La guerra in Ucraina, ormai è noto, ha diversi fronti. E uno di questi, quello navale, per quanto spesso sottovalutato, è risultato fondamentale soprattutto per l’episodio dell’affondamento dell’incrociatore Moskva, ammiraglia della Flotta del Mar Nero. Una delle mosse più importanti della controffensiva di Kiev, non solo a livello tattico ma anche a livello simbolico.

Ma al netto della sua importanza momentanea – sempre più evidente nel momento in cui l'”operazione militare speciale” di Vladimir Putin si è spostato sul fronte meridionale – quello marittimo è soprattutto un problema strategico. Perché se Mar d’Azov e Mar Nero sono sbocchi fondamentali come accesso ai mari caldi e collegamento della Russia europea con il Mediterraneo, è altrettanto vero che l’importanza del loro pieno controllo riguarda l’intera strategia militare russa nell’arco mediterraneo.

L’importanza del Mediterraneo per la Russia

La Russia in questi anni ha ampliato e rafforzato la sua presenza in tutto il Mediterraneo allargato, costituendo una serie di avamposti politici e militari che vanno dalla Libia alla Siria e che sono arrivati addirittura a spingersi fino alle coste del Mar Rosso. Mosca ha blindato, attraverso l’intervento nella guerra di Siria, la sua fondamentale base navale di Tartus, ha confermato i suoi interessi strategici in Libia sul fronte della Cirenaica. E questi due vertici, uniti al bastione della Crimea, costituiscono ancora oggi un triangolo strategico che permette alla Federazione Russa di controllare rotte commerciali, energetiche e militari basilari per tutto lo scacchiere regionale.

Gli Stati Uniti per diversi anni hanno lanciato l’allarme sul pericolo che la Marina russa fosse ormai una presenza costante del Mediterraneo. Per il Pentagono, il problema era già diventato urgente dal 2013, anno in cui gli strateghi del Cremlino hanno deciso di organizzare la presenza navale nel Mediterraneo attraverso la ricomposizione della Quinta Squadra, la pyataya eskadra. Uno squadrone che unisce unità della Flotta del Mar Nero e di quella del Baltico e che per molto tempo ha avuto proprio l’incrociatore Moskva come punta di lancia. In particolare, come spiega Kirill Semenov su Al Monitor, per costruire la bolla difensiva di fronte alle coste siriane che tutelasse l’esercito di Damasco e le forze russe.

L’allarme Usa sulle mosse di Putin

Gli Usa hanno più volte concentrato le loro attenzioni sulle mosse della Federazione Russia in questa regione marittima, consapevoli che la centralità di quel bacino era tanto importante per l’agenda di Mosca quanto per quella euro-atlantica. Washington e la Nato hanno segnalato l’aumento delle attività navali russe, hanno evidenziato come l’annessione della Crimea fosse un punto di rottura in grado di mostrare le intenzioni di Mosca anche nel Mediterraneo. E negli ultimi anni, la base di Tartus, oltre a essere la centrale strategica russa nel Mediterraneo, è diventata anche il simbolo della capacità di Vladimir Putin di sfruttare il ripiegamento strategico americano dal Medio Oriente e il disinteresse verso il blocco euro-atlantico.

A queste mosse del Cremlino nel Mediterraneo orientale, si è poi aggiunto l’intervento in Libia che, pur non avendo avuto nella Marina il suo cavallo di battaglia (molto più importante il ruolo di mercenari siriani e Wagner), ha comunque rappresentato un ulteriore approdo russo nel Mare Nostrum. Un utile strumento di pressione in Nord Africa che è servito anche a rafforzare i legami e l’immagine della Russia come potenza decisiva in quel determinato scacchiere. Elemento strategici cui si devono aggiungere i legami costruiti negli anni con i Paesi rivieraschi. Gli intrecci con Egitto, Israele e Cipro, uniti ai legami con alcuni segmenti della realtà libanese e alla complessa relazione con la Turchia, hanno permesso a Putin di costruire una fitta rete di interessi in tutta la regione.

Flotta del Mar Nero e missili britannici

La guerra in Ucraina può incidere su queste manovre russe nel Mediterraneo. Un primo problema è rappresentato proprio dall’elemento tattico: la Flotta del Mar Nero, da cui dipende la Quinta squadra per mezzi e sinergia con la madrepatria, risulta effettivamente indebolita. Ha perso il Moskva, sua nave ammiraglia, ha perso altre navi colpite dagli attacchi ucraini, e ha perso molti uomini. L’affondamento dell’incrociatore ha mostrato una serie di problemi di non poco conto per la Marina russa su cui Mosca dovrà iniziare ragionare, a partire dal fatto che la difesa antimissile di cui era armata potrebbe essere stato perforata da un sistema nemico evidentemente migliore. Per ora è confermata la pista dei missili Neptune ucraini, e questo implica che non vi sia più la certezza di una bolla difensiva efficace per la Marina russa vicina alle coste nemiche.

Ma adesso, oltre al problema dell’eventuali attivazione dei missili di fabbricazione ucraina, c’è il tema di non poco conto della cessione da parte del Regno Unito di ulteriori sistemi anti-nave. Il Segretario alla Difesa britannica Ben Wallace ha confermato a Sky News che il governo fornirà missili per la difesa costiera a Kiev, sostenendo che “è decisamente importante che il grano che riguarda tutti noi esca dall’Ucraina” e che la Russia “non può controllare il Mar Nero. Non è più loro. E quindi è importante assicurarsi che le navi russe non vengano utilizzate per bombardare le città”. La Marina di Mosca, pertanto, ora non deve solo occuparsi del rischio di un Mar Nero condiviso col nemico, ma soprattutto che le capacità missilistiche Nato, sempre più sofisticate e probabilmente meno facili da individuare dalla stessa intelligence russa, siano posti vicino ai principali porti della flotta del Cremlino.

Rimpiazzare le navi

Inoltre, qualcuno ha posto il problema di come poter rimpiazzare le navi affondate. È vero che si tratta in larga parte di mezzi ormai datati, tuttavia è inutile nascondere che l’aver prolungato la vita operativa dell’incrociatore anche a causa delle sanzioni post-Crimea ha manifestato in modo cristallino il fatto che il programma di riarmo navale russo stesse procedendo obbligatoriamente a rilento. Se a questo si aggiunge che le tensioni internazionali sono in aumento in tutti gli angoli del globo, potendo coinvolgere anche la Flotta del Nord e quella del Pacifico, è possibile che la Russia inizi a dover accettare un indebolimento della presenza militare nel Mediterraneo finché non sarà definito il fronte ucraino.

Una situazione di prolungata belligeranza nel Mar Nero, con il Bosforo bloccato a nuove unità militari, sarebbe una situazione estremamente complicata per la Marina russa con base a Sebastopoli. Anche perché la Turchia, avendo applicato le clausole della Convenzione di Montreux, per interrompere il blocco dovrebbe osservare un cambiamento dello status quo ucraino che in questa fase appare poco plausibile. E gli Stati Uniti accetteranno modifiche ammorbidimenti verso Mosca, come dimostrato anche dalla decisione turca di chiudere lo spazio aereo ai voli russi diretti in Siria. Se le altre flotte saranno coinvolte in esercitazioni e in confronti serrati – per quanto non diretti – con le Marine Nato e alleate Usa, sarà difficile per Mosca sguarnirle e riequilibrare la presenza nel Mar Nero come a Tartus. Quello siriano non è un contesto in cui la flotta, al momento, ha un ruolo di primo piano: ma va considerato il problema di avere effettivamente perso unità che andranno sostituite.

Per adesso i movimenti della Marina russa nel Mediterraneo confermano che per la Russia è un problema strategico di primaria importanza. Come confermano molti esperti e le immagini satellitari, nel Mediterraneo sono presenti ancora molte (e potenti) unità della flotta russa, sia sottomarine che di superficie. Le altre due unità classe Slava, la stessa del Moskva, sono ancora in navigazione nel Mare Nostrum, ovvero il Varyag e il Marshal Ustinov. E insieme ad essi, sembra siano ancora presenti due sottomarini classe Kilo. Segnali che fanno intendere come Mosca sia in attesa di capire quando e in che modo colpire riutilizzando quella potenza di fuoco a sud del Bosforo.

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