Ogni guerra è mossa da ragioni differenti. Accanto a conflitti scatenati da cause prettamente economiche ce ne sono altrettanti provocati da motivazioni di carattere politico. “Molto spesso le guerre hanno un motore economico, ma talvolta ne hanno uno per lo più politico-militare. Questo è il caso ucraino. E per capire cosa succede a Kiev bisogna puntare i riflettori proprio sugli aspetti militari e politici”, ha affermato Aldo Giannuli, docente all’Università statale di Milano e esperto di geopolitica, ospite alla tavola rotonda sul futuro dell’Ucraina organizzata da InsideOver.

Per quanto riguarda la politica, è interessante interrogarsi sulle dinamiche interne alla Russia. A differenza di quanto si possa pensare, Vladimir Putin deve fare i conti con diversi nemici interni. Certo, il rivale geopolitico per eccellenza del presidente russo coincide con la figura di Joe Biden, ma il leader americano appartiene a un’altra schiera, ossia a quella delle minacce esterne. A pesare sul modus operandi di Putin sono semmai i nemici che il capo del Cremlino ha in patria. “Putin ha nemici in Russia, nel cuore del potere russo. Sa che non può permettersi di sbagliare, e per questo ha bisogno di una guerra veloce. In altre parole Putin non può impantanarsi, perché se le operazioni dovessero superare i dieci giorni per il presidente russo sarebbe un bel problema”, ha aggiunto Giannuli.

Rischi calcolati e condizioni da rispettare

Sono due le condizioni basilari che deve rispettare Putin per evitare di agitare le acque in seno al potere russo: 1) terminare le operazioni in Ucraina il più in fretta possibile; 2) evitare in tutti i modi di generare un bagno di sangue. “Putin deve stare attento anche a non far troppo male a Volodymyr Zelensky perché ucciderlo significherebbe offrire un martire all’Occidente”, ha sottolineato, ancora, Giannuli. In ogni caso, la sensazione è che Mosca abbia calcolato le conseguenze alle quali sarebbe potuta andare incontro nel caso di un attacco contro Kiev.

“I russi danno per scontato le sanzioni, che avranno effetto soltanto tra diversi mesi. L’esclusione di Mosca dalla piattaforma Swift avrebbe invece un effetto immediato, ma nessun Paese al momento è intenzionato a spingere questa leva”, ha evidenziato il professore. Rispettate le due condizioni basilari – ovvero fare in fretta e limitare le vittime – e portato a casa il risultato (caduta di Zelensky) nell’ottica di Putin potrebbe scattare il tentativo di normalizzare i rapporti e fare concessioni.

Verso una divisione dell’Ucraina?

Appare fondamentale ragionare sul concetto di neutralizzazione dell’Ucraina. Il concetto, di per sé, sarebbe ottimale. Trasformare Kiev in una specie di Ginevra dell’Est Europa è senza dubbio un’ipotesi allettante. Ma, a detta di Giannuli, difficilmente accadrà qualcosa di simile. “A mio avviso la Russia vuole dividere l’Ucraina in tre parti. La prima comprenderebbe il Donbass, fino a Odessa, e sarebbe annessa alla Russia. La seconda, la Galizia, situata ad ovest dell’Ucraina, potrebbe accogliere il governo ucraino, mentre la terza e ultima parte potrebbe diventare un protettorato russo”, ha ipotizzato Giannuli.

“Se i veri problemi sono quelli che abbiamo citato Putin deve sbrigarsi e non fare troppi morti. Attenzione però, perché non sarà affatto semplice rispettare le due condizioni. Come se non bastasse, se non dovesse riuscirci, il presidente russo rischierebbe di non poter più attuare la normalizzazione del Paese”, ha aggiunto il professore. Per quanto riguarda Zelensky, il presidente ucraino sta cercando in tutti i modi di non svendere il suo Paese. “Non è in condizione di trattare in pace. Ha lanciato una proposta ma non può far altro che rimettersi alle decisioni avversarie e sperare che la resistenza ucraina argini gli aggressori”, ha concluso Giannuli.

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