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Prima l’operazione “Ramo d’ulivo” lanciata da Erdogan il 20 gennaio scorso in Siria settentrionale contro le milizie curde dell’Unità di protezione del popolo, poi il 18 marzo le forze turche insieme ai gruppi ribelli hanno preso il controllo di Afrin massacrando 1500 curdi, mettendo a ferro e fuoco la città. Il 24 marzo, invece, la notizia che le milizie del Pkk hanno annunciato il loro ritiro dalla città di Sinjar e dalle zone limitrofe per scongiurare un intervento militare turco nell’area.

Mercoledì 27 marzo attraverso il segretario alla Difesa degli Stati Uniti James Mattis – durante una conferenza stampa tenuta al Pentagono – Washington ha sollevato ogni dubbio rispetto alla sua posizione nei confronti delle azioni di Recep Tayyp Erdogan : “Gli Usa sono al fianco della Turchia contro le milizie curde del Pkk dovunque ci sia una chiara minaccia per Ankara”. Al momento gli avamposti di maggiore interesse per la Turchia sono l’area del Sinjar, in Iraq, e Manbij, in Siria, a 30km a nord di Aleppo e dove al momento si trovano anche le truppe statunitensi che Ankara chiede di ritirare così da poter proseguire indisturbata la sua avanzata.

Se è vero che Stati Uniti ed Unione europea già considerano il Pkk un’organizzazione terroristica, non può esser detto lo stesso per le milizie Ypg che, anche se legate al Pkk, riempiono le file delle Forze democratiche siriane (Sdf) che gli Usa, infatti, hanno rifornito di armi a maggio dell’anno scorso, sia perché i primi a combattere lo Stato Islamico sia perché nella Casa Bianca hanno sempre pensato di poter utilizzare i curdi come il braccio armato degli Stati Uniti che, una volta terminato il conflitto siriano, avrebbe svolto la funzione di salvaguardare gli interessi americani in Siria.

Le carte in tavola in Medio Oriente cambiano spesso però e i curdi sembrano essere sempre meno utili dopo essere stati strumentalizzati a livello mediatico quanto bastava per concere loro l’immagine di combattenti eroici sfruttati dalle potenze occidentali e poi abbandonati. Al lettore le sentenze. L’unica considerazione che viene da fare è che in guerra non esistono mostri ed eroi e che in qualche modo, alla fine, questa macchia tutti. A ciò va aggiunto che la mitizzazione non aiuta mai a comprendere un fenomeno, soprattutto se complicato come quello dei curdi in Siria, Turchia e Iraq e in un contesto caotico come quello del conflitto siriano esploso nel 2011.

Quello con la Turchia e gli Stati Uniti sta diventando un rapporto talmente travagliato che inizialmente Washington aveva annunciato la volontà di chiudere la base aerea di Incirlik per costruirne di nuove in Arabia Saudita, notizia poi smentita negli ultimi giorni.

Durante la conferenza stampa Mattis si è detto certo di poter trovare una soluzione con Ankara anche su Manbij perché “quello rappresenta un avamposto di cruciale importanza per la sicurezza della Turchia”. Una cosa è certa: oltre a dover ridimensionare significativamente le loro ambizioni, per i curdi non si mette bene. Sono le fasi finali del conflitto in Siria e le grandi potenze sono troppo impegnate a consolidare i loro risultati per occuparsi di una minoranza che torna utile, sì, ma solo in qualche occasione.

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