio deluso: “Sono venuti (da fuori Ndr) per metterci l’uno contro l’altro e per accecarci con i dollari. Sono venuti per farci odiare chi ha una religione diversa”. Il jihadista si riferisce, in maniera neppure troppo velata, alla Turchia e ai Paesi del Golfo che, fin dall’inizio della rivolta, hanno sostenuto i jihadisti in Siria. 

Una donna, invece, dice: “Se Dio vuole torneremo a Ghouta e la renderemo uno Stato islamico. Noi combatteremo sotto il segno del Dio unico. Nel nome di Maometto torneremo nella Ghouta. Ora ce ne andiamo per fare una nuova generazione e, domani, invadere ancora la Ghouta. Non ci sarà mai una riconciliazione”.

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I ribelli che hanno deciso di lasciare la Ghouta orientale

Non tutti quelli che fino a ieri combattevano contro il governo di Damasco, però, hanno deciso di partire per Idlib. Si sono resi conto, almeno secondo quanto raccontano loro stessi, di esser stati ingannati: “Tutto il cibo era nelle loro (dei ribelli Ndr) mani e loro decidevano chi mangiava e chi no. Hanno riempito la nostra testa di idee contro l’esercito: ci dicevano che i militari erano dei bestemmiatori e che se fossimo tornati indietro ci avrebbero tagliato la testa. Tutti gli uomini di Harasta hanno preso le armi perché morivamo di fame. Il nostro compito era quello di scavare i tunnel”.

Un altro ragazzo sembra confermare l’ipotesi di un arruolamento forzato: “Sono di Harasta. Ci hanno obbligati a unirci a loro perché volevamo mangiare e bere. Ora però vogliamo riconciliarci con il governo. Vogliamo unirci all’esercito siriano. Questa è la nostra partita e vogliamo difenderla. Siamo noi a costruire o distruggere questa nostra patria”.

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