La guerra in Ucraina è un eterno richiamo al passato. Al passato russo, in particolare, ma anche a quello del popolo ucraino. Simbologie di una storia che non può essere dimenticata. Suggestioni di date e luoghi, ricordi vivi di un Paese, quello ucraino, e di una potenza, la Russia, che subisce una sorta di “sindrome del passato”. Quasi che sia impossibile, per Mosca, non essere una realtà trasversale nel tempo e nello spazio. Un passato onnipresente, che era zarista prima e sovietico poi. E di cui in qualche modo il Cremlino ne è interprete ma allo stesso schiavo.

Questo senso di passato che torna ciclicamente nella storia russa, come un incantesimo o un incubo da cui non poter uscire, è presente anche in una guerra come quella scatenata in Ucraina. Come ha scritto il giornalista Ugo Tramballi, “c’è una sindrome della quale sono vittime tutti gli uomini del passato e del presente che hanno governato la Russia: il peso della Storia”.

Il discorso di Vladimir Putin non è stato da meno: è stato un richiamo costante all’essere una potenza in dovere di rivendicare qualcosa che le è stato strappato. Ma la narrazione del leader russo, resa in modo da fare apparire come un destino irrinunciabile questo conflitto, è solo una delle parti in cui è riaffiorata il passato. C’è innanzitutto Kiev, che con la storia del suo Rus è condannata a rappresentare proprio quella idea che gli ucraini e i russi siano obbligatoriamente un unico popolo con un’unica identità. Proprio come descritto dallo stesso Putin in un articolo che aveva allarmato, già l’anno scorso, diverse cancellerie occidentali, intelligence ed esperti: perché già preludeva a una “ossessione” ucraina del capo del Cremlino.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Ma oltre al passato dell’unità dei popoli russi, c’è anche qualcosa di molto più recente in quello che sta avvenendo nella guerra in Ucraina, e che per Mosca rappresentano episodi chiave della propria storia. Momenti di cambiamento o ferite mai sanate. Richiami simbolici che fanno riflettere su come a volte la storia accenda uno strano meccanismo di rimandi quasi iconografici.

Le operazioni belliche sono iniziate il 24 febbraio. In quello stesso (ma del calendario giuliano, va ricordato) del 1917, prendevano corpo i primi grandi scioperi della Rivoluzione di Febbraio. Preludio a quello che sarebbe avvenuto con la Rivoluzione di Ottobre. Per i primi colloqui tra Russia e Ucraina si è scelta una località sul fiume Pripyat, fiume noto soprattutto per scorrere in quella zona di alienazione che è stata eretta intorno all’area di Chernobyl. Un luogo che la guerra in Ucraina ha riportato nella mente di tutti, perché ha segnato in modo inequivocabile la storia recente dell’Europa: la tragedia della centrale nucleare. Quando le truppe russe sono entrate in territorio ucraino, la battaglia nei pressi del sito ha rievocato un passato recente terribile per la popolazione locale, di paura per quella europea, ma ha anche ricordato cosa ha significato per l’Urss nell’immaginario collettivo: un gigante che voleva far vedere a tutti le “magnifiche sorti e progressive” dei soviet e che invece si rivelò oscuro e fragile, fino alle estreme conseguenze.

Simbologie importanti anche per i secondi colloqui, tenuti nella foresta di Belovezhskaya Pushcha, luogo che ha significato per Mosca due eventi epocali che hanno aperto e chiuso la stagione dell’Unione Sovietica. Nel 1918, in quella foresta, venne firmato il Trattato di Brest-Litovsk, che sancì la fine dell’impegno militare russo nella Prima guerra mondiale con l’uscita di scena della nuova Russia bolscevica. L’accordo siglato con l’impero tedesco, quello austro-ungarico, quello ottomano e la Bulgaria sancì la fine della guerra per la Russia ma a condizioni pesantissime. La delegazione guidata da Lev Trotzki, con quell’atto firmò la rinuncia alla Finlandia, alle future repubbliche baltiche, all’Ucraina e alla Georgia, cedendo territori che arrivavano praticamente in Polonia. Sempre in quella foresta, circa 70 anni dopo, il presidente della nuova Russia post-Urss, Boris Eltsin, sancì insieme a Leonid Kravcuk e Stanislav Suskevic, presidenti di Ucraina e Bielorussia, la definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Processo ormai iniziato in modo inesorabile con la caduta del Muro di Berlino.

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