Alla quarta settimana dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ci si interroga sull’efficacia della strategia dell’amministrazione Biden nei confronti di Mosca. La Casa Bianca si “limiterà” ad armare l’esercito ucraino e a imporre durissime sanzioni economiche contro la Federazione russa oppure valuterà un impegno diretto della Nato, magari con una no-fly zone, come richiesto dal presidente ucraino Zelensky e da Paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia? Quest’ultima rimane un’ipotesi che al momento non viene presa in considerazione ma certo è che quando mercoledì il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha definito il leader del Cremlino Vladimir Putin “un criminale di guerra”, ha compiuto un atto che potrebbe influire negativamente sui negoziati in corso e precludere ogni tipo di iniziativa diplomatica fra le due grandi potenze. Iniziativa che, non a caso, ha fatto storcere il naso a molti.

Persino il New York Times, non certo un quotidiano di orientamento conservatore, ha sottolineato come Biden, nelle sue recenti dichiarazioni, abbia “personalizzato il conflitto”, in un modo tale che i presidenti del passato hanno sempre evitato nei “momenti di crisi con il principale avversario nucleare degli Stati Uniti”. Quella “condanna personale” ora è diventata “anche politica”, poiché Biden e il suo staff definiscono il presidente russo un criminale che andrebbe processato all’Aja. Una “retorica inaccettabile e imperdonabile” secondo il portavoce del presidente russo, Peskov.

Il nuovo obiettivo di Biden: il “regime change” a Mosca

Ma quella di Joe Biden non è stata una tragica gaffe ma una strategica politico-comunicativa ben precisa. Giovedì, infatti, il presidente Usa ha rincarato la dose, definendo Vladimir Putin “un dittatore omicida, un delinquente puro che sta conducendo una guerra immorale contro il popolo ucraino”. Il suo segretario di stato, Antony J. Blinken, si è accodato a tali dichiarazioni: “Personalmente, sono d’accordo. Prendere di mira intenzionalmente i civili è un crimine di guerra”. L’amministrazione Biden ha sempre assicurato che il “cambio di regime” non è nell’agenda strategica di Washington, ma evidentemente non è così. Come nota il New York Times, infatti, quando i predecessori di Biden hanno definito i leader nazionali ostili “criminali di guerra” – Saddam Hussein in Iraq, Bashar al-Assad in Siria o Slobodan Milošević in Serbia  – è perché gli Stati Uniti in quel momento avevano deciso di sposare la strategia del “regime change” e di provare a rovesciare il “tiranno” di turno. Da qui la decisione di sanzionare personalmente Vladimir Putin e isolare economicamente la Russia per far sì che la popolazione si ribelli contro il presidente russo e la sua cerchia.

“Sanzioni a Putin e agli oligarchi”

In un’intervista esclusiva rilasciata a Insider, il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, spiega che l’obiettivo primario di Washington rimane quello di negoziare con la Russia. “Ci sono una serie di tattiche che stiamo perseguendo per fare pressione sulla Russia, per portarla al tavolo dei negoziati”. Una di questi è quella di “imporre enormi costi e conseguenze sull’economia russa”. Un’altra è rappresentata “dall’enorme quantità di assistenza alla sicurezza che stiamo fornendo ai nostri partner ucraini: 2 miliardi di dollari dall’inizio di questa amministrazione. Queste due linee stanno effettivamente rafforzando l’Ucraina al tavolo dei negoziati” e “facendo pressioni sulla Russia”. Altra chiave della strategia dell’amministrazione Biden: lavorare con gli altri partner europei e internazionali per isolare Mosca a livello internazionale. “La Russia è sull’orlo del default” osserva Price. “Le compagnie internazionali stanno fuggendo a dozzine. Questo racconta dell’utilità e dell’efficacia di lavorare con i nostri alleati e partner”. Ma oltre alla pressione sul Paese, Washington vuole colpire il leader del Cremlino, direttamente: “Putin ha dimostrato che è l’interesse personale a motivarlo. Ecco perché, per la prima volta, lo abbiamo sanzionato personalmente. Abbiamo perseguito gli oligarchi russi e i suoi compari per fare pressione su di lui. Non solo sulla sua economia, ma su di lui personalmente”.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Gli errori di valutazione iniziali

Va detto che l’amministrazione Biden ha commesso dei gravi errori di valutazione all’inizio dell’invasione russa. Come ricorda il Corriere della Sera, i generali americani erano convinti che l’avanzata di Putin sarebbe stata travolgente e la guerra durata pochi giorni, con una rapida capitolazione di Kiev. Il 5 febbraio il Capo di Stato Maggiore Mark Milley aveva dichiarato in un’audizione al Congresso che Kiev sarebbe caduta “in 72 ore” se si fosse verificata “un’invasione dei russi su larga scala”. Non era l’unico a esserne convinto. È il primo errore degli analisti del governo che fino ad allora avevano previsto con grande precisione gli sviluppi della crisi. Cosicché il dipartimento della Difesa ha poi rivisto gli scenari che erano stati prefigurati all’inizio. Rimane la convinzione che, nonostante la lentezza e le difficoltà dell’esercito russo, Mosca riuscirà a ottenere la vittoria militare sul campo di battaglia, prima o dopo. Ma non vincerà la guerra, tant’è che Joe Biden punta ora sulla “sconfitta strategica di Putin”. È questa la nuova strategia della Casa Bianca per battere il presidente russo. Una lunga guerra di logoramento, che va ben al di là dei risultati ottenuti sul campo di battaglia. Basterà?

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