Da circa un mese le piazze del Libano e in particolare della capitale Beirut sono state infiammate dalle proteste popolari. I motivi? Come spesso accade in questi frangenti, la miccia che ha fatto scattare i libanesi scesi in strada è da far risalire al deterioramento delle condizioni economiche.

Il Libano non riesce a trovare un nuovo governo

Prezzi dei beni di consumo in costante aumento, su tutti la benzina, tasse elevate e stipendi stagnanti. Una situazione di crisi che trae le proprie origini dal vicino conflitto siriano che, con un’ondata di circa un milione di profughi, ha contribuito alla rottura degli equilibri interni del Paese. La situazione libanese è poi andata via via peggiorando, in particolare a seguito delle dimissioni del primo ministro Saad Hariri alla fine dell’ottobre scorso.

Il Libano resta ora senza un governo in grado di traghettare il Paese fuori da uno dei momenti più difficili della sua storia contemporanea, dopo la sanguinosa guerra civile. In questo scenario, chi potrebbe rimetterci in termini di posizioni politiche è sicuramente il gruppo sciita Hezbollah che rientrava all’interno dell’ampia coalizione del governo guidato da Hariri.

“Gli Usa interferisce nella politica libanese”

Durante quest’ultimo esecutivo, gli sciiti erano infatti riusciti ad esercitare un’influenza politica come forse mai successo nella storia del Paese. L’ondata di protesta e la caduta del governo potrebbero però ora cambiare completamente gli equilibri politici del Paese. Hezbollah ha le idee chiare su chi sia il vero responsabile dell’attuale impasse politica libanese.

“Il primo ostacolo per la formazione di un nuovo governo è l’America, perché vuole un esecutivo che ne appoggi gli interessi, mentre noi vogliamo un esecutivo che rispecchi la volontà del popolo libanese. Abbiamo informazioni sul fatto che l’America stia tentando di creare problemi di sicurezza”. Ha dichiarato il deputato di Hezbollah Sheikh Naim Kassem in una recente intervista alla Reuters. Secondo uno dei principali esponenti del movimento sciita gli Stati Uniti starebbero quindi giocando un ruolo di primo piano all’interno delle trattative che porteranno alla formazione del nuovo esecutivo libanese, ma quali sono le prove?

Il Deep state dietro la crisi degli sciiti?

Hezbollah infatti non fornisce riferimenti concreti che possano suffragare in qualche modo le loro accuse. In assenza di prove e con una testimonianza, quello che resta da analizzare è il movente che spingerebbe gli americani ad una simile ingerenza. E di moventi ve ne sono parecchi. Con la Siria di Bashar al Assad ormai vittoriosa e l’ingombrante presenza russa come garante dell’attuale stabilità mediorientale, gli Stati Uniti appaiono ormai fuori dalla partita geopolitica della regione. L’attuale inquilino della Casa Bianca sembra inoltre ben predisposto ad una ritirata militare su tutti i fronti. Una strategia che non è evidentemente apprezzata all’interno del deep state americano, dove Pentagono e Cia agiscono come organismi spesso indipendenti al potere presidenziale.

Le accuse di Hezbollah se analizzate a livello regionale, non sembrano quindi poi così campate in aria. In un solo mese infatti le proteste di piazza non sono scoppiate solo in Libano, ma anche in Iraq e Iran, minacciando in un colpo solo l’asse sciita che da Teheran, passava per Baghdad per arrivare e Beirut. Non sembrerebbe essere un caso infatti che l’amministrazione americana abbia recentemente dato la sua benedizione alle sommosse popolari iraniane, schierandosi così apertamente contro il regime sciita degli ayatollah.

Ecco che viste da un’altra prospettiva le accuse di Hezbollah diventano qualcosa di più di una semplice teoria cospirazionista. Libano, Iraq e Iran sembrano oggi uniti da un filo sottile invisibile. Tre proteste che rischiano di cambiare gli equilibri politici in tre Paesi, dove la componente sciita aveva esercitato fino ad oggi un ruolo decisivio. Dall’altra parte dell’oceano ci sono gli Stati Uniti, che dopo la sconfitta in Siria sembrano aver risposto con l’arma del regime change per provare ad arginare il nuovo ruolo della Russia in Medio Oriente.

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