Giovedì 5 marzo il Presidente siriano Bashar al-Assad ha rilasciato una lunga intervista televisiva al canale “Russia24 TV”, nella quale ha affrontato diversi temi legati non soltanto alla crisi di Idlib, ma anche ai rapporti tra Siria e Turchia, all’alleanza con Mosca, alla situazione economica della Siria e alle interferenze statunitensi nell’area mediorientale.

Dopo aver accusato Recep Tayyip Erdogan di seguire direttive statunitensi per quanto riguarda l’offensiva su Idlib, il Presidente siriano ha poi ricordato che la cosiddetta “opposizione” sostenuta da Ankara include in realtà terroristi legati ad al-Qaeda e ad altri gruppi islamisti radicali.

Ci sono però due aspetti, sottolineati da Assad, tra essi correlati, che meritano particolare attenzione. Il primo riguarda la divergenza tra gli interessi del popolo turco e quelli dei Fratelli Musulmani, di cui Erdogan è noto rappresentante. Il Presidente siriano ha di fatto definito la Turchia “Paese guidato dalla Fratellanza”.

Il secondo aspetto riguarda i rapporti tra Fratelli Musulmani e Stati Uniti, apparsi più che evidenti durante la fase delle cosiddette “Primavere Arabe“, quando “da Washington decisero che i regimi laici alleati degli Usa non erano più in grado di svolgere il ruolo a loro designato”.

Assad fa bene a differenziare i Paesi alleati da quelli non allineati con Washington, perchè infatti le uniche due nazioni dove il passaggio verso un governo islamista filo-Fratelli “democraticamente eletto” è inizialmente filato liscio sono proprio Egitto e Tunisia. Non è un caso che in Siria e in Libia il meccanismo non ha girato per il verso giusto e il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti.

Del resto i rapporti tra membri della Fratellanza egiziana e siriana con asset statunitensi sono stati dimostrati in numerose occasioni, al punto che alcuni membri dell’organizzazione islamista egiziana erano anche stati immortalati al Dipartimento di Stato, subito dopo la caduta del governo Morsy. Non è certo un caso che oggi la Fratellanza è messa al bando in Egitto, Siria, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein, ma continua ad operare indisturbata in Occidente, Italia inclusa.

Le divergenze di interessi tra popolo turco e Fratelli Musulmani

Il Presidente Assad ha ragione quando afferma che Erdogan non è in grado di spiegare al popolo turco i motivi dell’ offensiva di Idlib, le ragioni per cui giovani militari turchi devono andare a morire in Siria, qual’è l’effettivo interesse nazionale turco in questa guerra, perchè di fatto la Turchia non ha alcun interesse in tutto ciò. L’interesse è esclusivamente dei Fratelli Musulmani e i turchi stanno morendo per fare gli interessi di questa lobby islamista. E così l’esercito turco continua ad occupare militarmente un territorio non proprio e a sostenere jihadisti, in quanto gli islamisti non hanno ancora abbandonato l’idea di rovesciare il governo siriano.

La Turchia governata da Erdogan è risultata sempre più isolata a livello internazionale, diventando partner inaffidabile sia per la Nato (di cui è Paese membro) e sia per la Russia, con cui continua a stingere accordi che poi regolarmente non rispetta. Sul piano interno, la Turchia è diventata una delle più grandi galere per giornalisti. La repressione e la censura dilagano, al punto che dal 2016, le autorità turche hanno fatto chiudere 33 canali televisivi, 34 emittenti radio, 70 quotidiani e 20 riviste, tutti accusati di “propaganda terrorista”, mentre i pochi ancora attivi sono stretti nella morsa del regime. Oltre alle frequenti aggressioni a esponenti politici e mediatici che hanno osato criticare il governo, la Turchia erdoganiana si è distinta in questi anni per l’assassinio dell’ambasciatore russo, Andrei Karlov, nel dicembre 2016 e per la repressione nei confronti degli oppositori politici, in particolare i “guleniani”, accusati da Erdogan di “terrorismo”. Peccato che poi il Presidente turco non si fa problemi a inviare sostegno militare ai jihadisti e a curarli negli ospedali turchi (taglia gole dell’Isis inclusi).

La cosa non finisce qui, perchè la Turchia si è anche distinta come esportatrice di jihadisti, con trasferimenti di taglia gole dalla zona di Idlib a Tripoli, ovviamente in sostegno di un altro esecutivo, molto traballante, legato ai Fratelli Musulmani e cioè quello di Fayez al-Serraj. Le dinamiche tripoline sono pressochè analoghe a quelle di Idlib, con Ankara che invia aiuti militari e jihadisti ai quali versa 2 mila dollari al mese e con la promessa della cittadinanza turca a fine avventura.

E’ dunque importante evidenziare come gli interessi del popolo turco e quelli della lobby islamista dei Fratelli Musulmani, di cui Erdogan è esponente, divergano totalmente. Non a caso il regime di Ankara ha messo in atto una rigidissima censura nei confronti dell’informazione, con social e siti ritenuti “pericolosi” che vengono costantemente oscurati.

I Fratelli Musulmani come strumento di politica estera statunitense

L’utilizzo strategico da parte di Washington di gruppi islamisti non è una novità, dunque Assad non ha torto quando ne indica il collegamento; basta pensare alla guerra afghano-sovietica (1979-89), quando gli Usa fornirono supporto economico e militare ai quei “mujahideen” che saranno poi le fondamenta per ciò che diverrà “al-Qaeda”, il “nemico numero uno dell’Occidente”.

Durante la guerra di Bosnia (1992-95) sorse un’ unità di jihadisti arabi reduci dell’Afghanistan, nota come “el-Mudzahid”, che verrà lasciata libera di operare nei Balcani in chiave anti-serba (e indirettamente anti-russa). Fenomeni molto simili si manifestavano poi in Cecenia tra fine anni ’90 e primi anni del 2000. All’interno di questi gruppi armati venivano segnalati molti esponenti qaedisti e della Fratellanza, al punto che nel 2003 la Corte Suprema russa metteva al bando una serie di organizzazioni terroristiche, tra cui proprio i Fratelli Musulmani, con l’accusa di aver creato e coordinato la Majilis ul-Shura dei Mujahideen del Caucaso, un gruppo terrorista responsabile di numerosi attentati in territorio federale e con a capo Shamil Basaev e Emir al-Khattab.

Le cosiddette “Primavere Arabe” non sono state altro che il tentativo di sostituire regimi laici, oramai ritenuti obsoleti, con nuove forze fresche, “democraticamente elette”, da utilizzare per una nuova strategia mediorientale favorevole a Washington. Un progetto da implementare non soltanto nei Paesi “amici”, ma anche in quelli non allineati con gli Usa.

Qualcosa però non ha funzionato, forse perchè ben pochi oltre-oceano si erano resi conto che dei governi guidati dalla Fratellanza, seppur “democraticamente eletti” (e anche qui se ne potrebbe discutere), di democratico avrebbero potuto offrire ben poco, in quanto l’ideologia stessa dell’organizzazione islamista è in antitesi con il concetto di “democrazia” e lo dimostra l’esperimento egiziano, durato soltanto un anno e con risultati disastrosi. Basta pensare al primato dell’esecutivo Morsi, con la Arabic Netwrok for Human Rights Information che ha denunciato un numero di provvedimenti nei confronti dei giornalisti quattro volte maggiore rispetto all’era di Mubarak e ventiquattro volte maggiore rispetto a quella di Sadat. Tra questi casi figura anche l’arresto del famoso satirista Bassam Youssef, accusato di aver insultato l’Islam e il presidente Morsy. In quell’anno vi fu anche il primo caso nella storia d’Egitto di pogrom contro gli sciiti.

Osservando attentamente, è possibile individuare diverse analogie tra l’ex governo Morsy e quello di Erodgan (suo strenuo difensore): islamismo dilagante, autoritarismo, censura mediatica, repressione delle forze d’opposizione, sostegno a gruppi jihadisti, progressivo isolamento. Sarà un caso che in entrambi gli esecutivi è riscontrabile un comune denominatore chiamato “Fratelli Musulmani”?

E’ bene inoltre ricordare che, durante le rivolte anti-Morsy, poi sostenute dall’esercito egiziano, l’allora amministrazione Obama sostenne fino all’ultimo il governo della Fratellanza, al punto che l’allora ambasciatrice Usa al Cairo, Anne Patterson, dovette lasciare il Paese in fretta e furia mentre i manifestanti gridavano slogan contro Washington. La Patterson verrà poi immortalata a un evento mentre con la mano fa il gesto delle quattro dita di Raba al-Adawiyya, divenuto simbolo della rivolta della Fratellanza contro al-Sisi.

Non bisogna dunque stupirsi se oggi Mike Pompeo esprime solidarietà nei confronti dei soldati turchi uccisi dai “cattivi” siriani (in territorio siriano e mentre si trovavano a combattere a fianco dei jihadisti, è bene ricordarlo); non bisogna stupirsi neanche quando il rappresentante statunitense per la Siria, James Jeffery, sostiene che si può in qualche modo dialogare con i jihadisti di Hayyat Tahrir al-Sham, costola siriana di al-Qaeda, in quanto “non hanno fatto attentati a livello internazionale”. Come a voler dire che si è “terroristi” o “ribelli moderati” in base a chi si attacca e non in base al modus operandi. Se il target è un attore “nemico”, allora non è terrorismo?

Il tentativo di sdoganare la Fratellanza è risultato fallimentare e ogni attuale persistenza in loro sostegno è obsoleta, anche perchè obiettivi e modus operandi (sia politico che militante) dell’organizzazione sono ormai più che noti, per chi li vuol vedere. In quanto alla Turchia, nell’era del globalismo è veramente difficile mantenere il controllo mediatico e informativo interno a un Paese, soprattutto quando si tratta di nazioni avanzate e con un’eredità comunque moderna come la Turchia. Insomma, i guai per Erdogan e confratelli potrebbero essere soltanto all’inizio.

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