Da Chiang Mai (Thailandia) – “Da quando il nuovo governo della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) guidato da Aung San Suu Kyi è entrato in carica nel 2015 la situazione è peggiorata, perché il Tatmadaw (l’esercito birmano, ndr) ha ottenuto il riconoscimento e la legittimità della comunità internazionale”. A parlare è Hsa Moo, uno dei leader del Karen Environmental and Social Action Network (Kesan), un’associazione che tutela l’ambiente e i diritti degli indigeni.

“Il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle truppe birmane, è stato ospitato in visite ufficiali in molti Paesi occidentali e ha anche ricevuto un’importantissima onorificenza dalla famiglia reale thailandese nel febbraio del 2018. Questi viaggi – continua Hsa Moo – hanno permesso all’esercito di firmare anche nuove commesse per acquistare armamenti, compresi quelli che vengono usati per lanciare le offensive contro tutte le organizzazioni armate etniche”.

Tra i fornitori di armi delle truppe birmane, anche se non ufficialmente – per via dell’embargo in corso che dovrebbe essere valido per tutte le attrezzature che possono essere utilizzate a fini di offesa – potrebbero esserci anche società italiane e israeliane. Alla fine del 2016, infatti, in un viaggio in Italia, Min Aung Hlaing ha avuto un incontro con i rappresentanti di Leonardo – il colosso pubblico di Finmeccanica – e con quelli Aris, un’altra società che produce sistemi di armamento. Diverse motovedette armate di mitragliatrici di fabbricazione israeliana in possesso dell’esercito birmano, invece, sono state più volte al centro delle polemiche degli attivisti per i diritti umani.

Foto di Fabio Polese

Nonostante l’accordo di un cessate il fuoco a livello nazionale (Nca) tra il governo, il Karen National Union (Knu) e altri sei gruppi armati etnici firmato nel 2015, che avrebbe dovuto prevedere negoziati politici, il Tatmadaw negli ultimi mesi ha intensificato gli attacchi nelle zone etniche. “Il 4 marzo – racconta il leader del Kesan – l’esercito birmano ha iniziato il più grande e più coordinato schieramento di truppe nel distretto di Mutraw, nel nord dello Stato Karen, dal 2008, revocando, di fatto, le trattative di pace e provocando la risposta della quinta brigata del Karen National Liberation Army (Knla) guidata dal comandante Baw Kyaw. I soldati governativi, che sono stati dispiegati per espandere una strada militare nel nostro territorio senza fare nessuna richiesta, hanno preso di mira indiscriminatamente militari e civili. In questa situazione, quasi 2500 abitanti dei villaggi sono stati costretti a fuggire dalla loro terra e dalle loro case”.

Foto di Fabio Polese

Secondo Hsa Moo il cessate il fuoco firmato tre anni fa da Mutu Say Poe – numero uno della Knu più volte additato come traditore che ha venduto il suo popolo per un guadagno personale – non avrebbe portato a nulla di concreto. “Forse – mi dice il responsabile dell’associazione che tutela gli indigeni – ad alcune persone ha portato qualche miglioramento a breve termine, ma la maggior parte della nostra comunità non crede che questo processo di pace porterà ad una soluzione definitiva”. E aggiunge: “È evidente che le forze armate governative stanno approfittando di questa situazione per realizzare ciò che non sono stati in grado di fare con la forza negli anni scorsi. In questo momento ci sono più soldati e più installazioni militari di prima. Stanno usando queste trattative per appropriarsi del nostro territorio e delle nostre risorse. E, esattamente come nel passato, i militari continuano a commettere violazioni dei diritti umani, bloccando qualsiasi progresso verso la pace”.

Chi sono i Karen

I Karen sono un popolo orgoglioso e pacifico, per un terzo della popolazione sono cristiani e vivono tranquillamente in armonia tra loro e con la natura che li circonda. Originari della Mongolia e del Tibet, sono arrivati in queste zone, vicino all’estuario dei fiumi Irrawaddy e Salween, dopo una lunga migrazione nel 730 a.C.. Dal 1949, armi in mano, si difendono dagli attacchi delle truppe birmane, richiedendo la propria autonomia. Un’autonomia che era stata promessa loro da Aung San – padre della Suu Kyi – con un accordo firmato tra le maggiori etnie presenti nel Paese, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma dopo poco tempo, a seguito di un colpo di stato, l’intesa è diventata carta straccia. E così i Karen hanno imbracciato i fucili.

Oggi, dopo quasi settant’anni, la guerra non è finita. “Dobbiamo lottare ancora per proteggere la nostra terra e difendere il nostro popolo. Vogliamo libertà, diritti e autodeterminazione”, conclude Hsa Moo, sperando in un futuro di pace.

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