Il comandante del Corpo dei Marines, generale David Berger, ha recentemente sottolineato come la Russia, l’Iran, la Corea del Nord e i gruppi estremisti “continueranno a rappresentare una minaccia” per gli Stati Uniti, ma per la prima volta ha elevato la Cina al vertice indiscusso delle minacce che devono affrontare i responsabili politici statunitensi.

Come riportato da Breaking Defense, il generale ha affermato che “la Cina rimarrà la minaccia incalzante per il prossimo decennio” mettendo così la Russia in secondo piano. La dichiarazione, che appare scontata a questo punto della situazione generale dei rapporti tra Pechino e Washington e soprattutto vista alla luce del recente piano di riforma del Corpo dei Marines, non è però da sottovalutare. Se dal punto di vista politico non è nulla di nuovo, da quello militare “declassare” la Russia significa un profondo ripensamento dell’attività dei Marines e più in generale del Servizio Navale statunitense.

Nel promemoria del 23 febbraio del generale Berger al segretario alla Difesa Lloyd Austin vengono infatti mantenute in gran parte le principali riforme interne che sono state fortemente richieste dal neocomandante del Corpo negli ultimi due anni attraverso il suo documento Force Design 2030. Queste importanti modifiche dell’assetto generale dei Marines, che includono ad esempio la dismissione dall’inventario dei reparti pesanti equipaggiati coi carri armati Abrams, sono finalizzate a rimodulare il Corpo per le operazioni nelle distese del Pacifico, riacquistando la propria vocazione anfibia “pura”. Tanti anni di operazioni di controguerriglia nei conflitti asimmetrici contro il terrorismo islamico avevano infatti drasticamente mutato l’assetto dei Marines, trasformandoli da unità di fanteria di marina, a una di fanteria classica, sostanzialmente.

Il generale Berger, in un documento scritto il mese scorso congiuntamente con il capo di Stato maggiore dell’U.S. Air Force, generale Brown – anch’egli per il cambiamento dell’assetto generale della propria forza armata – ha scritto che “per competere con la Repubblica Popolare Cinese e la Russia e affrontare con successo altre sfide emergenti, l’esercito americano richiede un nuovo quadro per la valutazione della prontezza. Dovrebbe concentrarsi meno sulla disponibilità a breve termine e più sulle capacità future e sull’ottenere un vantaggio nella lotta contro i pari avversari”.

Sebbene la Russia sia sempre un avversario temibile, stante il rinnovamento dei suoi armamenti ed il ripensamento dell’organizzazione delle sue Forze Armate, sembra che Berger non guardi più a Mosca come un avversario alla pari con cui le sue truppe dovranno fare i conti poiché operano principalmente nel Pacifico. “Affronteremo sia la Cina che altri concorrenti che impiegano strategie sofisticate e multi-dominio nel Pacifico”, ha affermato, e i suoi 27mila Marines nella regione “richiedono una significativa modernizzazione e riprogettazione”.

Il generale, però, come ha sempre ripetuto nell’ultimo anno, ha informato il segretario Austin che non sta chiedendo più soldi per farlo. “Non ho chiesto alcun aumento del budget per il Corpo dei Marines, solo che ci sia consentito reinvestire il surplus che creiamo disinvestendo dagli assetti più vecchi e da quelli in eccesso”, ha affermato, facendo nel contempo notare di avere bisogno dell’autorità necessaria per ritirare le apparecchiature più vecchie e ridurre la dimensione della forza per modernizzarla nel modo in cui immagina. In una parola Berger sta chiedendo più autonomia gestionale per poter utilizzare efficacemente i Marines nel contrasto alle attività della Cina. Una richiesta non rara nella storia militare, soprattutto americana.

Questa sarà probabilmente una buona notizia per la nuova leadership del Pentagono, che sta lavorando al budget 2022, e per l’amministrazione Usa, che ha come cavallo di battaglia il taglio al bilancio della Difesa, sebbene non tutti, al suo interno, siano favorevoli a decurtazioni lineari, soprattutto quando si tratta di mantenere la capacità di deterrenza, sia essa convenzionale ma soprattutto nucleare.

“Stiamo mettendo in campo veicoli aerei senza pilota a grande autonomia e carichi utili appropriati per comunicazioni aeree, ricognizione e guerra elettronica il più rapidamente possibile utilizzando i risparmi derivanti da questi tagli”, riporta il promemoria di Berger. “Ulteriori tagli pianificati toccano più unità della nostra artiglieria con cannoni trainati insieme a un numero significativo di velivoli ad ala fissa e rotante con equipaggio. Stiamo anche eliminando gradualmente gran parte della nostra capacità logistica precedente che era destinata a operazioni terrestri sostenute, mentre modernizziamo il resto per operazioni marittime distribuite”.

I Marines, come da piano programmatico, stanno quindi alleggerendosi per poter efficacemente operare nel Pacifico come una forza anfibia “da manuale” in grado di contrastare le bolle A2/Ad cinesi, e installare le proprie “controbolle” di interdizione marittima a supporto dell’attività dell’U.S. Navy.

A tal proposito, sempre nel suo documento, Berger aveva chiesto di ridurre il numero di F-35 nei prossimi anni, chiedendo che vengano istituiti stormi più piccoli, tagliando i velivoli che li compongono da 16 a 10 in modo da snellire la catena logistica di supporto e quindi aumentare la tempistica delle operazioni a distanza. I piani attuali prevedono che i Marines acquistino 353 F-35B e 67 ‘F-35C, la versione imbarcata lanciabile da catapulta. Una riduzione del numero di velivoli non significa però ridurre la capacità expeditionary: i Marines stanno parallelamente cercando nuove soluzioni per mantenere elevata questa fondamentale caratteristica come ad esempio l’utilizzo di una nuova classe di navi anfibie leggere (Law – Light Amphibious Warship).

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