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Gli Stati Uniti hanno sollevato pesanti dubbi sull’aderenza della Cina ai principi del trattato di moratoria sui test nucleari. Il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt), è un accordo internazionale che dal 1996 stabilisce, secondo il principio definito “Zero Yield” (traducibile con “potenza zero” dove la potenza è quella delle testate atomiche), una moratoria internazionale sui test atomici: Stati Uniti e Cina, benché partecipanti all’accordo, non lo hanno mai del tutto ratificato ma entrambe le nazioni hanno stabilito una sorta di “accordo tra gentiluomini” che prevede la rinuncia ai test.

Se l’accordo fosse stato ratificato ufficialmente ci sarebbero stati degli strumenti di controllo rappresentati da ispezioni in situ, né più né meno di come avviene per l’accordo di non proliferazione nucleare, il rispetto delle cui clausole viene certificato da parte dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Ora il Dipartimento di Stato, in un lungo rapporto recentemente pubblicato sullo stato degli accordi internazionali che riguardano il controllo degli armamenti, la non proliferazione ed il disarmo, accusa apertamente la Cina di avere svolto attività sospetta in un sito deputato a test nucleari sotterranei.

Secondo Washington a Lop Nur, nella regione dello  Xinjiang, Pechino ha “mantenuto alto il livello di attività per tutto il 2019. La possibile preparazione del sito di Lop Nur durata un anno intero, l’uso di camere di contenimento per esplosioni, l’intensa attività di scavi e la mancanza di trasparenza sull’attività dei suoi siti per test nucleari – che ha incluso anche l’interruzione del flusso dei dati dalle stazioni di monitoraggio internazionale (Ims) – sollevano preoccupazioni riguardanti l’adesione al principio Zero Yield che viene rispettato dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia nella loro rispettiva moratoria sui test nucleari”.

Il Comprehensive Test Ban Treaty permette comunque una serie di attività rivolte alla sicurezza degli arsenali atomici e in particolare il principio già espresso dello “Zero Yield” non vieta tutti i test, bensì solo quelli che richiedono l’innesco della reazione a catena ovvero quella che provoca la detonazione di una testata nucleare.

L’intelligence americana avrebbe perciò in mano elementi che farebbero pensare ad una ripresa dei test nucleari sotterranei da parte della Cina, anche se la narrazione americana sembra essere zoppicante: un portavoce della Comprehensive Test Ban Treaty Organization (Ctbto), ente che verifica il rispetto dell’accordo internazionale, ha riferito al Wall Strett Journal che non ci sono state interruzioni nel flusso dei dati da settembre del 2019, mentre quelle precedenti, cominciate nel 2018, sarebbero dovute ai processi di negoziazione tra il Ctbto e la Cina che riguardavano l’attivazione delle centraline di sorveglianza.

La risposta, affidata al portavoce del ministero degli Esteri  Zhao Lijian, è giunta con un ritardo alquanto indicativo della sorpresa cinese: “la Cina ha sempre adottato un atteggiamento responsabile, rispettando seriamente gli obblighi internazionali e le promesse che ha assunto” ha detto aggiungendo che “le critiche statunitensi alla Cina sono del tutto prive di fondamento, senza fondamento e non vale la pena confutare”.

Accuse simili erano state rivolte a maggio dell’anno scorso anche alla Russia, senza però trovare conferme. Washington, preoccupata dall’arsenale atomico di Pechino, ha cercato di ampliare il nuovo accordo sul disarmo atomico Start anche alla Cina: proprio l’anno scorso lo stesso Segretario alla Difesa Esper aveva avanzato la possibilità di “multilateralizzare” il trattato in vista della sua scadenza, che arriverà nel 2021.

Pechino però in quella occasione aveva immediatamente fatto sapere di non essere interessata in quanto il problema maggiore sarebbe rappresentato dagli Stati Uniti e dalla Russia che insieme possiedono il 90% delle armi atomiche dell’intero pianeta che ammonta a 13865 testate (stimate) complessive.

I tentativi di allargare anche alla Cina i trattati sul controllo degli armamenti, come nel caso di un nuovo Inf sui missili balistici a raggio medio e intermedio, sono stati tutti rispediti al mittente da Pechino che persevera nell’attività di modernizzazione del suo arsenale: già lo scorso anno era stato lanciato l’allarme per la proliferazione nucleare del dragone da parte del Bulletin of  the Atomic Scientists in un rapporto pubblicato il 28 giugno 2019.

Nel documento si leggeva, in particolare, che “la Cina sta continuando il suo programma di modernizzazione dell’arsenale atomico cominciato nel 1980 schierando un numero mai visto prima di armamenti nucleari di diverso tipo”. Secondo il rapporto Pechino si avvia di gran carriera a superare la Francia per quanto riguarda la consistenza del suo arsenale nucleare: al momento avrebbe a disposizione circa 290 testate suddivise tra 180/190 vettori balistici basati a terra, 48 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) – i missili lanciati da sottomarini – e alcuni bombardieri strategici.

Secondo la Dia, la Defense Intelligence Agency statunitense, all’attuale rateo di produzione la Cina arriverà almeno a raddoppiare il numero delle testate con anche la possibilità di raggiungere le 600 unità entro la fine del prossimo decennio.

Una proliferazione considerata inaccettabile da Washington che vede con particolare apprensione all’eventualità che Pechino, una volta che si sia dotata di un arsenale atomico numericamente consistente e tecnologicamente avanzato in grado di poter cambiarne la dottrina di impiego da un no first use a un first strike, possa proporsi come potenza globale a tutti gli effetti oltrepassando quindi i limiti regionali, che già sembrano essere in via di dissoluzione proprio grazie alla campagna di armamenti e alla politica economica.

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