Washington si mantiene ancora distante dal conflitto in Libia, ma al tempo stesso appare ben guardinga. Ed il sempre più marcato attivismo russo nel paese arabo viene visto con sempre maggiore sospetto. Ciò che in questi ultimi giorni è stato possibile rilevare come parziale vero cambiamento della politica Usa in Libia, è inerente alle posizioni su Khalifa Haftar: la Casa Bianca sembra aver mollato il generale, chiedendogli addirittura di fermare l’operazione avviata il 4 aprile scorso su Tripoli. 

Gli Usa meno vicini all’uomo forte della Cirenaica

Prima di commentare le ultime evoluzioni della politica Usa in Libia, occorre una precisazione: Washington non ha mai smesso di riconoscere come unico governo legittimo l’esecutivo guidato da Fayez Al Sarraj, peraltro anche l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite. E non ha mai dato appoggio in senso stretto al generale Haftar. Tuttavia, Donald Trump ad aprile ha riconosciuto al leader dell’autoproclamato Libyan National Army un importante ruolo nella lotta al terrorismo. In particolare, secondo il presidente americano Haftar avrebbe il merito, grazie alla sua cosiddetta operazione Dignità, di aver allontanato i gruppi terroristici dai territori da lui controllati. Ecco perché, a pochi giorni dall’avvio delle operazioni del generale su Tripoli, quel riconoscimento in senso politico è valso come via libera all’avanzata dell’Lna nella capitale libica. Avanzata che non è poi avvenuta, anzi il conflitto si è trasformato in un vera e propria guerra di logoramento.

La situazione è cambiata nei giorni scorsi, quando il Dipartimento di Stato ha invitato Haftar a cessare le operazioni su Tripoli. In questo modo ogni appoggio all’azione del generale da parte americana è venuto meno. E nella nota del Dipartimento di Stato, c’è stato anche spazio per un riferimento all’attivismo della Russia, impegnata in questi mesi nel sostegno militare ad Haftar. Segno di come da Washington si sta guardando con sospetto alle ultime notizie arrivate dalla Libia, le quali parlano di diversi contractors russi presenti nel paese per dar manforte al Libyan National Army. Le dichiarazioni del Dipartimento sono arrivate peraltro in concomitanza con la visita nella capitale Usa di due importanti rappresentanti del governo di Al Sarraj: il ministro degli esteri Mohamed Siala ed il ministro dell’interno Fatih Pashaga. Un altro segnale del rovesciamento della prospettiva americana in Libia.

Anche la giustizia americana contro Haftar

E proprio nelle ultime ore, contro il generale dagli Usa è arrivata un’altra notizia, questa volta riguardante l’aspetto giudiziario. Un tribunale della Virginia ha chiesto infatti l’arresto di Haftar. Una decisione motivabile con il fatto che il generale è anche cittadino americano, avendo vissuto in Virginia per oltre trent’anni. Qui l’uomo forte della Cirenaica ha passato gran parte del tempo dell’auto esilio durante l’era di Gheddafi. Per tal motivo i rappresentanti di cittadini libici imparentati con alcune vittime causate dai bombardamenti voluti da Haftar su Tripoli, hanno deciso nei mesi scorsi di rivolgersi ad un Tribunale. Una denuncia in cui si è puntato il dito contro il generale con l’accusa di crimini di guerra.

Il giudice del Tribunale di Stato della Virginia ha dato ragione ai cittadini libici in questione, emettendo un mandato d’arresto contro Khalifa Haftar. Una mossa di natura giudiziaria, avvenuta però proprio nel momento in cui anche sotto il profilo politico la posizione americana sul generale è drasticamente mutata. Un ulteriore segno di quello che potrebbe essere, nelle prossime settimane, il nuovo corso degli Usa sulla Libia.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.