A Hong Kong la bolla è scoppiata e adesso può davvero succedere di tutto. La governatrice locale, Carrie Lam, ha dichiarato di essere disposta a ricorrere all’aiuto di Pechino nel caso in cui le violente proteste in corso nell’ex colonia britannica dovessero proseguire a oltranza. Il pericolo adesso è enorme perché le autorità hanno applicato una serie di misure di emergenza per evitare che la situazione possa degenerare da un momento all’altro. È così che dal 4 ottobre scorso il Consiglio esecutivo, cioè il principale organo decisionale della regione amministrativa speciale, ha imposto ai manifestanti il divieto di indossare maschere per nascondere la propria identità. Le frange più violente, infatti, utilizzano maschere antigas o passamontagna per coprire i volti e risultare non identificabili agli occhi delle forze dell’ordine e degli apparati di videosorveglianza. C’è, poi, chi sostiene che il pacchetto di leggi possa, in un secondo momento, includere anche molte altre limitazioni alla libertà personale dei cittadini, tra cui il coprifuoco in determinati giorni e il divieto di manifestare.

Dalle proteste alla guerriglia urbana

Pochi giorni fa le leggi speciali hanno subito dato i loro frutti, visto che 14 persone sono state arrestate con l’accusa di aver celato il volto durante le proteste del fine settimana; il gruppetto si aggiunge alle altre 12 persone fermate domenica scorsa. Maschere o non maschere, i manifestanti continuano a scendere nelle strade e la violenza aumenta sempre di più. Se è vero che il governo ha iniziato a usare il pugno durissimo, con Carrie Lam che potrebbe addirittura accogliere i militari cinesi per contenere eventuali situazioni critiche, è altrettanto vero che anche i dimostranti hanno aumentato il livello di violenza. In un primo momento gli attivisti pro democrazia si accontentavano di manifestare per poi scontrarsi con le forze dell’ordine; successivamente, vari gruppetti hanno messo in campo vere e tattiche per portare avanti una guerriglia urbana senza quartiere.

La violenza aumenta

Uno dei problemi più grandi è che un buon numero di manifestanti, adesso, sembrano non fare alcuna distinzione tra normali cittadini e attivisti pro Cina. Sul web sono stati pubblicati innumerevoli filmati in cui persone ignare ai fatti vengono tirate in mezzo e malmenate da una folla riottosa. Giusto per fare qualche esempio, hanno ricevuto un trattamento brutale sia un giornalista cinese del quotidiano Global Times sia un impiegato, sempre cinese, preso a pugni e offeso senza un apparente motivo. Quest’ultimo video è stato pubblicato anche su Youtube dall’emittente di Singapore Cna. Come se non bastasse, sui social ci sono altri filmati che ritraggono alcuni manifestanti nell’atto di invadere edifici residenziali privati per individuare le abitazioni dei cittadini con posizioni diverse tra le loro. Alcuni sostengono si tratti di video creati ad hoc dalle autorità di Hong Kong o dagli attivisti pro Cina, ma in ogni caso la violenza è aumentata a dismisura rispetto ai primi mesi della protesta.

Singapore subisce il contraccolpo

A proposito di Singapore, la ricca città-Stato non distante da Hong Kong inizia a risentire degli effetti delle proteste. Il primo ministro locale, Lee Hsien Loong, ha detto che l’instabilità dell’ex colonia britannica è un fattore destabilizzante per Singapore e che la situazione rischia di influenzare negativamente l’intera regione, con enormi ricadute economiche. “Hong Kong è caratterizzata da una divisione profonda nella società. Noi siamo in competizione con questa città ma ci cooperiamo anche. Loro fanno affari con noi, e noi facciamo affari con loro e con la Cina. L’instabilità influisce sull’intera regione, e altrettanto vale per la mancanza di fiducia”. Un monito per le grandi aziende di Hong Kong.

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