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Dal pantano di Kabul si percepiscono cambi di rotta nei piani del Pentagono. Dopo l’ultima visita del senatore Lindsey Graham è evidente la volontà di ridurre a 8600 unità, dalle 13000 attuali, le truppe Usa presenti sul territorio. Come riportato da Military Times, in una recente conferenza stampa il Segretario alla Difesa Mark Esper si è detto intenzionato a un cambio di strategia, ovvero dispiegare parte di soldati attualmente operativi in Afghanistan nella zona Indo-Pacifica, in modo da poter fronteggiare probabili minacce cinesi. Infatti il Segretario afferma: “Vorrei scendere a un numero inferiore e riportare a casa quelle truppe, affinché possano riqualificarsi per altre missioni ed essere ridistribuite nell’Indo-Pacifico. Solo in questo modo avremmo le giuste risorse per concentrarci ed affrontare la sfida più grande che per noi oggi è la Cina”.

I piani Usa nell’Indo-Pacifico mentre salta l’intesa con i Talebani

Sebbene un patto con i talebani non sia stato ancora definito, i piani strategici del Pentagono sembrano seguire le linee politiche più orientate a diminuire la concentrazione su Iran e Siria. Le spese militari per tali missioni assorbono risorse economiche che l’amministrazione Usa vuole invece concentrare pienamente sul fornte anti Pechino.

Tuttavia, malgrado Esper confermi che gli Stati Uniti dovranno diminuire le unità militari in Medio Oriente, i numeri non confermano pienamente queste volontà. Sembrerebbe infatti che siano già 14mila i soldati inviati per contenere le minacce iraniane e tutelare gli interessi nel Golfo Persico e in Iraq.

Il generale Miller ha già affermato di poter affrontare manovre antiterrorismo anche dimezzando le truppe Usa attualmente dislocate sul territorio afghano. Lo stesso ha inoltre evidenziato di avere armamenti e capacità utili ad individuare e smantellare le cellule ancora in vita. Senza necessità di un ulteriore aumento degli sforzi. L’intelligence Usa però, critica alcune posizioni del Pentagono legate alle probabili dinamiche di ritiro dal Medio Oriente: operazioni che i vertici militari ritengono contrarie alla strategia americana in quanto, a loro dire, l’invio di ulteriori truppe potrebbe avere un impatto dissuasivo sull’Iran. Manovre che troverebbero una loro conferma anche nella sospensione nelle trattative di pace con gli stessi talebani, dopo che un membro dei servizi statunitensi è stato ucciso durante un attacco.

Gli Usa puntano la Cina

La preoccupazione più grande dell’amministrazione statunitense è la zona AD/A2 nell’Asia-Pacifico. Quest’area strategia cinese, è delimitata da un sistema di missili balistici e da crociera avanzati. Inoltre il perimetro è dotato di sistemi di difesa aerea e marittima atti a scoraggiare le operazioni militari americane nella regione. A causa delle recenti manovre navali, questo presidio logistico di Pechino potrebbe rientrare nei prossimi obbiettivi Usa. La A2/AD, infatti, è concentrata nel territorio tra Taiwan ed il Mar Cinese Meridionale e costringe spesso le forze armate statunitensi – in assetto di “Carrier Strike Group “- in una condizione di allerta che richiede un ulteriore ampliamento di unità militari. Di qui sembrerebbero giustificati i piani del Pentagono nel muovere le truppe dall’Afghanistan in quanto il potenziale balistico del dragone nella zona è strutturato anche con missili da crociera che minacciano le strutture militari statunitensi nelle isole di Okinawa e Guam.

Dati d’intelligence riferiscono che l’armamento cinese si sia sviluppato in maniera impressionante avendo in dotazione missili YJ-100 e Ascm con autonomia tra 650 e 800 chilometri. Inoltre, Pechino è munita di sistemi di lancio antinave e missili supersonici Yj-12 e YJ-18, che coprono distanze vicine ai 500 chilometri ed ha armamento balistico con una gittata superiore a 1.500. La Cina sta ulteriormente ampliando le piattaforme di difesa aerea per neutralizzare l’accesso statunitense utilizzando missili S-300 di fabbricazione russa, ma ciò che fa tremare le sedie di Washington è l’impiego di armi anti-satellite per negare completamente le capacità di comunicazione satellitare e Gps degli Stati Uniti. Le tensioni sono arrivate alle stelle e gli osservatori internazionali auspicano una distensione mediante attività diplomatiche per scongiurare un’escalation senza precedenti.

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