Secondo i dati forniti dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2016 le spese militari a livello mondiale hanno raggiunto il volume complessivo di 1686 miliardi di dollari, che rappresentano più o meno il 2,2% del PIL mondiale, con un trend in crescita rispetto al 2015. Numeri importanti, che mostrano inequivocabilmente quanto possa incidere la guerra in un sistema economico in crisi quale quello che l’Occidente vive da ormai quasi dieci anni., e soprattutto quanto possa essere utile – purtroppo è così – un conflitto di larga portata per far ripartire un settore dell’economia, e con esso il circuito economico di uno Stato. Una declinazione, in termini economici, di quanto diceva Kissinger riguardo alle guerre, e cioè che esse si fanno per interessi nazionali e mai a beneficio dell’umanità.

Agli investimenti statali, certamente rilevanti, non viene però mai aggiunta l’altra fonte d’investimenti, e cioè il settore privato. Le banche e gli istituti di credito più importanti al mondo erogano enormi quantità di crediti nella produzione di armi, nel loro commercio e, come ovvio, sperando in un loro utilizzo che possa alimentare fabbricazione e vendita. E tutto ciò innesta un circuito complesso per cui, in fin dei conti, gli istituti bancari hanno interessi profondi nello sviluppo dei conflitti armati. Interessi economici in cui spesso il vero problema risiede nel fatto che il denaro circola in ingranaggi in cui niente è particolarmente chiaro: i flussi finanziari comportano molto spesso la partecipazione di attori intermedi tra chi compra armi e chi le vende che ostacolano la tracciabilità in questo tipo di transazioni. Nel contesto della globalizzazione, l’internazionalizzazione delle attività criminali ha inoltre beneficiato della riduzione dei controlli doganali in alcune aree del mondo dove regna il libero scambio, e in particolare nei Paesi in via di sviluppo, in cui molte volte la legislazione in tema di controlli sulle reti di criminali è piuttosto blanda, per non dire inesistente di fronte al dilagare della corruzione.

Il fenomeno del commercio di armi, della finanziarizzazione dei crediti nell’industria bellica, e soprattutto negli investimenti bancari in questo traffico, molto spesso segue percorsi illeciti, in cui uno dei principali canali è quello del riciclaggio di capitali. La Financial Action Task Force (FATF), costituita nel 1989 proprio per fare in modo che i Paesi che ne fanno parte adottino misure per eliminare il nesso fra riciclaggio e terrorismo, ha inserito una serie di freni a questo flusso finanziario ambiguo, ma ci sono spinte di interessi internazionali delle banche d’investimento che confliggono con questo sistema di raccomandazioni. Il sistema impone una serie di obblighi alle società per sapere il più precisamente possibile quale sia l’origine delle attività svolte e la vera identità dei loro clienti, così come prevenire e segnalare qualsiasi attività che possa essere correlato a riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Va però rilevato che è un sistema che contrasta con molte logiche imperanti in questo settore, che, anche a fronte di pesanti sanzioni, comunque riesce benissimo a uscirne vivo.

Amnesty International, in un suo approfondito report, ha identificato lacune significative nei regolamenti bancari di Lussemburgo, una delle più importanti piazze d’affari del mondo. Ad esempio, si segnalava come alcune banche, anche se una transazione è considerata in via di principio “inaccettabile” in termini di responsabilità sociale d’impresa, hanno come politica quella di accettarla “in circostanze eccezionali” che non hanno però alcuna definizione. Un caso molto famoso fu quello della britannica HSBC Holdings, sesta banca nella classifica mondiale, accusata dagli Stati Uniti di essere l’istituzione finanziaria preferita dei cartelli messicani e colombiani. L’International Consortium of Investigative Journalists, attraverso la cosiddetta lista Falciani, rivelò anche che tra i clienti di HSBC vi fossero presunti finanziatori di Al- Qaeda e dello stesso Osama bin Laden il cui flusso di denaro era proveniente da Arabia Saudita e altri paesi del Golfo Persico. Accuse che non si sono trasformate in processi penali soltanto grazie al pagamento di una multa di un miliardo e mezzo di dollari. E stesso discorso può essere fatto valere per altri istituti di credito, per esempio spagnoli. Nel 2011, un’inchiesta di SETEM aveva provato che ben quattordici istituti bancari iberici fossero tra i finanziatori della produzione di armi sporche, fra cui quelle munizioni contenenti uranio impoverito.

Il tema risulta ancora più fondamentale se si pensa a cosa voglia dire avere conflitti così estesi in vaste aree del mondo. L’idea che il mercato mondiale necessiti di un numero alto di conflitti armati con cui muovere volumi di denaro così ingenti, non è un problema secondario nelle logiche dei conflitti del giorno d’oggi, e i legami tra banche, crisi e finanziamento alle industrie e al commercio di armi, si inserisce in un quadro geopolitico che non sembra chiarire molti dubbi. La crisi economica mondiale ha sicuramente rappresentato la fase di recessioni peggiore del mondo occidentale, cui si è unita una fase di conflitti a macchia di leopardo che si estendono ormai a tutto il pianeta. La lotta al terrore, così come le guerre per procura in ogni continente, non sono solo affari politici e di sicurezza nazionale, ma anche veri e propri affari, con cui Stati, industria delle armi, intermediari commerciali e banche si uniscono per far convergere i loro interessi.

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