La presenza della Russia al fianco di Khalifa Haftar è in grado di sovvertire il corso della guerra? È questa la domanda che in tanti si sono posti negli ultimi mesi, quando è stata certificata la presenza di almeno 200 contractors russi in Libia, con Mosca impegnata direttamente e non a sostenere il Libyan National Army, ossia l’esercito guidato da Haftar. Alla luce degli ultimi risvolti e dei più recenti episodi, alla domanda sopra esposta si potrebbe rispondere positivamente. Haftar, rispetto a poche settimane fa, appare molto più rafforzato.

Il generale avanza verso Tripoli

Doveva essere, quella dell’uomo forte della Cirenaica, una guerra lampo. Così non è stato: quando il 4 aprile Haftar ha lanciato la sua offensiva verso la capitale, che ospita il governo di Fayez Al Sarraj, probabilmente il generale aveva in mente di poter quasi passeggiare verso il centro di Tripoli. Si puntava tutto sull’eterogeneità delle varie milizie rimaste a sostenere il governo di Al Sarraj, così come sull’insoddisfazione della gente per una situazione di quasi anarchia all’interno della capitale libica. Il piano era quello di prendere Tripoli allo stesso modo di come è stata presa pochi mesi prima Sebha, la città più grande del Fezzan, senza cioè sparare un colpo (o quasi). Ma le milizie di Misurata, le più importanti al fianco di Al Sarraj, hanno fatto fronte comune ed il resto è storia di questi mesi: Haftar ha dovuto fare i conti con una guerra di logoramento, i cui fronti per diverso tempo sono rimasti sostanzialmente immobili. E così, il conflitto alle porte di Tripoli è diventato un continuo susseguirsi di bombardamenti, raid e colpi d’artiglieria senza che nessuna delle parti in causa prevalesse sull’altra.

Una situazione che tra Al Sarraj ed Haftar privilegiava senza dubbio il primo. Il generale della Cirenaica infatti, è rimasto per mesi come il leader di una formazione militare incapace di portare a termine i propri piani, mentre il premier come capo di un governo che ha bloccato il Libyan National Army. Ecco perché Haftar non può permettersi, secondo il suo punto di vista, alcuna soluzione politica. L’unica sua vera possibilità di uscita dal conflitto per lui, altro non è che proseguire con i tentativi di arrivare al centro di Tripoli. L’aiuto giunto da Mosca ha iniziato a scardinare la fase di stallo proseguita per diversi mesi: non è un caso che, da settembre ad oggi, si sono registrati episodi da leggere non soltanto in chiave militare. L’abbattimento di due droni, le avanzate in alcuni quartieri a sud di Tripoli da parte del Libyan National Army, sono soltanto alcuni degli elementi figli dell’appoggio del Cremlino e che potrebbero sovvertire anche politicamente la situazione in Libia. Nelle ultime ore, l’esercito di Haftar viene segnalato in avanzamento su diversi fronti: pochi chilometri di territorio guadagnati che però, alla vigilia di una possibile conferenza internazionale a Berlino, hanno un peso impossibile da ignorare.

I possibili scenari

C’è poi un’altra variabile da tenere in conto: il conflitto è stato di logoramento per Haftar, ma anche per gli uomini di Al Sarraj. Molti di loro adesso stanno presentando il conto degli sforzi messi in campo per arginare il generale. Mercoledì un gruppo di miliziani dell’anti terrorismo di Misurata, ha assediato palazzo presidenziale e ministero delle finanze. Volevano pagati gli stipendi, così come hanno avanzato richieste di ulteriori somme da spendere per l’acquisto di giubbotti antiproiettile ed attrezzature varie. Potrebbe trattarsi, come hanno sottolineato molte fonti libiche, di una prima spaccatura dettata dal logoramento economico ma anche umani dei gruppi rimasti a difendere Al Sarraj a Tripoli. L’episodio sopra raccontato ha preoccupato e non poco gli sponsor internazionali del premier libico, ma non li ha sorpresi. L’Italia ad esempio, come emerge dalle pagine di Repubblica, avrebbe già da mesi previsto uno scenario di ulteriore caos a Tripoli. Fonti del ministero della difesa, avrebbero parlato di piani volti ad evacuare in tutta fretta sia il personale della nostra ambasciata, sia lo stesso Al Sarraj. In attesa che la nostra politica torni a fare il suo corso, a livello militare e diplomatico Roma sta continuando ad operare in quel di Tripoli, monitorando per ragioni di sicurezza l’andazzo del conflitto. Questo spiegherebbe anche la presenza del drone abbattuto a novembre sui cieli di Tajoura.

Una spaccatura interna a Tripoli e tra tripolini e misuratini, rappresenterebbe uno scenario nemmeno tanto lontano e certamente gradito ad Haftar che, forte del sostegno russo e dei vari suoi alleati regionali, avrebbe maggiore chance di avanzare verso la capitale libica. Ecco perché da parte europea, tedesca ed italiana in primis, c’è tutto l’interesse ad organizzare il prima possibile la conferenza di Berlino, annunciata per novembre ma slittata gennaio, sempre se si farà. Per quella data Haftar potrebbe avere le mani su Tripoli od assistere allo sfaldamento del fronte vicino Al Sarraj. A bloccare questo scenario, potrebbero essere soltanto gli Stati Uniti. Pentagono, Congresso e Dipartimento di Stato sono preoccupati dall’attivismo russo in Libia. Trump al contrario, non darebbe molta importanza al dossier libico. Per di più, non appare preoccupato né da Mosca e né da Recep Tayyip Erdogan, il quale ha sottoscritto con Al Sarraj un documento per i confini delle rispettive Zee del Mediterraneo orientale. Gli Usa per il momento sostengono Tripoli, ma dialogano con Haftar: l’obiettivo di Washington è arrivare quanto meno ad un cessate il fuoco. Il quale rappresenterebbe l’unica vera soluzione politica in grado di contenere le avanzate del generale della Cirenaica.

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