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Il conflitto in Ucraina, dopo l’ultima controffensiva dell’esercito di Kiev che ha portato alla liberazione di quella porzione dell’oblast di Kherson a ovest del fiume Dnepr, si è trasformato, sostanzialmente, in una guerra di posizione.

Nella parte orientale del Paese, lungo la linea che corre da Petrivka a nord, sino a Horlivka, a sud, i combattimenti, che proseguono a fasi alterne, hanno portato a un leggero avanzamento dei russi concentrato nella zona di Bakhmut. Gli ucraini, invece, hanno guadagnato terreno intorno a Kreminna, che è sede di attività partigiana insieme a Severodonetsk e Svatove.

Per il momento, il protagonista sul campo di battaglia è ancora il fango, o rasputitsa: il “generale fango”, come avevamo previsto a fine settembre, ha bloccato ogni grossa iniziativa tattica sul terreno, trasformando il conflitto in uno scontro tra artiglierie e che vede l’utilizzo di droni – da ambo le parti – e di sistemi missilistici da crociera e balistici (da parte russa). Lo Stato maggiore di Mosca, ancora una volta, utilizza la componente missilistica per colpire le infrastrutture ucraine sparse in quasi tutto il Paese, con maggiore intensità nelle retrovie del fronte, per cercare sia di paralizzare le linee di rifornimento di Kiev, sia di fiaccare il morale della popolazione: a Kherson, per l’assenza dei più comuni servizi (acqua, luce e gas), gran parte degli abitanti ha già da tempo lasciato la città, e chi è rimasto ora si trova in seria difficoltà a trovare di che vivere in questo sembra che i rifornimenti ucraini stiano arrivando in modo discontinuo, proprio perché le vie di comunicazione sono bersagliate da missili e artiglieria russi.

Una pausa tattica imposta dalle condizioni climatiche che però ha i giorni contati: presto il rigido clima invernale permetterà al terreno di congelare e quindi di compattarsi e tornare a essere in grado di sopportare il peso di carri armati e altri veicoli pesanti.

La possibile strategia russa

Lo Stato maggiore russo ha quindi sfruttato questi mesi autunnali per mantenere la pressione sull’esercito ucraino, con attacchi di alleggerimento e sfruttando la superiorità di sistemi missilistici campali e artiglieria, in attesa dell’arrivo del gelo, come abbiamo previsto al termine della controffensiva ucraina di settembre. Questa “pausa” ha molto probabilmente permesso di riorganizzare le unità, messe a dura prova dagli eventi di questa estate, che ne hanno scompaginato le fila e causato la perdita di numerosi mezzi.

Sebbene non vi siano ancora chiari segnali in merito a dove Mosca potrebbe riprendere l’iniziativa, dal nord arrivano segnali inquietanti: risulta, infatti, che in Bielorussia si stia assistendo a una notevole attività dell’esercito di Minsk, che ha mobilitato truppe e mezzi che mostrano un segno distintivo particolare come quelli usati dai russi durante l’invasione, soprattutto negli aeroporti bielorussi sono tornati a vedersi i velivoli AEW (Airborne Early Warning) e di Comando e Controllo Beriev A-50, esattamente come avvenuto nelle prime settimane del conflitto quando l’esercito di Mosca è penetrato in Ucraina passando dalla Bielorussia per cercare di giungere in tempi rapidi a Kiev. Fonti non confermate riportano anche che i russi abbiano spostato un ingente quantitativo di uomini e mezzi in Bielorussia, ma attualmente la possibilità che il tutto sia solo una diversione per celare i propri veri intenti è alta.

Molto probabilmente riteniamo che Mosca utilizzerà le proprie riserve per consolidare il fronte meridionale, e quindi evitare una possibile nuova controffensiva ucraina in quel settore, e per ritentare la conquista del Donbass: il Cremlino ha bisogno di un risultato tangibile per l’opinione pubblica interna dopo anni di propaganda sul genocidio delle popolazioni russe in quella regione. Kiev però sembra che non stia a guardare.

Le eventuali mosse ucraina

Anche lo Stato maggiore ucraino è avvezzo alle offensive invernali e ci sono alcuni elementi che ci fanno pensare che nelle prossime settimane ci sarà un attacco per cercare di spezzare il fronte meridionale nella zona di Melitopol. Innanzitutto, strategicamente, è la cosa più sensata da fare: il fronte, lì, è largo circa 80 chilometri e alle spalle ha il mare, inoltre, in questo momento, col ponte sullo Stretto di Kerch ancora danneggiato, i rifornimenti russi diretti verso la Crimea passano per la maggior parte via terra e via mare. Soprattutto Kiev non può permettersi di cedere l’iniziativa in un momento in cui ha il vantaggio tattico sul terreno, e deve continuare a colpire in modo da costringere i russi sulla difensiva.

Un altro segnale che ci porta a pensare che nelle prossime settimane potremmo assistere a una nuova controffensiva ucraina diretta da Zaporizhzhia verso Melitopol (e il mare), è la costante attività partigiana che sta causando seri grattacapi ai russi proprio nella città in questione. Prima della controffensiva che, a fine agosto, ha portato alla liberazione della regione di Kharkiv, Kiev aveva predisposto un’intensa attività dietro le linee russe che è stata uno dei fattori chiave dell’esito positivo di quella operazione.

Quanto sta accadendo a Melitopol in questo lasso temporale potrebbe essere la copia carbone di quanto già visto durante l’estate, ma esiste pur sempre la possibilità che sia solo un diversivo per distogliere l’attenzione dei russi da quello che potrebbe essere il vero contrattacco (su Donetsk). L’intensità dell’attività di sabotaggio dietro le linee russe, però, ci fa pensare che la controffensiva potrebbe cominciare proprio a Melitopol, seguendo però un copione diverso da quanto visto ad agosto: stavolta, invece di avanzare su un settore per poi colpire pesantemente in un altro (nella fattispecie Kherson e Kharkiv), gli ucraini potrebbero gettarsi in massa su Melitopol sperando che i russi pensino che il vero obiettivo sia il Donbass.

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