Droni ovunque, dall’Africa al Medio Oriente. E tutti rigorosamente prodotti dalla Cina e venduti al miglior offerente in cambio di contante sonante. Questo è il quadro dipinto dal sito National Interest, secondo cui nell’estate appena trascorsa i droni killer esportati dal Dragone si sono moltiplicati risultando protagonisti di attacchi mortali in Egitto, Libia, Nigeria, Yemen e in altri scenari critici. In passato solo gli Stati Uniti erano in grado di costruire aeromobili capaci di lanciare attacchi letali a pilotaggio remoto, i cosiddetti UCAV MQ-9 Reaper, la cui diffusione è stata per molto tempo limitata per paura che questi mezzi venissero usati in modo improprio. La situazione è però cambiata perché la Cina è riuscita a produrre gli stessi droni e, secondo i dati Sipri, nel 2018-2019 ne ha esportati 163 in 13 Paesi differenti.

L’accusa degli Stati Uniti

I produttori di armi americani si sono lamentati, arrivando a dire che i loro rivali cinesi li stanno “uccidendo”. La Cina se ne infischia delle sanzioni delle Nazioni Unite e di eventuali embarghi, quindi commercia con chiunque. Come nel caso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno schierato in varie circostanze droni Wing Loong II nella base di Al Khadim nella Libia orientale. Ad agosto uno di questi droni emiratini ha sferrato un attacco nel municipio di Murzuq, sempre in Libia, uccidendo 46 persone. Gli Stati Uniti si lamentano con la Cina perché il Dragone venderebbe i droni a soggetti che li riuserebbero in modo irresponsabile, ma Washington ha poco di che lamentarsi. Furono proprio gli americani ad avviare la pratica di usare gli UCAV per effettuare omicdi mirati, grazie alla capacità di questi droni di circolare per ore in attesa degli obiettivi da colpire.

I droni cinesi

Quali sono i droni più diffusi made in China? Due tipi: la tipologia Wing Loong realizzata dal Chengdu Aircraft Industry Group (Caig) e la Cai Hong “Rainbow” che fa capo alla Chinese Aerospace Science & Technology Corporation (Casc). Entrambi sono in grado di attaccare bersagli da distanze di sicurezza usando bombe guidate dal Gps e missili controllati. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno usato Wing Loong per mettere lo Yemen a ferro e fuoco; l’Egitto, invece, li ha utilizzati per togliere di mezzo gli insorti nel Sinai. La Cina fa affari d’oro, come ha confermato il South China Morning Post, secondo il quale all’inizio del 2018 Pechino avrebbe esportato 30 droni CH-4B per un totale di 700 milioni di dollari. Nonostante siano sempre più diffusi, i droni cinesi non sono considerati dagli esperti sofisticati come quelli americani soprattutto per quanto riguarda la robustezza di comando e la massima altitudine operativa raggiunta. La realtà è che, proprio come succede per i prestiti, Pechino non guarda in faccia nessuno: gli affari vengono prima di tutto il resto e se qualcuno paga, quel qualcuno riceve i droni, indipendentemente dal fatto che sia o meno una democrazia. In questo modo, però, la Cina si rende indirettamente complice di attacchi e stragi sanguinose. Se in passato una critica del genere veniva mossa agli Stati Uniti, non si capisce perché non debba essere rivolta anche a Pechino.

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