Il 18 ottobre scorso, il Dipartimento di Stato ha diramato un avviso per i cittadini americani (pochi, invero) che intendono raggiungere la Siria. Un po’ come fa la nostra Farnesina con il sito Viaggiare sicuri, che ognuno di noi dovrebbe consultare ogni volta che si intenda raggiungere qualche meta non particolarmente turistica.

Ovviamente, gli Stati Uniti, proprio come la Farnesina, sconsigliano di raggiungere il Paese mediorientale per vari motivi. Innanzitutto perché “nessuna parte della Siria è al riparo dalla violenza”, che può provenire tanto dalle forze di Damasco quanto dai ribelli. 

E poi perché “le tattiche dell’Isis, di Hayat Tahrir al-Sham e di altri gruppi estremisti violenti includono l’uso di attentatori suicidi, rapimenti, armi leggere e pesanti, ordigni esplosivi improvvisati e armi chimiche“. E questa è una novità. Almeno per il Dipartimento di Stato. 

In passato, infatti, quando si sono verificati attacchi con armi chimiche in Siria, gli Stati Uniti hanno sempre addossato la colpa a Bashar Al Assad. È successo con il terribile attacco nella Ghouta orientale del 2013, dove hanno perso la vita dalle 281 alle 1729 persone, tra cui molte donne e bambini. 

In quell’occasione, il governo di Damasco viene accusato di aver compiuto una strage e l’amministrazione americana pensa di bombardare la Siria. È il 21 agosto del 2013. Qualche giorno dopo, il nostro reporter Gian Micalessin si trova proprio nei luoghi della strage, dove raccoglie le testimonianze di chi, in quei giorni, si trovava poco distante dal massacro. Tutti negano che Assad abbia mai usato armi chimiche. Ma c’è di più.  In quei giorni anche Yahya Ababneh, un giornalista arabo che collabora con l’agenzia Associated Press, realizza un reportage nella Ghouta, ma dall’altra parte della barricata:  quella dei ribelli

La cosa interessante è che le testimonianze che raccoglie Ababneh combaciano con quelle di Micalessin. Anzi, secondo diverse fonti raccolte dal giornalista arabo, sono proprio i ribelli, aiutati dai sauditi, ad utilizzare le armi chimiche. Una combattente, che si fa chiamare “K”, racconta: “Non ci hanno detto che tipo di armi fossero né come usarle. Non sapevamo che erano armi chimiche. Non avremmo mai potuto immaginarlo”. La stessa donna afferma anche: “Quando il principe saudita Bandar bin Sultan (all’epoca a capo dell’intelligence saudita  NdR) ha dato le armi a queste persone, avrebbe dovuto affidarle a coloro che erano in grado di maneggiarle e di usarle”. Un altro leader ribelle – nome in codice “J” – racconta: “Sfortunatamente, alcuni combattenti hanno maneggiato in maniera erronea queste armi e hanno provocato l’esplosione”. 

Il 4 aprile del 2017 la Siria viene colpita da un altro attacco chimico. Assad torna nel mirino e Donald Trump, da poco subentrato a Barack Obama, bombarda il Paese mediorientale con 59 missili Tomahawk. Su questa vicenda interviene, pochi mesi dopo,  Seymour Hersh, noto Premio Pulitzer e giornalista controcorrente. Per Hersh i caccia siriani avrebbero colpito una palazzina usata come centro di controllo dalle milizie islamiste, il cui scantinato veniva usato “come deposito di razzi, armi e munizioni, ma anche di prodotti da distribuire alla comunità, come medicine e decontaminanti a base di cloro utilizzati per pulire i corpi prima della sepoltura”. Secondo il cronista americano, la nube tossica che si crea subito dopo il raid è dovuta alla “diffusione di sostanze fertilizzanti, disinfettanti e altri prodotti che si trovavano nel seminterrato”.

Non è mai facile comprendere ciò che sta accadendo in Siria, soprattutto quando ci sono di mezzo le armi chimiche. Ma il fatto che oggi il Dipartimento di Stato dica che pure i ribelli compiono questo genere di attacchi fa un po’ di giustizia alle vittime di questa folle guerra.

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