Affare fatto e fumata bianca in dirittura d’arrivo. Taiwan è pronta a ricevere dagli Stati Uniti un nuovo lotto di armi dal valore di 100 milioni di dollari. Il dipartimento di Stato statunitense ha autorizzato quella che ha definito una “possibile vendita” di “armi e servizi” all’Ufficio di Rappresentanza Economica e Culturale di Taipei negli Stati Uniti (TECRO). L’intero pacchetto comprenderà attrezzature e servizi di ingegneria, per la durata di cinque anni, a sostegno del cosiddetto Patriot International Engineering Services Program (IESP) e Field Surveillance Program (FSP), entrambi progettati per migliorare il Patriot Air Defense System in chiave anti cinese.

In altre parole, e uscendo dal gergo tecnico, l’amministrazione guidata da Joe Biden ha dato il via libera al potenziamento dei sistemi di difesa antiaerea e antimissilistica di Taiwan in un clima di crescenti tensioni e pressioni con la Cina. Il ministero della Difesa della “provincia ribelle” – come viene definita da Pechino – ha espresso alla controparte americana immensa gratitudine per la vendita di armi che, in sostanza, consentirà al governo taiwanese di mantenere aggiornato il sistema di difesa Patriot.

Taiwan si rafforza con le armi di Washington

In attesa che l’operazione si concretizzi, probabilmente a marzo, è importante sottolineare che questa non è certo la prima consegna di armi Usa a Taiwan. Considerando i tempi recenti, da quando Joe Biden è diventato presidente, gli Stati Uniti hanno già approvato due consegne; l’ultima risale allo scorso agosto, quando Washington ha approvato l’invio di 40 sistemi di artiglieria obice semovente medio M109A6 da 155 mm M109A6.

In ogni caso, a tracciare il percorso del supporto bellico nei confronti di Taipei è stato Donald Trump, il quale, durante il suo mandato, ha aumentato a dismisura la consegna di armi all’isola asiatica, inclusi sistemi missilistici, droni e jet da combattimento di nuova generazione. In merito all’ultimo deal, il portavoce presidenziale taiwanese Xavier Chang ha spiegato che questo “riflette la solida alleanza tra Taiwan e gli Stati Uniti”. “Il destinatario utilizzerà questa capacità come deterrente contro le minacce regionali e per rafforzare la difesa della patria”, ha fatto eco l’Agenzia di cooperazione per la sicurezza della difesa degli Stati Uniti.



L’irritazione della Cina e la possibile risposta di Pechino

Il citato Patriot è un sistema missilistico terra-aria altamente mobile che agli occhi di Taiwan rappresenta una difesa cruciale contro gli aerei da guerra cinesi. Pechino ha infatti progressivamente aumentato la pressione militare, diplomatica ed economica su Taipei, allarmando l’intera isola e, di conseguenza, gli Stati Uniti. Per quale motivo la Casa Bianca è preoccupata? Washington, è vero, riconosce la Repubblica Popolare Cinese come unica Cina, ma al tempo stesso ha sempre sfruttato l’irrisolta questione taiwanese come grimaldello per arginare l’ascesa geopolitica del Dragone.

Nel caso in cui Taiwan venisse ufficialmente inglobata dal Dragone, a quel punto il governo statunitense avrebbe perso un partner strategico situato in una zona – a ridosso del Mar Cinese Meridionale – altrettanto strategica per il controllo dell’Indo-Pacifico. Secondo quanto riferito dall’AFP, l’anno scorso Taiwan ha registrato 969 incursioni di aerei da guerra cinesi, oltre il doppio dei quasi 38 del 2020.



La sensazione è che le incursioni cinesi possano incrementare con il passare dei mesi. Nel frattempo la risposta di Pechino, almeno a parole, non è tardata ad arrivare. Il gigante asiatico ha condannato la suddetta vendita di armi, chiedendo il ritiro immediato del piano. La Cina, inoltre, ha fatto sapere di prendere misure legittime e forti per difendere la propria sovranità e gli interessi di sicurezza nazionale. Difficile parafrasare le parole delle autorità cinesi, anche se emergono almeno un paio di possibili reazioni da parte del Dragone. La prima: continuare con le solite incursioni, fino a toccare il punto di massima sopportazione diplomatica, nella speranza che Washington riveda la propria strategia; la seconda (molto più utopica): stringere i muscoli. Se, ad oggi, l’ombra di un conflitto tra Cina e Stati Uniti per Taiwan appare un’ipotesi remota, lo stesso potrebbe non essere qualora Biden – o chi per lui – in futuro dovesse tirare troppo la corda. Anche perché a Pechino nessuno intende rinunciare alla “provincia ribelle”.

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