A causa dell’invasione russa dell’Ucraina, il contingente statunitense in Europa tornerà ad essere forte di circa 100mila soldati, il numero più alto dal 2005. Quella della presenza delle truppe americane in Europa è la storia dell’eterno ritorno di un alleato riluttante. Ogni volta che finisce un conflitto, il presidente americano vincitore ritiene che sia il momento di “riportare i ragazzi a casa”, ma lo scoppio di una nuova guerra, o di una nuova grave crisi internazionale, lo costringe a cambiare piani e a ritornare in forze nel Vecchio Continente. È una storia che contraddice chiunque veda negli Usa un impero che vuole estendere il suo braccio armato in Europa per controllarci.

L’America tra le due guerre

Il primo impegno massiccio della forza militare statunitense in Europa occidentale si ebbe nella Prima guerra mondiale: un milione di uomini in meno di due anni aiutarono gli anglo-francesi a sconfiggere la Germania. Le perdite furono altissime. Nella sola foresta delle Argonne, dove si combatté l’ultima grande battaglia sul fronte occidentale dal 26 settembre all’11 novembre 1918, gli americani persero 117mila uomini. Chiaramente l’opinione pubblica americana, che per di più era decimata dalla pandemia di influenza spagnola, divenne ancor più isolazionista. La presenza statunitense in Europa si ridusse a zero uomini nel 1919. E fino all’attacco a Pearl Harbor (7 dicembre 1941), a parte un piccolo contingente inviato a proteggere l’Islanda (dal luglio 1941 in avanti), gli americani non vollero più sentir parlare di un altro intervento sul vecchio continente, nemmeno dopo l’ingresso dei tedeschi a Parigi, la battaglia d’Inghilterra e l’invasione dell’Urss. In Europa, paradossalmente, vi furono trascinati per i capelli dall’attacco a sorpresa giapponese. Il presidente Roosevelt, nonostante l’assalto fosse avvenuto nel Pacifico, diede la priorità al fronte europeo, con la strategia “Germany First”: due terzi delle forze impiegate in Europa (e Nord Africa fino al 1943) e solo un terzo in Asia, ritenendo che il pericolo maggiore provenisse dalla Germania.

Nel maggio 1945, la forza armata statunitense in Europa occidentale e nella Germania occupata arrivava a tre milioni di uomini. Stalin non espresse mai l’intenzione di conquistare l’intera Europa, ma fece chiaramente capire che non intendeva muoversi dai nove Paesi che aveva già occupato, cambiando i regimi e trasformandoli in altrettante repliche dell’Unione Sovietica. Gli Usa, che non vedevano l’ora di ritirarsi, avevano già riportato a casa quasi tutto il loro contingente. Nel 1948, anno della massima espansione del comunismo in Europa, c’erano solo 128mila americani a presidiare la Germania occidentale e la via di Parigi. La tendenza si invertì subito dopo il blocco di Berlino, quando i sovietici tentarono di prendere la capitale tedesca per fame, per “protesta” contro il sospetto che gli Alleati stessero ricostruendo uno Stato tedesco indipendente nella Germania Ovest.

Il picco della Guerra fredda

Osservando un grafico della presenza Usa nel Vecchio Continente è impressionante vedere la crescita della Guerra Fredda: nel 1951 erano raddoppiate a 247mila uomini, nel 1953 erano 375mila, nel 1955 erano 400mila, nel 1957 si raggiunse il massimo storico di 430mila soldati statunitensi. Durante tutto il confronto Usa-Urss non si raggiunse mai il picco della fine degli anni Cinquanta, se non altro perché gli Stati Uniti dovettero anche combattere in Vietnam. Ma la presenza non scese mai al di sotto dei 254mila uomini del 1970, anno di minimo impegno degli Usa in Europa durante la Guerra Fredda, che coincise con l’ultima fase della guerra nel Sudest asiatico. Ronald Reagan riportò il contingente a 321mila uomini nel 1984, anno culmine della “seconda” Guerra Fredda, la fase di crisi che venne inaugurata nel 1979 dall’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Come gli americani ebbero aumentato il loro impegno militare durante il confronto con l’Urss, così lo ritirarono rapidamente dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia. Dal 1990 al 1995 furono rimpatriati due terzi dei militari, riducendo il contingente europeo a poco più di 100mila uomini, meno che alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il presidente George W. Bush vinse le elezioni nel 2000 anche grazie ad un programma isolazionista. Meno di un anno dopo il suo insediamento, l’11 settembre 2001 vennero colpite da terroristi di Al Qaeda sia New York che la stessa Washington. Come dopo Pearl Harbor, il mondo fece irruzione nel territorio americano e costrinse il presidente ad abbandonare i sogni isolazionisti. Il contingente statunitense in Europa rimase attorno ai 100mila uomini, in basi europee che non erano più in prima linea (allora la Russia era ancora vista come un partner), ma come punto di lancio di missioni oltre-mare, soprattutto verso Nord Africa, Medio Oriente e Afghanistan.


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Lo choc del 2014

Solo nel 2008, alla fine dell’amministrazione Bush, il contingente venne ridotto quasi della metà, fino a 64mila uomini. Nonostante l’invasione russa della Georgia, gli Usa non consideravano ancora l’Europa come una nuova area di crisi. Barack Obama vinse le elezioni con altre promesse isolazioniste: ritirare gli americani dall’Iraq e ridurre la presenza in Europa. Nel 2012 venne annunciato un primo ritiro di 7mila uomini dalla Germania, entro la fine del secondo mandato. Il presidente democratico aveva in programma di lasciare appena 30mila uomini in tutto il continente. Anche in questo caso, però, venne obbligato a cambiare rotta dalla realtà, quando la Russia annesse la Crimea con un colpo di mano nel febbraio 2014, riportando il pericolo di una guerra nel cuore dell’Europa. Non vi fu un aumento significativo di truppe statunitensi, ma i piani di ritiro vennero annullati.

Donald Trump ha vinto le elezioni nel 2016 con altre promesse di riportare i ragazzi (e le ragazze) a casa. Parallelamente a questi annunci, ha premuto perché i Paesi europei della Nato aumentassero la spesa. La sua pressione, assieme ai timori per l’espansionismo russo, ha avuto effetto, considerando che, rispetto al 2014, quando solo due membri europei della Nato avevano rispettato la soglia del 2% di spesa militare sul Pil (Regno Unito e Grecia), nel 2021 questi erano già 9 (Grecia, Regno Unito, Francia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Croazia, Romania). Nonostante sia considerato tuttora dalla stampa, soprattutto quella americana, come un “amico di Putin”, Trump, contrariamente al predecessore Obama, ha fornito anche all’Ucraina missili anti-carro Javelin, gli stessi che vediamo in azione in queste settimane contro le colonne di tank russi. Proprio a causa della pressione russa, Trump non ha mai ridotto il contingente statunitense in Europa, lasciandolo a 62mila uomini al 2020, ultimo anno di presidenza. Solo per la sua rielezione annunciò il possibile ritiro di 12mila uomini dalla Germania, per fare pressione sul governo Merkel. Di questi 12mila uomini, però, almeno la metà sarebbero dovuti rimanere in Europa, per far fronte alla minaccia russa. Il piano venne annullato dal neo-eletto Joe Biden.

Ora il contingente viene riportato alla soglia dei 100mila uomini, quasi il doppio di quelli che eravamo abituati a vedere sin dal 2008. Ma comunque pochi, meno di un quarto del contingente Usa nel culmine della Guerra Fredda e meno di un terzo rispetto alla presenza americana negli anni Ottanta. In caso di guerra dovrebbero contare, come durante tutta la Guerra Fredda sull’invio massiccio di rinforzi dagli Usa. Soprattutto, in tempo di crisi, ma ancora di pace, servono a segnalare la determinazione politica di difendere l’Europa, sono un deterrente, un modo per comunicare a Mosca che una guerra contro un alleato della Nato, coinvolgerebbe immediatamente anche gli Stati Uniti. Sicuramente l’invasione russa dell’Ucraina ha infranto di nuovo i sogni isolazionisti degli americani e l’Europa (mentre tutti già pensavano all’Asia) è tornata centrale nella strategia di Washington. Ma basta una piccola presenza militare a fare da deterrente con Vladimir Putin, che ha dimostrato, proprio con la sua ultima azione, di non agire secondo i canoni di razionalità e prudenza a cui ci avevano abituati i sovietici?

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